Fede, valori e storia: il tributo di Joe Schittino

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Nella interezza autentica e riservata della pagina, pur attraverso un esporre umile, manchevole rispetto alla materia (oscillante e vertiginosa) da trattare, trovo giustificazione a un intento supremo: raccontare.  Raccontare la musica del compositore Joe Schittino. Un raccontare che sarà stimolazione e formula d’ogni sfida e d’ogni incanto; impresa coraggiosa, anche: dovrà esplorare e prodursi, riassorbendo in sé percezioni spirituali precise, tormenti e brillantezze sempre immuni da inerzie mentali e fervore creativo. Liberamente adattata e tradotta dalla Vita di Sant’Agata contenuta nel Manoscritto 173, custodito alla Biblioteca Capitolare di Trento, in una prodigiosa compenetrazione di coro e orchestra, ecco allora la Passio Sanctae Agathae: una cantata in otto stazioni e un interludio, che ripercorrono, attraverso un tessuto tremendo e benedetto, le torture e il martirio della santa catanese.

L’equilibrio musicale, pur nel reiterato cambio di registro e di stile, è sorprendente, non cede a incoerenze, anzi, proprio  da tali combinazioni alchemiche, coniugate in purezza sonora, esce una verità, complessa e immutabile, per sua natura integrale, scevra da ovvietà. La sequenza degli episodi, separati iconicamente come in un disegno articolato che con attitudine combinatoria si dispone seguendo variabili concepite appositamente, si legano in un ruolo decisivo: quello di generare una narrazione musicale senza interferenze e senza supremazie, bensì finalizzato a riunificare la memoria in una lunga, struggente  parabola. Frammentazioni votate all’insieme, coaguli strutturali apparentemente autonomi, ma che portano a una evocativa proliferazione di energia, dentro un tempo che ne raccoglie altri: una dimensione moltiplicante. L’opera non si dipana per rappresentazioni, ma si modella grazie alla forza che crea, alla libertà che ci consegna di organizzare la pietà. Fin da subito.

L’irruzione degli eventi, devastanti e infami, sostenuta prevalentemente dal coro, ci immerge nella fatica inquieta, lancinante ma dolcissima di un Ascolto consapevole. Dall’arresto di Agata, all’inquisizione; dall’amputazione corporale alla guarigione in carcere; dalla tortura sui carboni ardenti all’estrema preghiera a Dio in hora mortis; finanche, dall’eruzione dell’Etna al miracolo che ne blocca l’emissione violenta e distruttrice. 

Ogni parola scandita, in latino tardo medievale, a tratti in fraseggi a cappella, si riflette e si vivifica in note tenute al massimo del fremere, in una irreversibile intensità. Passaggi ora rabbiosi, ora scalfiti; ora gravidi, imperiosi e potenti, ora vulnerabili e vibranti. Sempre espliciti e pensanti, sempre insinuanti e protagonisti. Spesso dilatati in sovrapposizioni di voci che danno  il senso dell’urgenza e del dramma: echi che fendono la coscienza in interrogazioni profonde, in cocenti immediatezze. L’orchestra ne incalza e rincalza la grandezza: si esprime per eloquenti svelamenti, e puntellamenti, e veemenze intime, e brucianti irruenze. Archi che palpitano tremando d’assoluto; trombe perentorie e persuasive; arcaici segni di campane a rintoccare il loro presagio doloroso;  tintinnii disseminati come perle di vita assediata… Accordi accavallati e armonie fluenti in un arabesco sgomento quanto disinvolto, scuro quanto abbagliante.


Una profezia in atto, un condurre empatico al punto più alto: l’interludio, ossia l’assunzione della santa al cielo. Davvero una conquistata sospensione alle soglie dell’invarcabile. Davvero una spinta nell’altrove, ai confini della ragione, nel punto in cui immanenza e perfezione, in scoperta poesia, si dispiegano solenni. Qui, penetrando una fiducia senza soggezioni, Schittino spalanca una voluttà di pace. Qui la musica s’illimpidisce di certezze. Qui l’abisso è tutto in verticale, travalica l’oltre, si completa d’eterno.