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By Antonino Pezzo
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Raul Montanari, considerato uno dei maggiori esponenti del noir italiano, è senza ombra di dubbio uno scrittore versatile e di straordinario talento. Nella sua carriera ha pubblicato 14 romanzi con gli editori più importanti, conquistando il Premio Strega Giovani 2010, ha tradotto decine di opere, ha sceneggiato film e scritto centinaia di racconti. Nel 2012 ha ricevuto l’Ambrogino d’oro, e la sua Scuola di scrittura creativa è tra le migliori di Italia. Ho notato che collezionare successi non lo ha cambiato minimamente: umiltà e riflessività sono come incollate sul suo volto. Immergersi nella sua vita è stato elettrizzante.

Quando ti sei approcciato per la prima volta alla scrittura?

Da ragazzo, come tutti. Fra il liceo classico e lettere antiche ero circondato da coetanei che scrivevano poesie o racconti, era tutto uno scambiarsi dattiloscritti e fotocopie. Mi ha incoraggiato fin da subito notare che le mie cose erano le uniche a venire sempre lette fino in fondo. Curiosamente, negli anni il mio modo di scrivere è molto cambiato ma questo è rimasto il tratto più riconoscibile della mia narrativa: può piacere o non piacere, ma è difficile staccarsi dalla pagina.

 

Come hai capito che era quello che volevi fare nella vita?

Qualcuno ha detto che per fare lo scrittore bisogna prima aver fallito in tutto il resto. E’ chiaro che si tratta di un’esagerazione, però la frase ha del vero. Io direi che alle spalle di uno scrittore spesso ci sono uno o due tentativi di diventare qualcos’altro. Nel mio caso, da ragazzino avrei voluto essere un campione di scacchi ma non avevo abbastanza talento. Conosco scrittori che prima hanno cercato di diventare pittori o musicisti; in particolare un caro amico, Luca Doninelli, mi ha raccontato di aver “ripiegato” sulla scrittura dopo aver scoperto che non riusciva a rifare alla chitarra l’assolo di Jimmy Page in Stairway To Heaven dei Led Zeppelin.

 

L’editoria è un mondo difficile in cui farsi spazio. Parlaci della tua “vita di prima”. Come ti sei sentito quando hai raggiunto il successo?

E chi lo sa cos’è il successo? E’ un’asticella che si sposta sempre più in alto, un miraggio che si disfa davanti ai tuoi occhi quando credi di averlo raggiunto. All’inizio vuoi solo pubblicare, e spesso accetti compromessi ignobili pur di vedere il tuo nome su una copertina. Poi vuoi pubblicare con un editore importante, poi vuoi vendere tante copie, vincere premi, essere riconosciuto per la strada… Conosco abbastanza gli scrittori per poterti assicurare che sono quasi tutti insoddisfatti: guardano quello che non hanno, non quello che hanno ottenuto.

Io sono partito da zero, figlio di un impiegato e una casalinga arrivati a Milano dalla Valcamonica, quindi forse apprezzo di più quello che sono riuscito a fare. Direi che le due date importanti sono state il novembre dell’87, quando ho pubblicato il primo racconto in una rivista letteraria molto prestigiosa, e poi il giugno del ’91 quando è uscito il mio primo romanzo.

Quanto scrivi al giorno? Da dove prendi ispirazione?

Passo molto più tempo a leggere che a scrivere, come dovrebbero fare tutti gli autori – e quelli che non leggono abbastanza si riconoscono facilmente. Scrivo un romanzo ogni due anni, a volte meno, e lo faccio molto velocemente perché mentre scrivo sto male. Un mese per la preparazione, un mese per la prima stesura (anche se sono romanzi relativamente lunghi, in media intorno alle trecento pagine), e poi non si fa altro che rivedere e correggere finché il libro non esce. Pubblicare un libro è anche un modo per liberarsene!

L’ispirazione viene sempre da due grandi fonti: la vita e la fiction, comprendendo con questa parola ogni forma di narrazione – libri, cinema, teatro… Qualcosa (un personaggio, una situazione, un ambiente) ti colpisce e ti lavora dentro, finché a un certo punto l’idea si presenta formata, come il granello di sabbia intorno al quale l’ostrica crea la perla. Allora puoi cominciare a scriverla.

 

Qual è il tuo scrittore preferito?

Ce ne sono diversi, è proprio impossibile citarne uno. Ho cominciato subendo il fascino dei grandi esploratori del mistero, degli aspetti magici della realtà. Il primo è stato il divino Edgar Allan Poe, poi Kafka, Borges e, in Italia, Calvino e Buzzati. Poi invece mi hanno attratto e influenzato scrittori più legati a una rappresentazione realistica dei rapporti umani, come Henry James, Hemingway, Graham Greene, e fra i classici italiani del ‘900 Moravia alla fine è quello che ho letto e riletto più volte. Il suo capolavoro secondo me è Io e lui, il suo romanzo più estremo e divertente: il dialogo incessante fra un uomo che aspirerebbe alla purezza dell’artista e il suo pene invadente, egocentrico, che gli fa fare continue figuracce ma in fondo lo costringe anche a vivere la vita vera.

Nel modo come scrivo oggi sono presenti tutte e due queste grandi dimensioni della narrativa: il mistero, l’inspiegabile, il visionario da una parte; la commedia umana con i suoi aspetti umoristici e grotteschi ma anche struggenti dall’altra.

 

A Milano sei docente e fondatore di una delle più rinomate scuole di scrittura creativa, tra le quattro migliori in Italia. Cosa si può insegnare e cosa, invece, non si può impartire?

E’ molto semplice: si può insegnare la tecnica, un insegnamento fondamentale perché ogni espressione artistica è anzitutto un linguaggio, una tecnica appunto.

E’ chiaro che uno può imparare a scrivere anche da solo (io stesso non ho frequentato un corso), ma perché perdere anni in tentativi che potrebbero abortire in un cul-de-sac, quando invece puoi avere un maestro che come minimo ti farà risparmiare tempo e ti aiuterà a trovare la tua vera voce? Sono molto orgoglioso della mia scuola e in generale del lavoro che ho fatto anche fuori dai corsi, seguendo autori che sono diventati nomi importanti del panorama letterario italiano e altri meno noti, ma che ugualmente hanno pubblicato con tutti i più grandi editori – una cinquantina in tutto, finora.

La cosa che invece non si può trasmettere, nel modo più assoluto, è il talento. Il talento è come la cilindrata del motore di un’auto: quella dotazione iniziale non la puoi modificare. Però se manca la benzina, o se c’è anche solo un filo elettrico staccato, l’auto non va. Morale: meglio avere un motore meno potente ma farlo funzionare.

Sei autore di opere di successo pubblicate dalle case editrici maggiori, si deve sempre lottare affinché i lavori vengano resi come sono stati concepiti?

Questo problema sembra enorme visto da fuori, mentre da dentro quasi non esiste. La scrittura non è quella cosa romantica, legata all’ispirazione individuale, che immaginano i non scrittori: è soprattutto artigianato, e ogni consiglio che si riceve dall’esterno aiuta a migliorare l’opera, se a darlo è una persona che sa il fatto suo.

Per fare un esempio, avevo scritto in prima persona il mio ultimo romanzo, Sempre più vicino. Il giovane editor della Baldini & Castoldi, Corrado Melluso, mi ha convinto che quella storia sarebbe stata più efficace se fosse stata raccontata da un punto di vista esterno e non dal protagonista. Così mi sono rimboccato le proverbiali maniche e ho riscritto tutto in terza persona… e visto il risultato sono convintissimo che sia stata la scelta migliore.

 

In un libro conta di più la trama o la scrittura?

Un lettore cerca tre cose in un romanzo: come minimo una storia avvincente (storia vuol dire ambientazione, personaggi, trama); poi se possibile una scrittura originale; infine un contenuto che gli insegni qualcosa o almeno lo faccia riflettere, lo colpisca. Quando ci sono tutti e tre questi elementi abbiamo il capolavoro, ma sono casi rarissimi.

La cosa che è più facile dare al lettore è la storia, e infatti se ci pensi tutta la narrativa di genere, come il noir, l’horror, il fantasy, la chick lit, è basata sull’invenzione di una storia. Il narratore di genere non promette al lettore: “Ti darò una bella scrittura”, ma gli promette: “Ti darò il tipo di storia che ti aspetti da me”.

La scrittura sta un gradino più in alto: sono molto pochi i narratori che scrivono davvero bene, al punto da farsi leggere lentamente, come degustando un vino prezioso, indugiando frase per frase, senza la voglia di correre avanti a vedere come andrà a finire la storia.

I contenuti originali, poi sono ancora più rari. Un grande scrittore capace di stupire e disturbare il lettore a ogni sua uscita è per esempio Michel Houellebecq: la sua fama è meritata e ogni suo libro è un evento.

 

Sempre più vicino è il tuo ultimo romanzo, uscito quest’anno, ed acclamato dalla critica. Ti senti in parte come Valerio, il tuo protagonista, o non c’è nulla di autobiografico?

Flaubert diceva: “Madame Bovary sono io”. Ogni scrittore mette pezzi consistenti di se stesso in quello che scrive, e in particolare l’identificazione con il protagonista è sempre fortissima.

Il personaggio, comunque, deve subire una trasformazione nel passare dalla vita alla pagina. Io ho scritto quattordici romanzi (il quindicesimo è quasi pronto) e un centinaio di racconti: ognuno di questi personaggi era parte di me, ma nessuno era interamente me.

Valerio ha alcune mie caratteristiche: la curiosità, l’empatia, l’ironia, certe morbosità sessuali, e un rapporto disastroso con l’amore che avevo anch’io alla sua età, ossia a ventisette anni. Gli manca però, ad esempio, la durezza e la determinazione che avevo già a quell’età. Il motivo è semplice: io ho vissuto i miei vent’anni nei magici anni ’80, quando tutto sembrava possibile, ogni sogno pareva realizzabile a patto di avere talento e volontà; lui è un ventisettenne di oggi e vive una delle stagioni più scoraggianti, più paralizzanti, della nostra storia.

 

Credi di essere nato per scrivere?

Ho pensato a lungo su questa domanda. Sai che nessuno me l’aveva mai fatta?

Non lo so. Come predisposizione sì, ma se è per questo avevo qualche talento anche per altre cose… nessuno di noi ha un talento solo, nella vita. In realtà conosco uno solo di cui si possa dire che era nato per scrivere: Kafka, lo scrittore perfetto che è sempre interamente se stesso. Leggi una riga di Kafka e ci trovi dentro tutto Kafka. Se Dio scrivesse, sarebbe Kafka.

 

Come ti vedi in un’altra vita?

Ah, mi piacerebbe fare un mestiere solitario, lontano dalle città… l’idrobiologo! Ho fatto un tale pieno di umanità, in questa vita, mi sono addentrato così a fondo e così a lungo fra i desideri, le paure, gli amori, le sconfitte degli uomini, che studiare le migrazioni dei salmoni o il comportamento sessuale delle anguille mi sembra una prospettiva rigenerante. Almeno stanno zitti, loro.

 

Hai sconfitto le tue paure tramite la scrittura?

Stai scherzando, vero? Quelle che avevo già sono peggiorate, e in più me ne sono venute di nuove!

Chi pensa alla scrittura come a una forma di terapia o di consolazione dal male di vivere ha sbagliato indirizzo. Scrivere è un’attività violenta, che ti costringe a guardare dentro te stesso e a rovistare fra le pieghe più oscure e crudeli del mondo. Non si sfugge a questa regola, nemmeno volendo scrivere storie umoristiche (l’umorismo è una rappresentazione rovesciata della tragedia umana e ne presuppone la conoscenza), a meno che non ci si accontenti di fare della narrativa mediocre, di scrivere cosucce “carine”; ma non è di questo che stiamo parlando, spero.

Hai presente la differenza fra fitness e body building? Nel fitness il tuo nemico è la fatica: il sudore, il cuore che accelera, il fiato che ti manca. Nel body building è il dolore: i muscoli intossicati urlano, sembra vogliano squarciarsi. La scrittura è come il body building. Per fare fitness, con tutto il rispetto, ci sono Facebook e Twitter.

 

Cosa consigli ai giovani scrittori emergenti che sognano il successo?

Ripeterei i consigli che Borges ricevette da suo padre, il giorno in cui gli disse di voler diventare scrittore. “Ah sì?,” rispose Borges senior, erede di una ricca famiglia di antiche tradizioni militari e di grandissima cultura. “Allora ricordati di fare queste cose, figlio mio: leggere moltissimo, scrivere moltissimo, stracciare moltissimo e pubblicare tardissimo”.

Quando riferii queste sagge parole al mio, di padre, l’impiegato della Valcamonica emigrato a Milano negli anni ’60 fece una smorfia e commentò: “Gli avrà anche raccomandato di mangiare pochissimo, nel frattempo”! Ma, appunto, la mia era una famiglia modesta…

In ogni caso l’ultimo consiglio di papà Borges, benché espresso in modo estremo e paradossale, era il migliore: non ho mai visto nulla di più rovinoso per un aspirante scrittore dell’impazienza, della fretta di pubblicare, di arrivare. Ogni volta che ho avuto fretta ho sbagliato: me lo farò scrivere sulla tomba, un giorno.