“Iron Maiden” ci ha spiegato l’heavy rock

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By Luca Fassina
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Natale 1979. Gli Iron Maiden sono un quintetto londinese capitanato da Steve Harris, un bassista tifoso del West Ham United. Sono assieme da quattro anni e sono riusciti a costruirsi uno zoccolo duro di fan che cresce giorno dopo giorno. Suonano quello che il giornalista Geoff Barton da qualche mese ha identificato col termine di new wave of British heavy metal e hanno suscitato l’interesse della EMI.

La band porta orgogliosamente il nome di un noto strumento di tortura medievale, che sembra Steve abbia visto in un film degli anni Trenta. Dato che l’allora premier britannica Margaret Thatcher era chiamata “la lady di ferro”, ai nostri non parve vero di poter sfruttare la pubblicità gratuita dell’assonanza usando l’immagine della Thatcher sulle copertine di singoli come Sanctuary e Women In Uniform

Insoddisfatti del lavoro di Gary Edwards e Andrew Scott, chiedono l’aiuto del produttore Wil Malone – responsabile degli arrangiamenti sui dischi dei Black Sabbath – per poi ignorarlo, lavorando direttamente col fonico Martin Levan. Assieme a Steve, troviamo il chitarrista Dave Murray, il cantante Paul Di’Anno e due new entry recuperate per le registrazioni: il batterista Clive Burr e il secondo chitarrista, Dennis Stratton.

Nel gennaio 1980, i cinque entrano nei Kingsway Studios, dove registrano per due settimane quello che sarà il loro primo album. Tra otto le canzoni del disco, diverse sono destinate a diventare dei must dal riconoscibilissimo sound: Prowler apre l’album con la ritmica delle chitarre trascinate; faceva parte del demo che ammaliò il deejay Neal Kay, tra i responsabili della diffusione underground della loro musica.

Altrettanto riconoscibile l’attacco di batteria-basso di Running Free: nonostante non sia la miglior canzone dell’LP, diventa il primo singolo ed è molto adatta al live grazie ai cori che il pubblico può cantare con la band. La suoneranno rifiutando il playback al Top Of The Pops sulla TV nazionale. Phantom Of The Opera è la tipica cavalcata maideniana in crescendo; ispirata dai classici della letteratura, come diverse tra le canzoni future.

L’album si chiude con la title track Iron Maiden, un vero inno scritto per i fan. Unico brano a non aver mai abbandonato le scalette dei loro concerti, rappresenta il climax dello show, quando sale sul palco Eddie, la mascotte creata dal disegnatore Derek Riggs che ha contribuito a rendere immediatamente riconoscibile tutto quello che è legato all’immagine della band.