TVLand – The Umbrella Academy: la perfezione nella disfunzione

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By Giuseppe Trapani
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TV

A pochi giorni dal suo lancio su Netflix la serie The Umbrella Academy è senza ombra di dubbio un case study su come certe produzioni facciano il salto verso la categoria del “cult” su cui leggeremo in futuro pagine di analisi e recensioni.

In un fatidico “giorno” del 1989 quarantatré bambini nascono inspiegabilmente da donne non collegate tra loro che non mostravano alcun segno di gravidanza il giorno prima. Sette di questi piccoli vengono adottati dall’estroso miliardario Reginald Hargreeves che crea l’Umbrella Academy, identifica i ragazzi con dei numeri – Numero Uno, Numero Due…– e li prepara a salvare il mondo. Basata sul fumetto edito dalla Dark Horse – arrivato in Italia grazie a Bao Publishing – scritto e ideato da Gerard Way, ovvero l’ex frontman dei My Chemical Romance, e disegnato dal brasiliano Gabriel Bá, lo show, nei suoi personaggi, nelle sue inflessioni e nel cosmo tra battaglie dell’anima e del collettivo, caratterizza in modo pressoché perfetto una famiglia che più (a)normale non si può.

Parte da qui la prima stagione di un serial che fa della “disfunzione” la cifra della sua perfezione drammaturgica e televisiva: esistenze improbabili, quasi tutte anaffettive e non ricalcanti stereotipi positivi tipici del supereroi (mi viene in mente – per dirla con un idealtipo del genere – Batman, il più oscuro degli eroi…) e che tuttavia fanno intravedere un destino missionario comune ovvero salvare il genere umano. In questo serial non distingui mai il nero dal bianco, i registri si sovrappongono senza che perdano la loro forza. Sembra la convocazione di un club pressoché autistico a cui apparentemente non daresti le chiavi del tuo destino ma del quale alla fine ti fidi poiché se solo unissero le loro forze sarebbero invincibili. Per il resto l’Academy va visto nel dispiegarsi di una storia scritta benissimo nelle sue scene e – nota specifica – nella sua magnifica e immaginifica colonna sonora.

Sì proprio così. L’insert-music della serie è un personaggio assieme agli attori, le canzoni fanno sostanza agli episodi e spesso per alleggerire o rafforzare il la scena in corso come – per citare l’episodio pilot – la hit I think we’re not alone di Tiffany (quando tutti ballano alla canzone messa da Luther sul giradischi), un classico degli anni ’90 e che – riproposta nella soundtrack – è come risorta dagli archivi come canzone di culto. Magia della serialità scritta bene, recitata alla grande, prodotta con i contro e contro….