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Ritratto della contessa pop amata dalla gente, e che amava la gente. Da un album di ricordi. Quando ho conosciuto Marta Marzotto e l’ho incontrata per la prima volta i cellulari erano ingombranti. Lei aveva decine di telefoni fissi sparsi per la sua casa di via Appiani. Quei telefoni avevano dei fili chilometrici. Se li portava dietro, li usava per chiamare il personale di servizio da una stanza all’altra.

marta_marzotto

“Per piacere, porti al mio nuovo amico Nicola un garofano e la mia vita”. Una frase che ricorderò per sempre. Poco dopo vidi materializzarsi una cameriera, non aveva la divisa come le altre, era una sorta di direttrice della casa. Mi porse una serigrafia su tela di Renato Guttuso numerata con un garofano dentro ad un cuore, è una copia del libro “Una finestra su Piazza di Spagna”, la sua prima autobiografia.
Combinazione, proprio in questi giorni, sugli scaffali delle librerie vediamo la seconda storia della vita di Marta Vacondio Marzotto.

All’epoca avevo appena 17 anni. I miei amici avrebbero fatto carte false per incontrare Madonna. Io che avevo letto qualcosa della sua vita di Musa irrequieta di un pittore che amavo, feci di tutto per conoscere lei. E lei non si sottrasse: “vieni a trovarmi domani per colazione”. Buona la prima, mi dissi, e così, in una mattinata assolata proprio tra luglio e agosto, di 23 anni fa, mi ritrovai nella sua casa milanese. Era lì per un rapido cambio di valigie prima di spostarsi in Sardegna. Arrivai per 12:00, lei era sveglia da 3 ore, buttata giù dal letto da un’altra nuova amica che però scambió l’ invito a colazione per cappuccino e brioche, e si presentò alle porte di casa sua alle prime ore del mattino. Era una sorta di avventuriera, che cercò di piazzarle degli smeraldi di dubbia origine. Marta non si cascó né si scompose, era quasi divertita dall’audacia e dalla mancanza di uso di mondo di una che non sapeva che cappuccino e brioche vuol dire prima colazione ed è difficile che qualcuno ti inviti.

Entrai in quella casa curioso di conoscere la contadina che era diventata contessa grazie al matrimonio con Marzotto, e uscii con la certezza che lei stessa avesse dato più prestigio al cognome Marzotto di quanto il cognome Marzotto avesse fatto con lei. Ed era già finito il matrimonio con umberto Marzotto, ed era già morto Renato Guttuso da diversi anni.

Negli anni ci sono state tante altre occasioni, ognuna indelebile, per una frase, per un aneddoto, per una lezione di vita, non sempre volontaria, ma istintiva, che Marta era in grado di dare essendo semplicemente se stessa.
Mi piaceva andare a casa sua quando non c’era nessuno, abitudine che ho conservato negli anni, preferendo la Marta privata a quella mondana. A volte era veramente il tempo di un caffè, altre volte era tempo sottratto al tempo per lei, che decideva di mandare a monte, di arrivare in ritardo da qualche parte per perdersi in lunghe chiacchierate.
Marta era fatta così: curiosa della gente, curiosa delle storie, curiosa di mescolare la sua storia con quella di chi aveva la fortuna di poterci condividere la propria.
Per me averla come amica ha sempre rappresentato un privilegio: non ci siamo mai scambiati contatti, occasioni lavorative.

Lo scambio era fatto di confidenze, sorrisi, chiacchiere. Se capitava di trovarci fuori, ad un evento o un occasione pubblica, lei mi presentava come il suo “giovane, vecchio amico”. Ed è cosí che mi sono sempre sentito. Vecchio perché amico da tanto, giovane perché anche più di vent’anni dopo, lei, identica a come l’avevo conosciuta, aveva sempre e comunque l’atteggiamento di una vice nonna, che si preoccupava sempre di dirmi due parole per aggiustare il tiro: “va bene la tv, piú popolare è meglio è, ma spenta la tv vola altissimo, sempre”– si raccomandava.
Poi è arrivato Facebook, e l’ultima volta che ci siamo visti, la primavera scorsa, al Grand Hotel et de Milan, mi disse che avrei dovuto insegnarle qualcosa in piú: “tu sei cintura nera, Nicola, io la cintura la voglio di strass”. Pochi giorni dopo l’apertura del suo profilo, era già una webstar, segno che se nasci stella, sei una stella in qualsiasi contesto tu ti trovi, che tu venga da una risaia, o da un palazzo blasonato. Oggi questa stella ha deciso di volare alto, fin lassú, stavolta senza far rumore, ma con un tempismo che solo un regista della vita come lei poteva avere. Si è addormentata, decidendo, questa volta, di non risvegliarsi, proprio nel giorno di Santa Marta. Perché con Marta, con i suoi amori, i suoi artisti, le sue frasi memorabili, il sogno continua. Anche quando il sonno eterno.

L’importante, ricordiamolo, è volare altissimo.

Nicola Santini