Rita Pavone – La musica è nel mio DNA

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Rita Pavone – La musica è nel mio DNA

Qualcuno la definì “la Fiat 500 della canzone italiana”. A torto, secondo me. Non certo per voler sminuire il prestigio della reginetta delle utilitarie storiche italiane, ma trovo il paragone parecchio riduttivo, innanzi tutto perché quando si parla di Rita Pavone casomai si parla di una fuoriserie, di un grandissimo personaggio internazionale esportato in quasi tutto il mondo.

Inoltre non mi limiterei ad ascrivere il suo nome alla sola canzone italiana, ma anche al teatro, al cinema, alla televisione. Rita Pavone Una ragazzina con un talento fuori dal comune che partì subito a gran velocità, sbaragliando in pochi mesi i più autorevoli nomi della musica italiana, riuscendo persino a scalare le difficili ed estremamente selettive classifiche discografiche americane con due album prodotti negli Stati Uniti, quando aveva solo vent’anni. Non era mai accaduto qualcosa di simile ad un artista italiano, prima di allora, e non si è più verificato fino ai tempi molto più recenti di Andrea Bocelli.

Negli anni 60 lo show televisivo più importante d’America era “Ed Sullivan Show”, sul cui palcoscenico erano soliti esibirsi artisti del calibro di Louis Armstrong, I Beatles, Tony Bennet, Frank Sinatra, Ray Charles, per citare solamente i primi che mi vengono in mente. Ebbene, Rita Pavone venne invitata a quello show per ben cinque volte, raggiungendo una popolarità eccezionale, soprattutto considerando che si trattava di un’artista italiana. Quando in Italia si parla di Rita Pavone, è inevitabile ricordare Gian Burrasca, La partita di pallone, La pappa col pomodoro e il Geghegé, momenti memorabili dell’ invidiabile carriera di questa grande icona della nostra musica. Ma queste sono faccende di cui si sono già occupati in tanti, in questi ultimi cinquant’anni.

Personalmente sono molto più stimolato ed incuriosito dalla Pavone internazionale: una vera e propria carriera parallela e altrettanto prestigiosa, segnata da grandi successi e da incontri con artisti importantissimi, inarrivabili, inavvicinabili. Per me certi personaggi come Elvis o Barbra Streisand sono qualcosa di astratto, un po’ come i cartoons…. Invece… un pomeriggio di molti anni fa mi trovavo, come accade da decenni, nella sua casa in Svizzera, con lei ed alcuni amici. Chiacchieravamo del più e del meno quando il mio sguardo si fermò su un ritratto di Elvis Presley con una dedica a Rita. Le chiesi di raccontarmi tutto. Lei non si fece pregare, ma la cosa sorprendente fu la naturalezza del suo racconto, senza enfasi. Raccontava l’episodio con lo stesso tono col quale io avrei potuto raccontarle delle mie ultime vacanze al mare… Oggi le ho chiesto di ricordare quell’episodio della sua vita, per Stars System.

“Mi trovavo negli studi di registrazione di Nashville, quando vengo a sapere che quella sera sarebbe arrivato Elvis. Non potevo assolutamente perdere quell’occasione unica di poterlo incontrare! Però quando ne parlai al mio produttore, mi ritrovai di fronte a un muro di difficoltà. Mi dissero che il Colonnello Parker, suo manager, non permetteva a nessun estraneo di avvicinarsi al Re del Rock. Io ci rimasi talmente male da non riuscire a dissimulare la mia delusione, al punto che furono costretti a promettermi che avrebbero fatto il possibile per farmelo incontrare. Arrivò intorno a mezzanotte ed io, folgorata letteralmente, rimasi in silenzio in un angolo senza fiatare, come mi avevano imposto di fare. Con mia grande sorpresa, fu lui a riconoscermi! Mi venne incontro, mi diede un buffetto e mi disse “Ti conosco! Sei la ragazzina italiana, ti ho visto in televisione, sei grande!”…

Io tremavo come una foglia e, non so come, riuscii, balbettando, a chiedergli una fotografia… E lui mi regalò quel bellissimo poster-ritratto, dedicandomelo. Lo conservo tra i miei ricordi più cari.” Questa donna mi piace. Mi piace la sua sincerità, la sua semplicità, il suo buonsenso che le ha permesso di rimanere sempre con i piedi per terra, che non le ha mai fatto rinnegare, nemmeno per un istante, le sue origini di figlia di un operaio della Fiat e di una mamma che sognava di poter avere un giorno il frigorifero, di essere vissuta in una casetta minuscola con i suoi genitori e i suoi tre fratelli e di aver dormito per anni in un letto piccolissimo sistemato tra l’ingresso e il bagno, di avere lavorato a lungo come “piccinina” di una camiciaia per arrotondare le entrate in famiglia… Con la stessa semplicità con cui sa raccontare la sua giovinezza trascorsa nelle case FIAT, sa snocciolare i nomi con i quali ha lavorato negli Stati Uniti, in televisione: The Beach Boys, Marianne Faithfull, Orson Welles, The Animals, The Supremes…. Non vi bastano? Beh, allora aggiungiamo anche Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Paul Anka, Van Johnson, Joan Sutherland, Dizzy Gillespie, Chubby Checker, Cilla Black…

Non riesco a immaginare l’emozione che possa aver provato una ragazza di solo vent’anni, agli inizi della propria carriera, al cospetto di tanti “mostri sacri”, non solo di quelli con cui ha lavorato, ma anche di quelli che ha semplicemente conosciuto in varie occasioni. Mi riferisco per esempio a Barbra Streisand, a Brenda Lee che in particolare fu la cantante a cui Rita maggiormente si ispirò, uno dei suoi miti musicali. Un giorno, ascoltandola alla radio, pensò “Voglio cantare come lei!”… Invece non divenne mai la sua “copia italiana”… Seppe ispirarsi a lei, alla sua vocalità, seppe fare suoi certi “respiri”, “quelle” pause, imparò a giocare su particolari appoggi delle note, ma essendo Rita dotata di una notevole intelligenza, anche musicale, riuscì a fare tesoro degli insegnamenti contenuti in un disco e ad applicarli alla propria voce, alla propria naturale capacità espressiva. Risultando unica, talmente unica da essere una delle pochissime artiste quasi impossibili da imitare.

In America i produttori artistici, discografici e televisivi dell’epoca, si resero conto immediatamente di avere in mano un grande progetto, assolutamente diverso da qualunque altro nel mondo, un fenomeno fuori dal comune, ma con qualcosa che faceva la differenza rispetto ad altri fenomeni musicali di quel tempo: il talento smisurato e una personalità fortissima, impetuosa, prorompente, carismatica. Difatti investirono molto, quelli della RCA Victor, su di lei. Non si limitarono ad importare i dischi della cantante già noti in Italia, magari debitamente riadattati in lingua inglese. Tutt’altro. Studiarono e realizzarono una produzione esclusiva che con l’Italia non aveva nulla a che vedere. Rita realizzò in pochi anni due album e vari 45 giri, prodotti, arrangiati e realizzati oltreoceano appositamente per lei e per il mercato americano. Dischi che in Italia non vennero mai pubblicati, che contenevano canzoni originali inedite e confezionate su misura per lei… Il produttore di uno di questi dischi fu nientemeno che Chet Atkins, il celeberrimo chitarrista e produttore nonché inventore del “Nashville Sound”, sonorità particolare che avvicinò la musica country anche ai cultori del pop, e storico collaboratore di nomi quali Don Gibson, Perry Como e Presley. Dischi, classifiche, televisione, un successo senza precedenti. Ma a un certo punto avvenne qualcosa di inspiegabile.

Dopo aver vissuto il suo bellissimo sogno americano, Rita tornò in Italia. Nonostante i contratti milionari ed i progetti a lungo termine che le furono proposti. Rinunciando ad una carriera che sicuramente sarebbe continuata in ascesa. Ma è a Rita stessa che voglio domandare perché prese quella decisione. “A quel tempo in Italia si diventava maggiorenni a 21 anni, ed io non lo ero ancora. Nonostante le insistenze del mio team di lavoro americano, che avrebbe garantito la presenza costante al mio fianco di una governante-tutrice, i miei genitori, in particolare mio padre, non mi permisero di rimanere da sola in America, lontana dalla famiglia. Così rientrai a casa. Il destino ha voluto così.” Ma il marchio della musica americana, quella che l’aveva forgiata, quella che aveva amato fin da ragazzina, da quando un caro amico di suo padre che lavorava sulle navi transoceaniche, aveva cominciato a portarle in regalo da ogni viaggio i dischi dei più grandi artisti americani, si fissò indelebile, come una seconda pelle, nella sua anima.

A soli quindici anni amava alla follia Tony Bennet, Frank Sinatra, Bobby Darin (di cui è una fan sfegatata ancora oggi e meticolosa “collector”). Avrebbe voluto cantare le loro canzoni da sempre, ma poi venne il travolgente successo italiano che la dirottò verso altri generi musicali, tuttavia in varie occasioni perfettamente coincidenti con i suoi gusti musicali. Pubblicò diverse cover di grandi brani internazionali che amava e che continua ad amare: “Reach Out I’ll Be There” divenuta “Gira gira”, “Here It Comes Again” (“Qui ritornerà”), “Lady Love” (“Scrivi”), “If I Had A Hammer” (“Datemi un martello”) e molte altre… Ha avuto il coraggio di ritirarsi dalle scene quando si è accorta di non divertirsi più, di non avere più voglia di assecondare le esigenze di audience dei vari programmi televisivi, proponendo e riproponendo lo stesso repertorio di sempre. Scelse di dedicarsi a se stessa. La musica però ha continuato a stuzzicarla, a farle l’occhiolino, a farle la ruota davanti proprio come un… “pavone” in stagione di amori.

Impossibile resisterle troppo a lungo, perché è impossibile rinunciare alla propria identità. Un artista è sempre un artista, anche quando è a riposo. Prima o poi gli è necessario esprimersi attraverso il proprio linguaggio, importante quanto il respiro o l’acqua per placare la sete. Ed ecco che , dopo otto anni di esilio volontario dalle scene musicali, torna alla ribalta Rita Pavone, di nuovo sul mercato discografico, di nuovo in classifica, con un doppio cd che ha una caratteristica fondamentale: è il disco che avrebbe voluto incidere già cinquant’anni fa, con le canzoni dei suoi maestri musicali di sempre, riproposte sia nelle loro versioni originali, sia riadattate in italiano da Enrico Ruggeri, Lina Wertmüller, Franco Migliacci, la stessa Rita e anche il sottoscritto in un paio di episodi. Questo album non poteva che intitolarsi “Masters”, termine che può riferirsi sia ai Maestri cui è dedicato, sia ai nastri magnetici sui quali, fino all’avvento dei sistemi digitali, venivano registrati e conservati i “masters” dei dischi che venivano prodotti. L’album contiene le rivisitazioni di brani di Bobby Darin, Elvis Presley, Frank Sinatra, Timi Yuro, Buck Owens, Fats Domino, Nat “King” Cole, Tony Bennett. La chiave di lettura elaborata da Enrico Cremonesi, che ne ha curato la produzione artistica e gli arrangiamenti, non tradisce le sonorità originali delle canzoni, pur avvalendosi anche di suoni e disegni strumentali odierni. Una sorprendente Pavone, a perfetto agio in questa ambientazione musicale, che ha conquistato anche i più scettici, ostinati nell’identificare questa grande artista solo ed unicamente nelle sue esperienze più nazional-popolari nostrane.

Eppure anche in questo terreno, se dovessimo addentrarci, ci imbatteremmo in nomi come Ennio Morricone, Luis Bacalov, Nino Rota. Come dobbiamo considerare questo ritorno alla musica? Un episodio o un rientro a tempo pieno? “La musica è nel mio DNA, quanto la ragione. Intendo perciò continuare ancora a lungo, mantenendo però la promessa fatta a me stessa il giorno in cui ho deciso di ricominciare: farò sempre e solo ciò che mi affascinerà e mi gratificherà come artista. Nessun compromesso. Mai.” Dicevamo all’inizio, la Fiat 500 della canzone italiana? Se escludiamo il paragone dovuto alle ridotte dimensioni di entrambe, più penso a Rita Pavone più visualizzo una donna straordinaria, una fuoriserie, non certo un’utilitaria. Una piccola rossa dall’aria dispettosa, dall’ animo delicato, sensibile, ma allo stesso tempo forte, determinata, testarda e coraggiosa. Ed è parte della nostra storia.

Testo: Dario Gay