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Quando il tuo soprannome è The Queen, perdere alla finale degli US Open è inaccettabile. Se sei una donna, di colore e dalla fisicità non proprio conforme ai canoni di bellezza tradizionali gestire quei momenti in cui tutto il mondo aspetta solo tu fallisca è ancora più difficile.

Serena Williams è la migliore nel suo campo, eppure, nonostante abbia vinto 23 tornei dello Slam durante la sua carriera (9 più di Novak Djokovic), continua a guadagnare meno delle sue controparti maschili. Per capirci, il numero uno tra gli uomini guadagna 34 milioni più della numero uno tra le donne. Non solo, la tutina sfoggiata a Parigi da Serena – scelta dall’atleta per un problema con i coaguli di sangue – è stata prima criticata e poi bandita dai tornei dello Slam perché “irrispettosa del luogo e dello sport”. Peccato nessuno abbia sollevato le stesse critiche quando André Agassi si era presentato in pantaloncini di jeans. Anzi, il pubblico e la stampa lo avevano fatto diventare un’icona. Razzismo e misoginia sono le prime parole che vengono in mente.

Durante la finale degli US Open, tenutasi il 6 settembre, l’arbitro ha subito ammonito la Williams, accusandola di comunicare con il suo coach che se ne stava in tribuna (gesto assolutamente vietato agli Slam). Serena ha immediatamente risposto seccata che avrebbe preferito perdere, piuttosto che vincere barando. Dopo aver sbagliato un colpo e aver lanciato la sua racchetta a terra spezzandola, l’arbitro le ha però dato il secondo avvertimento e una penalità di un punto nel game successivo. Il tutto in un momento fondamentale della partita, proprio quando la Williams stava per andare in vantaggio su Naomi Osaka. La perdita del punto non è proprio andata giù all’atleta che ha accusato l’arbitro di essere un “ladro”, commento che le è poi costato un intero game portando la partita a 5-3 per la Osaka.

La prima vittoria in uno Slam della giovane tennista giapponese (che molti danno come prossima icona femminile del tennis mondiale) è stata oscurata dal clima che si era creato durante la partita e dalle accuse della Williams di essere stata trattata con eccessiva severità solo perché donna. Billie Jean King, ex tennista famosa per essere stata la prima atleta statunitense, nel 1981, a riconoscere la propria omosessualità, l’ha ringraziata attraverso social per aver parlato schiettamente di un problema che ogni atleta donna si trova a dover affrontare durante la sua carriera. Anche Djokovic, durante la sua finale, ha sottolineato che l’arbitro si sarebbe potuto comportare in maniera più morbida, considerata la pressione cui sono sottoposti gli atleti durante una finale. Ma c’è anche chi sostiene che un grande giocatore si riconosce anche dalla capacità di accettare le cattive decisioni arbitrali. Il cartoon pubblicato dall’Herald Sun che ritrae una Serena Williams arrabbiata mentre l’arbitro chiede alla sua avversaria di farla vincere non fa che dimostrare che le accuse di sessismo mosse dalla Williams sono più che fondate. La strada per la parità dei sessi è, purtroppo, ancora molto lunga.

 

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