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TV

Sarebbe bastato – martedì 9 maggio – avere due schermi adiacenti per fare un piccolo esperimento di sociologia della comunicazione: da un lato il Grande Fratello su Canale 5 e il documovie su Aldo Moro trasmesso su Rai1. Non ci interessa fare un paragone di gusto o tentare un giudizio che escluda un prodotto anziché l’altro poiché sarebbe ingiusto per la logica del palinsesto e della scelta. Ma proprio a partire dalla distanza siderale dei due “prodotti” televisivi è apparsa nitida inevitabilmente la fotografia del nostro paese diviso in due Italie.

Se l’elettorato è tripolare, la platea televisiva è bipolare con una maggioranza rumorosa che si butta su Barbara D’Urso (23,9% di share) e ne condivide oltre che la cifra estetica anche tutto l’immaginario di riferimento fatto di pancia, retorica moralista intermittente, glamour e cafonal senza soluzione di continuità. Ha molto sorpreso l’invito di Maurizio Costanzo (se Alfred Hitchcock firmò La finestra sul cortile – e fu un grande successo- il Grande Fratello si potrebbe chiamare “La finestra sulla discarica”…) ma da settimane il reality di Canale 5 non ha paura di andare eufemisticamente “sopra le righe” alzando l’asticella degli istinti.

Speculare – ma minoritaria – vi è una seconda Italia (14,7% di share) che guarda Sergio Castellitto nei panni di un Aldo Moro nell’ “hybrid movie” di Francesco Micciché (che, ironia del calendario, ricordava un Ermanno Olmi nel suo E venne un uomo (1965) dedicato a Papa Roncalli). Questo secondo paese ha scelto il racconto sociale, l’orazione civile, il ritratto dello statista e il suo orizzonte di pensiero.

Non sempre accade ma la “sfida” Rai-Mediaset ha (inconsapevolmente) suggerito più che una riflessione su certe contraddizioni sociali, su un paese non perde occasione di lamentarsi della classe dirigente ma poi con la manina sul telecomando – direbbe Costanzo – decide di affacciarsi sulla discarica. Le scelte non si discutono… Semplicemente si constatano.