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By Luca Forlani
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E così è ripartito il grande carrozzone del Sanremone italico: Poppoppoppopò (per dirla con la sigla iniziale composta dal Maestro Baglioni per l’occasione). Da apprezzare la decisione del “dittatore artistico” di ricoprire il suo ruolo istituzionale con misura ed eleganza, facendo un passo indietro: accoglie gli ospiti, scherza con Hunziker e Favino, duetta con Morandi, suona il pianoforte nel piacevole momento con il cast all star di “A casa tutti bene”. Insomma fa quello che gli compete, com’è giusto che sia. Chapeau. Nell’articolo di presentazione mi chiedevo chi avrebbe “condotto”, nel vero senso della parola, questo Festival. Ecco la risposta: Michelle Hunziker. La showgirl elvetica si dimostra un’ottima padrona di casa con verve e garbo. Scende le scale con un abito lungo di velluto nero e in mano un narciso bianco, esplicito richiamo alla campagna ‘Io sono qui’ contro la violenza sulle donne. Lancia una dichiarazione d’amore al marito seduto in platea: «C’è mio marito che non vedo da due settimane. Ciao amore, sei talmente bello che ti risposerei». Fantastica! Per le prossime puntate però le sconsiglierei di cantare. A ognuno il proprio ruolo, “Dittatore Baglioni” docet. Menzione d’onore per Pierfrancesco Favino che sfoggia delle sorprendenti qualità mattatoriali in un ‘blob’ musicale in cui miscela poesia, ironia, musica e qualche accenno di imitazioni. Introdotto da Claudio Baglioni, l’attore inizia “il momento culturale” del festival recitando Giacomo Leopardi: “Silvia, rimembri ancor quel tempo della tua vita mortale quando”, prima di iniziare a canticchiare “Quando, quando” di Tony Renis. Baglioni lo interrompe per riportarlo alla poesia, Favino torna serio e ricomincia a recitare “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, ma poi prosegue con noti motivi di (tra gli altri) Edoardo Vianello, Minghi-Mietta, Loretta Goggi.

Quando arriva a Eros Ramazzotti la battuta di una perplessa Michelle Hunziker strappa una delle poche risate della serata. A regalare gag a ripetizione c’ha pensato l’attesissimo Fiorello a cui viene affidata l’ouverture. Lo showman non fa in tempo ad aprire la serata che viene interrotto da un uomo subito ribattezzato scherzosamente “cavallo pazzo”, in ricordo di colui che tentò di interrompere una diretta sanremese di Baudo. L’incursore guadagna il centro del palco, si avvicina a Fiorello e urla: “Sono due mesi che cerco un contatto con Procuratore della Repubblica e con il sindaco di Sanremo“ mentre viene prontamente raggiunto dal personale della sicurezza e scortato fuori dalla scena. L’imprevisto ha inizialmente lasciato senza parole lo stesso ’scaldapubblico’ Fiorello, che ha ironizzato sull’accaduto ricordando i fuori programma di baudiana memoria. “Lo sapevo che non ci dovevo venire”, ha scherzato poi. Grandi protagoniste della serata sono state – come promesso da Claudione nostro – le canzoni. Assai discutibile la scelta di proporre tutti i venti mitologici brani nella prima serata, con un effetto un po’ da abbuffata natalizia. La mia faccia a fine serata è simile a quella di Fantozzi davanti a La Corazzata Potemkin.

Apre la gara Annalisa con la sua voce impeccabile e una canzone radiofonica che funzionerà. Ron con “Almeno pensami” scritta da Lucio Dalla emoziona più per il sentito tributo che per la reale qualità del brano; se l’autore l’avevo lasciato nel cassetto un motivo ci sarà. Deludono i debutti italiani dei The Kolors e Mario Biondi. Colpiscono Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente, saggia risposta a chi predica il terrore, Max Gazzè che ci conduce, con il suo stile inconfondibile, nelle atmosfere fantasiose de La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Lascia il segno la divertente performance che accompagna l’esibizione del gruppo Lo Stato sociale: sulle note di Una vita in vacanza un’anziana ballerina si scatena con tanto di danza acrobatica. Sarà la nuova “scimmia di Gabbani”? Nel dubbio io la vorrei come nonna, o zia, o alla peggio fidanzata. Al di là dei verdetti finali, che spesso a Sanremo lasciano un po’ il tempo che trovano, la vincitrice morale è già Ornella Vanoni che, accompagnata da due cantautori sopraffini come Bungaro e Pacifico, incanta l’Ariston con “Imparare ad amarsi”. Standing ovation e infiniti complimenti per il coraggio di partecipare in gara nonostante sia una vera “Big” (una delle poche in gara? … io non l’ho detto). La mitica Ornella dà anche una notevole lezione di “interpretazione” ai più giovani, che spesso danno libero sfogo alle loro ugole d’oro dimenticando l’aspetto più importante: lasciare il segno. E la Signora Vanoni l’ha lasciato, ancora una volta. L’impressione generale è quella di un Festival di qualità, con buone canzoni, ottimi ospiti, guidato da tre volti competenti e professionali, ma si sente la mancanza di un cuoco esperto che sappia miscelare nel modo giusto tutti questi ingredienti. Manca un po’ di sale, ecco. E detto da uno che non sa cucinare…