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By Giuseppe Trapani
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TV

Elena e Lila, la prima coppia cult della fiction italiana. Quindi non una ma due amiche geniali per il pubblico. Sono le protagoniste della serie Rai portata sul piccolo schermo da Saverio Costanzo e tratta dalla tetralogia best seller internazionale firmata da Elena Ferrante. Il secondo appuntamento con la serie in onda ieri sera su Rai1, ha conquistato 7 milioni 45 mila spettatori con il 30.1% di share (un punto più della scorsa settimana) vincendo il prime time. Si tratta – sottolinea la Rai – per la seconda settimana di seguito del record di programma più visto in tv della stagione autunnale, escluso lo sport. Gli spettatori unici raggiunti complessivamente sono stati 12 milioni 368 mila, oltre il 21%, con un picco di ascolti del 36.8%.

Un successo multilevel (in tv, sui social, dentro le pagine culturali di giornali e magazine) dentro il quale ci si muove nella lotta manichea tra “lettori” e “telespettatori” i quali discutono e si dimenano sulla fedeltà della tv rispetto al “textus receptus” ossia l’opera letteraria come l’abbiamo divorata in questi anni. La domanda è la stessa di sempre: cosa può dare o sottrarre la fiction rispetto alle pagine? È vero quanto sostengono i puristi della lettura che la trasposizione sul piccolo schermo toglie qualcosa al nostro immaginario? Elena Ferrante, come si sa, ha accettato la sfida: far sì che la sua tetralogia passasse dal mondo della letteratura a quello della televisione. Recentemente ha dichiarato che “grazie a un certo tipo di lettura specialistica (quella degli sceneggiatori, quella del regista) il romanzo passa dalla pagina allo schermo e nel corso di questo movimento perde la veste letteraria, si denuda. È questa nudità che mi confonde e insieme mi incuriosisce”. Seguo anch’io la traiettoria di pensiero dell’autrice (è una donna?) ovvero la spogliazione televisiva in qualche modo è inevitabile se si fa il confronto con il libro ma tutto ciò va a favore di una platea più grande, a beneficio di un valore ancora più nobile. Quello cioè di offrire la potenza del racconto anche a coloro che ignorano il libro (e nel nostro paese i dati dell’editoria sono inquietanti).

Pertanto – con buona pace degli altri media – la televisione può essere un popolare-nazionale libro aperto a tutti che supplisce al ruolo di veicolare una bella storia potente per fotografia, scenografia e dialoghi. Saverio Costanzo è bravo e me lo immagino tignoso e meticoloso anzitutto su se stesso, uno che a costo di sembrare poco leggero e disincantato lavora come un matto alla ricerca del prodotto perfetto. In casa Rai i produttori Wilside gongolano e affermano: “Siamo profondamente orgogliosi che questa storia continuerà a catturare il pubblico di tutto il mondo. E ancora più orgogliosi che questo risultato sia stato raggiunto grazie alla creatività, alla visionarietà, alla passione e al talento di uno straordinario gruppo di professionisti italiani, guidati da Saverio Costanzo”.

L’amica geniale è una co-produzione internazionale HBO-Rai impegnativa in cui nulla è stato lasciato al caso, nella forma ma soprattutto nella sostanza: una storia di formazione e di emancipazione con al centro un legame intenso, una dualità indissolubile. È la prima volta che il valore aggiunto non sta nel suo personaggio attorno al quale ruotano i comprimari ma al centro vi sta una coppia dove una parte non esiste senza l’altra. Contrariamente allo storytelling (ipocrita) dell’uno-vale-uno, in questa fiction sembra leggere in filigrana Emmanuel Levinas per il quale da soli non si è nulla mentre il volto dell’altro è una traccia d’infinito. In un tempo di mezzi leader e di presunzione solipsista al potere, questa fiction ha persino un carattere rivoluzionario e anti-sistema.

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