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By Riccardo Galeazzi
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TV

Se avete fatto due passi per Roma di certo non vi sarà passata inosservata Disincanto, la nuova serie animata prodotta da Netflix. Poster, locandine e striscioni ricoprono ogni espositore pubblicitario della capitale. Persino i pullman dell’Atac portano dal Colosseo a San Pietro i disegni dei protagonisti. Questa volta il nuovo colosso dell’intrattenimento ha puntato su un grande dell’animazione televisiva, non meno conosciuto di Walt Disney e di Hanna & Barbera: Matt Groening, il padre de I Simpson e Futurama.

Dal futuro distopico di questo ultimo titolo, ci spostiamo in un periodo indefinito del Medioevo. Nel paese di Dreamland dove vive la principessa Teabeane, giovane e ribelle nei confronti delle etichette di corte. Suo padre, il Re Zog, vuole darla in sposa a un principe sconosciuto, ma lei, con l’aiuto del suo demone personale Luci e il suo amico Elfo, un elfo appunto, riuscirà a mandare a rotoli ogni programma. Da qui iniziano le bizzarre avventure della principessa e dei suoi due amici.

Dopo aver spolverato altri grandi miti – vedi le nuove stagioni di Una Mamma per Amica e Star Trek -, Netflix ha finanziato il progetto nuovo e ambizioso di Groening, il quale, a parte le innumerevoli stagioni dei già citati Simpson e Futurama, non aveva creato altro. Il risultato, se preso in esame con i due altri titoli, non regge il confronto: manca il dinamismo narrativo che ha sempre caratterizzato i cartoni di Groening e che serie come I Griffin e American Dad hanno tentato di emulare con risultati più o meno buoni. Tuttavia, se si riesce a sospendere l’inevitabile confronto, Disincanto rivela alcuni interessanti aspetti. L’ambientazione e il genere ci buttano nel mondo di Game of Thrones, un mostro sacro delle serie tv degli ultimi anni. La ribellione agli schemi della società e la satira politica che avevano contraddistinto gli altri prodotti di Groening, si trasformano qui in uno sbeffeggiamento del mondo delle serie tv; non solo nei suoi temi, ma anche nei suoi schemi. Infatti, affinché una serie abbia seguito non basta una bella storia; serve anche un piano di evoluzione studiato a tavolino, con meticolosità matematica. Di questo piano Disincanto si prende gioco, pagando però anche il pegno di essere una serie-non-serie.

In soli dieci episodi, Matt Groening si diverte a costruire una narrazione che mira sì ad avere un respiro che vada oltre la prima stagione, ma che troppo spesso si abbandona a storie perpendicolari che nulla c’entrano con la principale. In sostanza si mischiano le regole della serie tv – in cui se si perde un episodio, si perde anche il filo della trama – e del cartoon – in cui gli episodi sono pressoché intercambiabili. Ciò è encomiabile da un punto di vista sperimentale, ma determina un grande caos se calato nel concreto. E infatti gli ultimi tre episodi di questa prima stagione, il cui racconto sarà il tronco delle prossime, appaiono un po’ troppo veloci, come se proprio non si potesse fare a meno di inserire un numero troppo elevato di cliffhanger.