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By Luca Forlani
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La leonessa della musica italiana è tornata a ruggire. Loredana Berté torna con un nuovo album di inediti dopo ben tredici anni (Babyberté, 2005) più forte che mai. S’intitola Liberté questo inaspettato ritorno discografico della rockstar la cui storia riporta alla mente l’araba fenice. Come l’uccello mitologico sa rinascere sempre dalle proprie ceneri. E nell’album, canzone dopo canzone, si sentono successi, cadute, dolori, tragedie, oblio, follia, brandelli di vita vissuta che Loredana, come per magia, riesce a trasformare in musica, parole e poesia. Un disco vivo, originale e moderno; molte delle nuove cantanti italiane dovrebbero ascoltarlo e, soprattutto, studiarlo. Dovrebbero prendere appunti per capire la grande differenza che intercorre tra una brava interprete e un’icona.

Loredana Berté è un’icona indiscussa della musica italiana. Un’artista in continua evoluzione dotata di un carisma e una capacità interpretativa uniche. Sulla copertina di Liberté prova a togliersi quella camicia di forza che nel 2002 cercarono di metterle sul serio per poi condurla in un ospedale psichiatrico. Canta la libertà, Loredana, e con tutta la forza che può. È un fiume in piena, e lo si capisce già dalla prima canzone, quella che dà il titolo all’intero album, canta il suo essere orgogliosamente fuori dal coro: lei non sta fra gli inni e le bandiere, fra le pecore in processione, e la sua unica vocazione è essere solo un cane sciolto. Colpisce Messaggio dalla luna, autentico gioiello regalatole da Ivana Fossati, autore delle sue canzoni manifesto: Dedicato e Non sono una signora. La ferita per la perdita dell’amata sorella Mimì è ancora dolorosamente aperta in Anima Carbone. Loredana ha dato voce alle parole dei più grandi autori della musica italiana; in Una donna come me scritta da Gaetano Curreri – autore anche dell’inedito presentato alla commissione selezionatrice di Sanremo 2019 – racconta il suo lato più intimistico e riflessivo. In Maledetto Luna-Park Loredana racconta alti e bassi di una vita complicata ma raggiunge l’apice del suo essere “maledettamente rock” in Tutti in paradiso e Babilonia. Il “pettirosso da combattimento” – come la chiamava Fabrizio De André – dimostra di avere ancora molto da dire. Tutte la tracce del disco sono potenziali singoli, e già questo rende Liberté un disco speciale. Anche i big più blasonati e supportati della musica italiana confezionano sempre più spesso (ahinoi!) album con due o tre potenziali singoli e il resto solo sbiaditi riempitivi. A chiudere il disco Non ti dico no, tormentone dell’estate appena passata che, complice l’incisivo featuring con i Boomdabash, ha contribuito alla rinascita discografica della rockstar.

Liberté dimostra – qualora ce ne fosse bisogno – che l’artista calabrese è un vulcano che non smette di eruttare. E il disco è fortemente al passo con i tempi tanto nei suoni quanto nei testi. Non è un caso che – esclusi gli impeccabili contributi di Curreri e Fossati – hanno contribuito al disco molti giovani autori come Gerardo Pulli, Piero Romitelli, Andrea Bonomo. Uno scambio generazionale che piace e che culmina nell’intro e outro con i cori di bambini. Gli stessi bambini di una classe a cui una maestra ha raccontato la terribile infamia che colpì Mimì – il portare jella – come se fosse una favola da cui trarre una saggia morale. Loredana Bertè non è una vecchia gloria della musica italiana e nemmeno un’icona da onorare ma una cantante che sa raccontare il presente e la cui voce non smette di graffiare e colpire nel profondo. Non è una signora, Loredana Berté, è molto di più: un’artista inarrestabile.

 

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