TVLand – Bosso, Beethoven e quelle parole che non servono

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By Giuseppe Trapani
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TV

Ezio Bosso porta Beethoven su Rai3 e meraviglia un buon numero di pubblico (oltre 3 milioni) meravigliandosi lui stesso della potenza emozionale del pentagramma in movimento. Se “la bellezza salverà il mondo” (Dostoevskij) ci salveremo suonando e cantando, ne sono certo. Ma possiedo una seconda convinzione granitica: la televisione non salva la musica, semmai la ferisce a volte mortalmente. Ciò avviene da quando la musica, assorbita dalla logica del flusso ininterrotto di immagini, si è trasformata da evento a “mezzo”, un contorno seppur importante a ciò che si vede ma sempre secondario. Un esempio non banale è – per fare un esempio – il ricorso inflazionato alla “epic music” per certi filmati di inserto (i famosi RVM) che si occupano dell’ultimo topless a Ibiza o le breaking news su Pamela Prati quando sarebbe bastato in questi casi un effetto sonoro più comico o grottesco, ma tant’è.

Tornando a Ezio Bosso e al suo Beethoven, Che storia è la musica è la stessa cosa del rock alla Ossigeno (con Manuel Agnelli) o del jazz alla Sostiene Bollani (con Stefano Bollani) ma solo in salsa sinfonico orchestrale. Ovvero una “convocazione” di amici e mixarli in un’ensalada di voci e gusti estetici (Enrico Mentana ma anche Luca Bizzarri, Nicoletta Mantovani, Alfonso Signorini, Alessandra e Gino Strada) riuniti intorno alla geniale maestria di Bosso. Il quale, non nascondendo l’ingenuità del neofita televisivo, ci ha messo anima e cuore ma nulla più. Probabilmente perché non ci vuole solo carisma ma anche tecnica, capacità di tenere il ritmo. Su tutto rimane il solito tabù del complesso di inferiorità della televisione nei confronti della musica che andrebbe ascoltata “anche con gli occhi” (come per il live della Prima della Scala) ma ci si ostina a riempirla di parole, didascalie: se vogliamo chiamiamola talkizzazione dello spettacolo.

Il dato degli ascolti è comunque indicativo di un bisogno autentico di una minoranza silenziosa e pronta all’ascolto meditato e ad alzare il livello qualitativo, sempre rimanendo sul piano musicale: se si mette naso al palinsesto teniamoci pronti ai soliti palchi sotto i sagrati di qualche famoso santuario o le consuete rassegne da finto omaggio della canzone napoletana tutte zeppe di artisti pop che tengono rosari facendo atti di fede più a parole che con il cuore. Sono tutti fenomeni da palinsesto estivo, ripetitivo e abulico che palesa le poche idee dentro le reti televisive. Ma su questo spero di poterne scrivere in futuro.