Alexander McQueen: Lo stilista che volò sul nido del cuculo

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Su Alexander McQueen si è scritto e detto molto, forse troppo.

Il fashion system ha inoltre una incredibile capacità nell’appiattire ciò che è profondo, nel ridicolizzare ciò che è drammatico, e di schernire ciò che non va preso alla leggera.
La grandezza di McQueen non sta tanto nell’aver rivoluzionato e inventato allo stesso tempo un mondo a tratti gotico a tratti dark a tratti forse perfino apocalittico.

E’ stato un grande perché ha portato in scena gli ultimi, gli afflitti, i disadattati.
Ha fondato una casa di cura, non una casa i moda.
Ha reso capolavoro la sofferenza, ha reso brillante il pianto.
E’ stato l’urlo di chi non poteva parlare, è stato l’udito di chi non sapeva ascoltare.
Per questo sono importanti i riferimenti a Ken Kesey e al suo romanzo degno della miglior controcultura americana “One flew over the cuckoo’s nest” – 1962.

Egli riteneva non esistessero pazzi, bensì individui rifiutati dal mondo, dalla società. Individui esclusi perché non sufficientemente conformi a stereotipi discutibili di una società prepotente e egoista.
Sono entrambi volati sul nido del cuculo. Come ben sapete i cuculi non nidificano, lasciano il proprio uovo nel nido degli altri, e crescono soli. Senza reali figure educative, senza nessuno che risponda alle loro domande.

Certe persone, sapete, hanno grandi domande che esigono grandi risposte.
E quando ti accorgi che nessuno è in grado di risponderti, giustamente ti chiedi se sono giuste le tue domande.
Ma i nostri dubbi siamo noi, noi siamo i nostri dubbi. Niente di più. Esistiamo perché dubitiamo.
Ma a volte il peso dell’incomprensione diventa troppo grande da essere sopportato.
Ed ecco che viene il tempo di migrare, altrove.