“Gigaton” è il miglior disco della nuova era dei Pearl Jam?

Fede, valori e storia: il tributo di Joe Schittino
4 Aprile 2020
Il buco – Recensione
9 Aprile 2020

By Luca Fassina
6 Aprile 2020

C’erano una volta i Pearl Jam degli anni ’90. Quelli incazzati, che surfavano sull’onda del grunge che da Seattle sommergeva il mondo. Quelli che in tre anni hanno raggiunto la vetta con l’oscurità di Ten, la cruda aggressività di Vs. e la disperata pressione psicologica che ha dato vita a Vitalogy. Oggi il quintetto è sempre quello del 1999, ma i suoi musicisti sono tutti over cinquanta: con il nuovo millennio – diciamo da Binaural in poi – hanno inevitabilmente cambiato direzione e Gigaton, il loro nuovo album, continua quel viaggio, senza però osare troppo. 

Forse avrebbero dovuto proseguire su quanto proposto in Dance Of The Clairvoyants: unico pezzo veramente diverso nel disco, questo primo singolo dal sound funk, con un Vedder che passa dalla rabbia alla spossatezza ha fatto pensare a una svolta stilistica che in realtà non c’è nelle altre canzoni. Eppure hanno voluto il produttore Josh Evans, al posto dello storico Brendan O’Brien (cambio della guardia abbastanza indolore, se si considera il fatto che i due si sono divisi il posto dietro le tastiere in tutto il disco).

Gigaton si apre con Who Ever Said, brano tipicamente Pearl Jam, e prosegue a fasi alterne tra ritmo e contemplazione: Superblood Wolfmoon è un garage-rock così vitale che la pesantezza del suo testo arriva un attimo dopo; Seven O’Clock ha un ritornello quasi mesmerizzante; il ritmo di Never Destination e il tiro di Take The Long Way ben si contrappongono alla – mielosa – ninnananna di Alright o alla ballata per voce e acustica southern Comes Then Goes, che dimostra come la voce di Vedder sia a volte sottovalutata.

A chiudere il disco un brano scritto da Eddie qualche anno fa: River Cross ha una buona armonizzazione supportata da un organo sommesso; suonato dallo stesso cantante nel demo originale del 2015, è stato mantenuto nella sua versione integrale. Al solito professionale tappeto sonoro che conosciamo bene si accompagnano testi impegnati che vanno dalla presa di posizione contro il presidente Trump alla preoccupazione per il cambiamento climatico: l’album prende il nome dall’unità di misura utilizzata per quantificare il distacco del ghiaccio dai poli e la forte immagine della copertina è del fotografo naturalista canadese Paul Nicklen, che ha ritratto la lenta agonia dell’isola Nordaustlandet, nelle Svalbard norvegesi. Forse Gigaton ‪non passerà alla storia come il miglior disco dei Pearl Jam, ma va ascoltato con attenzione, per coglierne anche i risvolti sociali, e senza preconcetti, per essere apprezzato al meglio.‬