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By Luca Forlani
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La vittoria di Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente chiude il sipario sulla 68esima edizione del Festival di Sanremo. «Undici anni fa dedicai la vittoria tra le Nuove Proposte con “Pensa” a mio padre, oggi dedico la vittoria a mio figlio, che sta a casa: ciao Libero», è la dedica di Fabrizio Moro. «Un’emozione indescrivibile», dice Ermal Meta che ringrazia la sua casa discografica «che ha creduto in me, quando nessun altro lo faceva». Al secondo posto Lo Stato Sociale con Una Vita in vacanza, terza Annalisa con Il mondo prima di te. Hanno dunque trionfato i favoriti della vigilia, nonché protagonisti di numerose polemiche per il presunto plagio, rischiando di essere squalificati. Un giusto riconoscimento per due cantautori di valore e per un brano sociale intelligente ed elegante, che arriva dritto alla pancia. Meritata medaglia d’argento per il tormentone del Festival “Una vita in vacanza”. La band indie ottiene uno straordinario successo grazie anche alla geniale messa in scena della canzone. E l’anziana ballerina Paddy Jones ha conquistato l’Italia (e il sottoscritto). Gradino più basso del podio per Annalisa, voce impeccabile e finalmente un brano che le potrebbe aprire le porte del successo che merita. A Ron con Almeno Pensami di Lucio Dalla – che nella graduatoria finale si è classificato quarto – viene consegnato il Premio della Critica intitolato a Mia Martini. Un omaggio alla memoria dell’indimenticato e indimenticabile autore, che ha rivissuto sul palco dell’Ariston grazie alla sensibilità interpretativa del collega e amico. Il premio Sergio Endrigo per la migliore interpretazione non poteva che andare a Ornella Vanoni (quinta nella classifica finale). Un’artista meravigliosa che, a fine esibizione, viene omaggiata con una standing ovation. Al momento della premiazione passerà alla storia la sua faccia perplessa che domanda a Baglioni: «è il premio di?». Si conclude un’edizione da record; gli ascolti non sono mai scesi sotto il 50% di share. Sfida vinta per Claudio Baglioni che, oltre al trionfo di ascolti – parametro, purtroppo, fondamentale per decretare il successo di un Festival – ha avuto il merito di mettere realmente la musica al centro. «È stata un’avventura interessante, appassionante, difficile e facile al tempo stesso» dice il “dittatore artistico” aprendo la serata finale. Alla luce di questi trionfi, non posso che concordare con la battuta di Fiorello in collegamento telefonico: «Mi viene da pensare a chi l’anno prossimo potrà condurre Sanremo per bissare questo successo: gira voce che la Rai abbia già contattato il Papa e Melania Trump». Un Festival troppo Baglioni&Friends forse, ma è stato bello ripercorrere le grandi canzoni di “Claudio nostro” in duetti (non tutti riusciti, per la verità) con grandi artisti della musica italiana. Esibizioni che a casa hanno certamente suscitato un effetto “karaoke”, immancabile durante la settimana della musica italiana.

Uno dei duetti più riusciti, anzi il più riuscito, quello sulle note di Avrai con Laura Pausini. La cantante, guarita dalla laringite che l’aveva costretta a dare forfait la prima sera, si esibisce, nel corso della serata finale, anche in Non è detto, suo ultimo brano, e in Come se non fosse stato mai amore. Sfida il freddo (e la laringite appena passata) uscendo dal Teatro Ariston e concludendo la canzone in mezzo al pubblico. Antidiva per eccellenza, emoziona e incanta ancora una volta. «Grazie Sanremo!», dice alla fine della sua esibizione, in segno di gratitudine per la manifestazione che ha dato il via alla sua carriera di star internazionale. Uno dei momenti più sorprendenti ed emozionanti di questa finale è quello regalato da Pierfrancesco Favino che, dopo aver giocato a fare il bravo presentatore e scherzato con le sue doti da imitatore, porta sul palco di Sanremo un monologo tratto da “La notte poco prima della foresta” di Bernard-Marie Koltès. L’attore impersona un migrante, lavorando sulla voce e sul linguaggio con grande intelligenza interpretativa. Una performance potente, in un Ariston completamente in silenzio, che l’attore porta a termine commosso fino alle lacrime.

Mentre l’emozione è ancora nell’aria entra in scena Fiorella Mannoia per cantare con Claudio Baglioni Mio fratello che guardi il mondo di Ivano Fossati. “Un grazie a Favino per aver portato su un palcoscenico così importante un drammaturgo di altissimo valore come Koltès (forse poco conosciuto dal grande pubblico), e un momento di grande teatro che, sono certo, resterà”. Michelle Hunziker ringrazia il direttore artistico per averla fatta sentire «una signora della tv», e la conduttrice raggiunge in questo Festival la meritata consacrazione. Storica “spalla” di conduttori esperti – io stesso ho mostrato molte perplessità all’inizio – si conferma, sera dopo sera, una perfetta padrona di casa: bella, elegante, ironica, simpatica, sicura. Sarebbe stato meglio non cantasse, ma tant’è. E forse l’attrice Claudia Pandolfi si sarebbe potuta risparmiare la battuta sul fatto che lei abbia abusato del termine “meraviglioso”. È una parola “meravigliosa” e la Hunziker è … va beh dai, non lo dico più, se no la Pandolfi riprende pure me. E il sale, di cui rammentavo la mancanza dopo la prima puntata, è arrivato col passare del Festival. In particolare, la quarta serata con i duetti e l’emozionante premio alla carriera a Milva, e questa finale piuttosto ritmata che ha visto trionfare un buon cantautorato, hanno portato il Festival a una volata finale nel segno della qualità. Si dice sempre che Sanremo sia lo specchio del Paese. Quest’edizione sembrerebbe mostrare un ritratto piuttosto confortante. Perciò, io – in previsione di tempi peggiori – vado a ballare con Paddy Jones.

Ph: SGP