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By Alessandro Nava
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Abbiamo incontrato il pianista Simone Di Crescenzo, dopo i recenti successi concertistici nel nome di Gioachino Rossini e significative collaborazioni artistiche con musicisti di rilievo internazionale fra cui la star del violino Yury Revich. Dopo aver accompagnato alcune fra le più note stelle mondiali della lirica come Sumi Jo, Vittorio Grigolo, Michele Pertusi, Daniela Dessì, calcando palcoscenici prestigiosi come quello dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, il Festival dei 2Mondi di Spoleto, il Teatro Regio di Parma, il Teatro Rossini di Pesaro e molti altri, ha intensificato la sua attività cameristica e solistica. Proponiamo ai nostri lettori il ritratto di un artista poliedrico e appassionato, profondamente radicato nella tradizione italiana, ma aperto alle contaminazioni e alla ricerca. La sua carriera, fondata su un solido rigore stilistico, dopo un apprendistato in Italia, si sta aprendo all’Europa e al resto del mondo per nuovi interessanti progetti discografici e concertistici. Il pianista ci racconta la sua formazione, il suo rapporto con la musica, con la ricerca musicologica e le sue riflessioni sul mondo musicale attuale.

Hai cominciato a studiare a 4 anni: com’è nata l’idea di farti studiare sin da bambino? Eri già affascinato dalla musica?

L’idea di iniziare a studiare musica è nata quasi per caso. A 4 anni andai in vacanza con i miei genitori e nella hall dell’hotel dove eravamo ospiti vi era un pianista, Sergio, (ricordo ancora il nome) che suonava tutte le sere per intrattenere gli ospiti. Pur essendo così giovane ero affascinato dalla musica e seguivo tutte le sue performance al punto che egli stesso suggerì a mia madre di avviarmi allo studio del pianoforte. Al ritorno dalle vacanze feci una prova attitudinale in un’accademia privata e mi fu rilasciato un certificato di idoneità in cui si diceva “il bambino ha ottime doti musicali, scegliamo di ammetterlo presso la nostra accademia pur essendo così giovane”. E tutto ebbe inizio da lì. Frequentai questa accademia fino a 11 anni, quando fui ammesso in conservatorio.

Qual è stato il tuo rapporto con la musica, man mano che sei cresciuto? Come riuscivi a conciliare uno studio così impegnativo con quello scolastico?

Avendo iniziato così presto all’inizio era un gioco, un’attività che facevo insieme alla scuola. Poi quando fui ammesso in conservatorio la faccenda si fece più ‘seria’ e iniziai un lungo periodo di studio sistematico che durò ben 10 anni. Nel corso di questo arco di tempo il mio interesse per gli studi musicali si è sviluppato in maniera crescente, compiendo un intenso percorso formativo sotto la guida della mia insegnante, la pianista Daniela De Ninis. A lei devo la mia impostazione strumentale, la formazione ‘accademica’ di quella che considero una scuola che oggi non esiste più, lo sviluppo di una sensibilità musicale e di un gusto per il ‘bello’ che mi hanno accompagnato fino ad oggi. Certamente non è stato semplice conciliare tutto questo con gli impegni scolastici, anche perché ho frequentato il liceo e amavo studiare molto anche per la scuola. Ricordo ancora le mie giornate molto faticose in cui mi svegliavo presto al mattino, andavo al liceo e nel pomeriggio in conservatorio. La sera, rientravo a casa e studiavo per il giorno dopo… Credo che sia stato possibile affrontare tutto questo grazie alla mia passione e determinazione. Lo studio di uno strumento classico richiede estrema dedizione, devozione e tanta, tantissima pazienza.

 

Qual è stata l’evoluzione dei tuoi gusti musicali e cosa ti piace ascoltare, in generale?

Da adolescente ero molto affascinato dal repertorio sinfonico tardo romantico: amavo visceralmente Liszt, Brahms e Schumann e nel mondo dell’opera ero un fan di Puccini e Verdi. Con il passare del tempo i miei gusti sono cambiati: mi sono appassionato via via al barocco e al classicismo e ho trovato in Rossini, Mozart e i compositori della scuola napoletana i miei paladini. Questo cambiamento di gusti si è riversato anche nelle scelte di repertorio per i concerti. Diciamo che sono uno specialista della musica dal tardo ‘700 alla prima metà dell’800, soprattutto italiana. È il periodo che prediligo da un punto di vista estetico ed esecutivo e lo sento molto vicino al mio modo di essere. In generale non ascolto molta musica classica, non più. Ascolto alcuni concerti dal vivo e ovviamente ciò che suono o ciò che mi serve per lavoro. Poi ascolto il pop, la musica etnica e la disco music.

 

Hai studiato con professionisti di grande talento, quali sono stati quelli che ti hanno ispirato maggiormente?

In ambito strettamente pianistico ricordo ancora le mie lezioni con Piero Rattalino, con Antonio Ballista e Bruno Canino. Sono stati grandi pianisti e didatti, che hanno contribuito alla mia formazione strumentale e musicale in senso lato. Devo molto anche a Leone Magiera, i cui preziosi consigli sono sempre stati illuminanti dall’alto della sua grande esperienza di palcoscenico. Per quanto riguarda la mia formazione in ambito operistico e vocale devo moltissimo a Mirella Freni, fu lei a notarmi già da quando frequentavo l’Accademia del Teatro alla Scala a Milano e a portarmi nella sua scuola di Modena come pianista e maestro collaboratore. Infine sono stato particolarmente ispirato dai miei incontri con Lina Vasta, soprano ospite della Casa Verdi di Milano, che considero una musa ispiratrice. È stata lei a rivelarmi molti segreti dell’antica scuola italiana, che ho potuto confrontare con i miei studi e le mie ricerche sul belcanto.

 

Qual è l’aspetto della musicologia che ti affascina di più?

Fin da bambino sono sempre stato attratto dall’archeologia. Considero in un certo senso la musicologia un’archeologia dei sentimenti umani, che possono ritornare alla luce e rivivere ancora grazie alle preziose fonti musicali che ci tramandano un glorioso passato artistico. Direi che una passione storica è un buon motore di interesse, unita alla curiosità per l’evoluzione del pensiero umano, di cui la musica è una delle espressioni più alte. Spesso mi chiedo come dovesse realmente ‘suonare’ alle orecchie di un ascoltatore di 200 o 300 anni fa un determinato brano, quali sensazioni uditive potesse suscitare e quali messaggi reconditi nascondesse. Vivo la musicologia non come studio fine a se stesso, ma come strumento necessario per una sempre più consapevole interpretazione musicale. La mia ricerca e le mie performance sono quindi strettamente collegate.

 

Tra tutti i grandi nomi che potremmo fare, qual è il pianista che più degli altri hai sentito come il modello più importante?

Ci sono due grandi pianisti che considero modelli. Il primo è indubbiamente Arturo Benedetti Michelangeli. Pur suonando un repertorio molto diverso dal suo, mi sento molto legato a questo grande genio italiano. La mia insegnante è stata allieva di un’allieva diretta di Michelangeli, ovvero Lucia Passaglia, considerata una delle più grandi didatte italiane del secondo Novecento. Ho sentito quindi parlare di Michelangeli da sempre. Conosco tutte le sue incisioni ed è fuor di dubbio che la sua perfezione tecnico-formale può essere di ispirazione per intere generazioni di pianisti. Da Michelangeli ho imparato anche il culto del suono, la ricerca del tocco, l’equilibrio emotivo. Un’altra grande pianista che stimo profondamente è Maria Tipo, per la vicinanza del repertorio da lei interpretato, per l’attenzione alla musica da camera e per il segno di una grande tradizione italiana dalla quale lei proviene e alla quale sento di appartenere.

Quand’è che hai capito che avresti voluto approfondire seriamente lo studio del Belcanto?

Questo interesse si è manifestato circa 10 anni fa, in seguito al mio incontro con Mirella Freni. Da lei ho imparato ad ‘ascoltare’ le voci, a comprendere alcuni segreti e problematiche dell’emissione vocale. Pur non essendo cantante ho seguito innumerevoli lezioni di canto con grandi maestri e cantanti: Leyla Gencer, Dunia Vejzovic, Francisco Araiza, Adriana Maliponte, Tiziana Fabbricini, Stefania Bonfadelli, e ovviamente Lina Vasta. Pur essendo molto diversi, da ognuno di loro ho appreso qualcosa di utile e prezioso. Ma direi che le mie fonti primarie di approccio al Belcanto storico sono state da un lato le registrazioni storiche dei primi anni del ‘900 e dall’altro gli antichi trattati di canto, che ho studiato e tradotto in alcuni casi. Tutto ciò che oggi conosco è quindi il frutto di un lungo periodo di ricerca, sperimentazione e confronti durato più di 10 anni.

 

Quale progetto, tra gli incarichi istituzionali che hai svolto come responsabile artistico, ti ha dato più soddisfazioni?

Fra i progetti che mi hanno dato maggiore soddisfazione c’è sicuramente l’incarico di responsabile musicale per alcune produzioni operistiche presso lo Stadttheater di Klagenfurt, dove ho lavorato con grandi colleghi come il regista Stefano Poda, Josef Enst Köpplinger, attualmente sovrintendente a Monaco e il maestro viennese Peter Marschick. Un altro progetto che ha segnato molto la mia carriera è stato l’incarico di segretario artistico e assistente del direttore artistico presso la Scuola dell’Opera Italiana del Teatro Comunale di Bologna, durante la sovrintendenza di Marco Tutino.

 

Quale approccio scegli per insegnare canto e pianoforte?

Sono due approcci molto diversi. Insegnare pianoforte è per me molto semplice, anche perché i miei allievi sono tutti giovanissimi e quindi posso curare la loro formazione dalla base. Oggi non è facile trovare bambini che abbiano la pazienza di seguire uno studio sistematico parallelo a quello scolastico, ma posso dire che la collaborazione con la famiglia è fondamentale: si tratta quindi di un lavoro di squadra. Ho pochi allievi, scelti e che seguo con attenzione. Per quanto riguarda il canto la faccenda è molto più complessa poiché quasi sempre mi trovo di fronte a ragazzi che hanno già avuto un’impostazione e quindi è più difficile correggere i difetti acquisiti e le vecchie abitudini. L’obiettivo futuro e di aprire un’Accademia dedicata al Belcanto italiano, dove potrò mettere a frutto tutte le mie conoscenze.

 

Cosa consiglieresti di non tralasciare mai a chi volesse fare ricerca e sperimentazione in campo musicale?

Consiglierei di non lasciare mai il rapporto diretto con uno strumento e con la musica viva, ovvero quella che si svolge sul palcoscenico. La ricerca fine a se stessa rischia di diventare arida e di rimanere chiusa in un mondo puramente accademico. Come ho già detto per me ricerca e performance sono legate insieme. La musica è qualcosa di vivo, di magmatico, che si muove continuamente e che segue i flussi del pensiero umano e della società.

Se dovessi indicare l’artista che sperimenta nel modo migliore, nel panorama musicale attuale, chi diresti?

Per me uno degli artisti che oggi sperimenta maggiormente nel panorama internazionale è il violinista Yury Revich, con cui ho il piacere di collaborare. Yury è una fonte continua di ispirazione, di visioni e di contaminazioni fra le arti. Egli è un artista del Rinascimento che vive pienamente la realtà odierna. Oltre alle sue straordinarie doti musicali ammiro la sua capacità comunicativa e la sua geniale creatività. Presto annunceremo i nostri prossimi progetti, proprio nell’ottica di una continua sperimentazione fra musica, danza, arti performative e arti visive.

 

Attualmente ti stai occupando dell’archivio personale del critico musicale e vociologo Rodolfo Celletti. Raccontaci cosa vuol dire scoprire, aver cura e valorizzare un archivio così prezioso.

Rodolfo Celletti è una figura estremamente interessante per gli studi sul Belcanto storico. Ho il privilegio di poter lavorare direttamente sui suoi documenti personali e di essere il responsabile del progetto di ricerca nato dalla collaborazione fra la Fondazione Paolo Grassi e l’Università La Sapienza di Roma. Aprire i fascicoli delle sue lettere, dei suoi appunti, dei suoi studi è ogni volta una grande emozione, proprio come aprire uno scrigno dal passato. In Italia il patrimonio archivistico e librario, soprattutto in ambito musicale, deve ancora essere valorizzato pienamente. Le istituzioni dovrebbero comprendere l’immenso valore di ciò che possediamo e di quanto sia importante esaltarne i contenuti attraverso degli studi sistematici e la formazione di personale qualificato. Spero che anche altri fondi possano essere studiati in maniera sistematica, uno su tutti: la Biblioteca del Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli.

 

Raccontaci della soirée tutta dedicata a Rossini, com’è nata l’idea?

La Soirée Rossini che si è svolta il 18 luglio presso il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca è nata dall’idea di celebrare il Cigno di Pesaro per l’anniversario dei 150 anni della sua scomparsa attraverso il repertorio cameristico e le trascrizioni a lui ispirate. Il programma è stato concertato a quattro mani con il Direttore Artistico del Festival, Alberto Triola. Sono molto soddisfatto non solo per il grande successo di pubblico e critica ottenuto, ma anche per l’originalità del progetto artistico e per aver collaborato con artisti di fama internazionale come Yury Revich e Michele Pertusi, il noto basso a cui è stato assegnato il Premio Belcanto R. Celletti 2018.

 

Parlaci dei tuoi prossimi progetti discografici.

Sono felice di annunciare la mia recente collaborazione con la casa discografica Concerto Classics, e con il nuovo general manager della label italiana, Mario Marcarini. Con questa etichetta mi dedicherò all’esplorazione del repertorio tastieristico inedito di scuola napoletana e collaborerò con noti cantanti per altri progetti di musica vocale da camera che saranno annunciati in autunno.

 

 

Per il bel servizio fotografico realizzato presso Palazzo Mezzopreti, la storica sede del Conservatorio di Musica di Pescara, la Boutique Capuzzi Moda ha concesso gli abiti e il fotografo Mirco Panaccio è abruzzese: il progetto ha una forte connotazione locale, parlaci di questo progetto e raccontaci che rapporto hai con la tua regione, pur avendo viaggiato molto.

Sono molto orgoglioso di questo progetto fotografico ‘tutto abruzzese’. Mirco Panaccio è una piacevole scoperta, è un giovane fotografo originario del mio stesso paese di nascita. Sono rimasto colpito dal suo talento e dai suoi colori. Insieme a lui è nata l’idea di realizzare uno shooting proprio in Abruzzo e precisamente nella storica sede di Palazzo Mezzopreti, dove ho studiato diversi anni fa. In collaborazione con il Conservatorio D’Annunzio, che quindi ringrazio, abbiamo potuto realizzare questi scatti in una raffinata cornice liberty di ispirazione neoclassica. È stato molto emozionante per me tornare nei luoghi dove mi sono formato e rivivere emozioni passate. La Boutique Capuzzi Moda mi ha gentilmente concesso gli abiti tutti rigorosamente di alta sartoria italiana. Questo progetto ha volutamente una connotazione locale: ho voluto esaltare le potenzialità artistiche della mia terra, alla quale mi sento particolarmente legato. Amo profondamente la mia regione: è per me un’oasi di pace quando rientro dai miei viaggi. In Abruzzo si possono trovare ancora quei caratteri di un sano stile di vita, necessari per la salute di un artista.

Photo: Mirco Panaccio
Outfit: Capuzzi Moda per Etro, Corneliani, Tagliatore, Eredi Del Duca, Volfagli, BOB
Hair stylist: Graziano Marcovecchio
Location: Palazzo Mezzopreti – Conservatorio “L. D’Annunzio” di Pescara

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