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Sabato 19 novembre. Una data da ricordare visto che a Torino si è svolta la Trans Freedom March 2016. Un lungo serpentone da Piazza Vittorio a Piazza Carignano con il primo cittadino, la sindaca Chiara Appendino che, avvolta nella fascia tricolore, ha voluto dare un segno di sostegno ad una delle minoranze meno tutelate in questo Paese mettendosi alla testa del corteo.. Ad organizzare la marcia promossa dal Coordinamento Torino Pride l’attivista Sandeh Veet che da sempre si batte per i diritti transgender. Questa giornata – nata nel 1998 negli Stati Uniti – è dedicata al ricordo delle vittime dell’odio transfobico.

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Quando hai deciso di cambiare il tuo nome da Alessia a Sandeh Veet?

Quando ho compreso il vero significato del nome Sandeh Veet (“Oltre i dubbi”) che il maestro Osho mi diede nel 1991. Nel 1999, dopo anni di sofferenze e costrizioni, ho chiuso definitivamente con la prostituzione: un mondo che non mi è mai appartenuto e nel quale non mi riconoscevo. Erano ormai cinque anni che passavo sei mesi l’anno in India cercando la mia vera identità e prepararmi all’intervento chirurgico per cambiare sesso: due mesi in piena solitudine a Sajila, un villaggio sperduto sull’Himalaya dove il primo centro turistico è a dieci chilometri. Lì ebbi un’ esperienza che cambiò radicalmente tutta la mia visione sul futuro. Era l’anno decisivo dopo un percorso psicologico ed endocrinologico fortemente voluto e messo in discussione da una domanda che mi era nata dentro: chi sono io? Quell’esperienza in solitudine e illuminante mi face comprendere che la vita mi aveva creata perfetta così come ero e che non c’era bisogno di diventare qualcos’altro perché ero già ciò che cercavo disperatamente attraverso un cambio chirurgico. Tornai in Italia e lasciai tutto per stabilirmi in un paesino fuori Roma e unirmi ad altre trans in cerca di se stesse presso una piccola comune: Sandeh Veet a quel punto è diventato il mio nome ufficiale.

Come hai iniziato ad occuparti di diritti per i transessuali?

Iniziai presto. Avevo diciotto anni, non era nemmeno un anno che vestivo i panni di Alessia e già portavo tanti traumi sulle spalle: a quei tempi le forze dell’ordine applicavano alla lettera l’articolo 80 del Codice Rocco (risalente all’epoca fascista) il quale determinava solo alcune fasce orarie per il travestimento, fuori delle quali era assolutamente vietato e si rischiavano pesanti sanzioni. Noi trans ci trovammo ad avere dei verbali per mascheramento fino ad arrivare a due al giorno da centoventimila lire l’uno. Non potevamo neanche andare a comprare il pane, se una pattuglia della buon costume ti vedeva la multa era assicurata. Torino in quegli anni era una delle mete di molte trans e travestiti da tutta Italia: assieme ci ribellammo, grazie al passaparola ci ritrovammo in una discoteca e concordammo una manifestazione in piazza Castello sotto la prefettura. La protesta ebbe il suo risultato, bloccarono la questura nel procedere con multe e aspettammo una sentenza del Tribunale di Torino che dava ai transgender la possibilità un’esistenza al femminile con abiti consoni alla loro sensibilità. Pochi mesi dopo Roberta Franciolini e Pina Bonanno vennero a Torino per coinvolgere la comunità trans alla lotta per la legge che tutelava il cambio di nome alle persone che si erano sottoposte a intervento chirurgico e ci consigliarono di fondare il MIT (Movimento Italiano Transessuale). Sentii una forte spinta a mettermi in gioco e insieme Roberta Perini decidemmo di assumerci questa responsabilità. Fu solo l’inizio di un a grande avventura che si concluse quando il 14 aprile del 1982 la legge 164 venne approvata. Nel 1994 rifondai il MIT: questa volta volevo mettere in pratica la mia esperienza e la mia creatività. Da allora mi occupo a tempo pieno dei diritti dei transgender con diverse incursioni nei sindacati, nel cinema e nel teatro per portare la mia visione dell’essere una persona T.

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Perché fare la marcia proprio a Torino?

Ero semplicemente stufa di dover celebrare questa giornata con così poca adesione. Era il 2014 e si discuteva con la mia amica Sabrina della mia visione sullo svolgimento della giornata: dopo una proiezione cinematografica nacque la Trans Freedom March. Per quanto la nostra vita sia difficile e piena di sofferenza trasformiamo in ironia e celebrazione ogni nostro giorno. Per quanto possano cacciarci negli angoli più bui della società la nostra allegria e compassione ci illumina d’immenso. Hai notato i nostri sorrisi durante la marcia? Siamo felici di esistere, solo la società che ci circonda non lo nota.

Tante hanno aderito all’iniziativa e tante no. Spiegaci perché

Ti sbagli di grosso: c’erano molti trans, ma non quelle rifatte da un chirurgo estetico. Bellissime, ma a parer mio un po’ troppo centrate sull’estetica e non sull’essere. C’erano le trans e i trans non stereotipati, quelli che vedi difficilmente in tv, quelli che lavorano come tutti gli esseri umani, quelli che hanno una vita scandita di affettività e una ricerca di inserimento sociale. Certo, chi non ha occhi per vedere difficilmente noterà qualcosa di diverso da quello che i mass media propinano da anni ovvero baracconi da circo e stelle cadute sulla strada della prostituzione.

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Quanto sta cambiando la situazione in tema di diritti?

L’Italia con la legge 164 è stata faro per molte nazioni in Europa. In passato eravamo considerati all’avanguardia ma oggi quella legge sembra antica a confronto con quello che sono stati capaci di fare gli altri stati: c’è molto da fare ma sembra che a questi politici non interessi nulla di noi. Sento però che in questa edizione della TFM qualcosa è accaduto, per la prima volta un sindaco della città di Torino ci ha messo la faccia promettendo politiche inclusive per le persone trans. Per noi tutte è stato un segno di grande riconoscimento.

Possiamo essere contenti rispetto ad altri paesi? Quale nazione sarebbe da prendere come modello?

In Europa l’Irlanda è molto avanti, mentre oltreoceano il modello è l’Argentina. Nel 2012 è stata approvata una legge che afferma l’autodeterminazione di ogni essere umano a scegliere l’appartenenza di genere senza che lo Stato e la burocrazia ostacolino questo sentimento. In Italia – grazie ad alcune sentenze di Cassazione e della Corte Costituzionale – oggi abbiamo la possibilità di cambiare nome nei documenti senza bisogno di intervento chirurgico: così uno può scegliere con tranquillità se fare o meno questo passo. In pratica dove non arrivano i politici ci arrivano i giudici. Abbiamo fiducia nella vita e abbiamo intenzione di farci sentire ancora anno dopo anno con la nostra Trans Freedom March.