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By Lorenzo Sabatini
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Sara Corbioli, veneta, nasce nel giorno di Halloween del 1986. Curiosamente la data di nascita influenza la sua personalità certamente dark ma anche caratterizzata, si passi il termine, dalla “favolosità”.

Una promettente cartoonist diplomata alla prestigiosa Scuola Internazionale di Comics, vive a Firenze con la compagna Paola con cui gestisce un ristorante vegano tra i più famosi in città chiamato Crepapelle. La sua carriera professionale si divide tra sketch sul suo inseparabile taccuino e deliziose crepes ai funghi.

La passione e la determinazione non mancano a Sara: il pilot del suo cartoon Be More Popcorn, a tematica LGBT e molto dissacrante, si è già fatto notare ed è stato selezionato in prestigiose rassegne a tematica queer tra la Toscana, la Sardegna e l’America.

L’obiettivo di Sara è andare avanti nello sviluppo degli episodi del suo cartone animato e di lanciarlo in grande nel mercato europeo e americano.

Durante l’infanzia disegnavi molto? Quale stile ti piaceva di più tra i tanti dell’animazione? Avevi un cartoon preferito?

Ho sempre disegnato molto, fin da quando avevo 5 anni, tutto il mio tempo libero lo dedicavo al disegno e alla mia cagnolina, Minnie. Riempivo quaderni con storie e fumetti inventati da me, allora il mio personaggio era Billy Jack, un cowboy, con il suo cavallo. Riempivo di disegni anche i libri e i quaderni di scuola: non c’era un libro nel mio zaino che non fosse pieno di disegni. Disegnavo a casa, in classe, sulle tovagliette di carta dei ristoranti, sulla carta igienica, sulla scrivania, ovunque! Lo stile che preferisco da sempre è lo stile americano, poi crescendo e approfondendo le mie conoscenze nell’animazione, mi sono appassionata anche allo stupendo stile francese e alla stop motion. Il mio cartone animato preferito era ed è I Simpson, sono cresciuta con loro, per me sono sempre stati quasi una “seconda famiglia”. Erano così diversi dai soliti cartoni eroici, avevano un’ironia intelligente che tante volte non era dedicata ai bambini. Mi piaceva questo di loro. Avevo un sacco di gadget e magliette, non mi perdevo una puntata cascasse il mondo. Comunque seguo molto anche I Griffin e American Dad. Sicuramente sono sempre stata attratta da cartoni non fiabeschi, ma più sarcastici.

 

Parlami della tua formazione alla scuola internazionale di Comics di Firenze.

Subito dopo il diploma in grafica pubblicitaria, mi sono trasferita a Firenze per frequentare la Scuola Internazionale di Comics. Il mio corso di animazione era tre volte la settimana, per tre anni. Lì ho imparato l’animazione, le tecniche a mano e ho visto per la prima volta una cosa creata da me, prendere vita, era semplicemente un omino che camminava. Per me è stato rivelatorio, emozionante: si muoveva! Era vivo! Ci hanno insegnato le tecniche migliori per il disegno d’animazione e molti trucchi del mestiere. Era importante saper recitare il ruolo del tuo personaggio, per poter disegnarne correttamente le espressioni e i movimenti. Durante le lezioni cercavo di imparare più che potevo, per me era un onore e un traguardo essere lì, imparare quelle cose era un piacere. Alla fine di ogni anno c’era un esame da sostenere.

 

Parlaci degli strumenti che impieghi per creare le tue animazioni.

I miei strumenti sono il mio pc, la tavola grafica e un taccuino dove annoto tutte le mie idee.

Hai scelto la tematica LGBT e la racconti con ironia e in un modo non propriamente politically correct. Le tue storie sono interamente frutto della tua fantasia o sono state ispirate anche dalla vita reale?

Le mie storie sono in gran parte ispirate alla vita reale, quasi tutto quello che racconto è successo davvero, magari in maniera più sobria, ma c’è comunque meno inventato e più realtà. Ho scelto di usare l’ironia perché la mia tecnica è questa e perché c’è bisogno di usare un po’ di ironia riguardo le tematiche LGBT. Quasi tutti i film e le serie riguardanti il tema, sono drammatiche. In realtà il mondo LGBT è pieno di spunti esilaranti, è un mondo assolutamente divertente e liberatorio. In fondo la parola gay, significa “gaio”.

 

Scuola di animazione americana o giapponese?

Scuola americana, assolutamente.

 

Chi ti ha più influenzato nel mondo dell’animazione?

Sicuramente Matt Groening, Seth MacFarlane, Tim Burton per la stop motion, Bill Plympton con i suoi Dirty Shorts e Sylvain Chomet, grazie ad Appuntamento a Belleville ho imparato moltissimo riguardo l’espressività caricaturale dei personaggi.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Creare la prima serie tv animata LGBT e realizzare così il sogno che coltivo fin dall’infanzia. Vorrei proprio diventare grande come gli autori che hanno ispirato me. Vorrei riuscire a far vedere alla gente che non c’è niente da temere o discriminare riguardo il mondo LGBT, non ci sono tutti quei drammi che caratterizzano i film a tema, abbiamo vite identiche agli altri. Magari usando l’ironia posso infondere un po’ di coraggio anche ai più giovani nel mondo LGBT, così che non temano il loro coming out.