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By Matteo Squillace
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Arrivati a un certo punto credo che sia troppo importante fermarsi e sentirsi umani, ricordarsi che effetto fa. Non è qualcosa che accendi e spegni, ma una scelta di campo.

Questo ho realizzato mentre chiacchieravo al telefono con Kyre Chenven e Ivano Atzori: con un adeguato bagaglio personale, intraprendenza e le persone giuste al proprio fianco ci si può sentire umani ogni giorno della propria vita. Pretziada smonta i meccanismi dei quali ormai siamo assuefatti per crearne di inediti, nel rispetto di una tradizione da custodire e tramandare: impossibile non voler farne tesoro.

Quando nasce Pretziada?

Kyre – Ero a New York in vacanza con i nostri figli, mentre Ivano ci stava aspettando in Italia. Ricordo perfettamente che, il giorno prima del volo di ritorno, mentre facevo le valigie, presi il telefono e dissi ad Ivano: “Io non voglio tornare”. Eravamo in una terra di mezzo – sapevamo di lasciare la Toscana, non volevamo tornare a Milano, ma la Sardegna ci spaventava. La sua risposta fu comprensiva e secca: “Ok, ma dobbiamo dedicarci alle cose che più ci appassionano; solo così capiremo la direzione da dare alla nostra vita”. Conoscevamo entrambi la Sardegna, vi trascorrevamo le vacanze ormai da dieci anni, però il punto era capire come utilizzare le nostre conoscenze e il nostro sapere in un nuovo territorio.

Ivano – Senza correggerti Kyre, ma secondo me si racchiude tutto in un periodo: passammo tre mesi attraversando gli Stati Uniti con i bambini, un’esperienza bellissima in camper, e lì tra insegnamento parentale e natura mozzafiato ci accorgemmo che la Sardegna era sconosciuta quasi a tutti. Nelle grandi città, come ad esempio New York, qualcuno pensava che la Sardegna fosse una zona appartenente alla Costa Smeralda: questo ci ha fatto capire che c’era una voragine da colmare, un’opportunità da sfruttare. Inoltre da parte nostra c’era piena volontà di dedicare tempo ed attenzioni al territorio, quasi a voler soddisfare un nostro bisogno. “Nessuno conosce la Sardegna” e allora perché non raccontarla attraverso il nostro gusto e utilizzando ciò che di splendido ha da offrire quest’isola?! Ci siamo trasferiti a Santadi, nel bel mezzo del Sulcis, e da quel momento è iniziata la storia di Pretziada.

Chi naviga il mondo Pretziada viene immediatamente rapito da fotografie, articoli e storie. A me ha dato l’impressione di sfogliare un magazine cartaceo, una cosa non da poco…

Ivano – Pretziada sicuramente ha una traccia editoriale. Con Kyre abbiamo studiato a fondo ogni passaggio dell’editing di tutta la piattaforma. Crescendo entrambi in città abbiamo avuto, inconsapevolmente, l’opportunità di crearci un nostro gusto estetico e questo lo abbiamo riportato in Pretziada. I nostri background sono legati a settori specifici, con Pretziada abbiamo deciso sin dal giorno primo di non escludere nulla, tutto quello che poteva affascinarci o solleticare la nostra coscienza e curiosità lo avremmo analizzato.

E’ stato difficile imporre questa idea così contemporanea alla gente del posto, che comunque è cresciuta lontano da certi ambiti comunicativi?

Ivano – Abbiamo imparato che quello che è ordinario per noi è straordinario per loro. Ma lo stesso vale per tutto ciò che per loro è ordinario – per noi è straordinario. Dipende dal contesto o dal soggetto. A Santadi, per esempio, se si tratta di agricoltura io e Kyre rimaniamo costantemente sbalorditi ed entusiasti dalle loro “normalità”. Se invece si tratta di Sarah Lucas sono loro a rimanere disorientati. Credo che uno dei valori aggiunti di Pretziada sia proprio questo: raccontare la quotidianità di coloro che abitano il Sulcis con un occhio esterno, alieno, stravolgendo un immaginario. Prendiamo ad esempio Sa Cordula – una pietanza che viene prodotta con le interiora di agnello. Su internet è pieno di riferimenti a questo piatto tipico, ma riuscire a raccontarlo con un taglio differente e con fotografie più impattanti è ciò che ti permette di attrarre i lettori.

Kyre – Io e Ivano viviamo ogni singolo giorno uno a fianco all’altra ma abbiamo reazioni e idee differenti: ok, noi abbiamo un certo tipo di gusto, ma a mio parere siamo capitati in una zona dov’è radicato un fortissimo senso estetico. Mi spiego meglio: Sa Cordula esiste da sempre. Credo basti veramente trovare il metodo per raccontare questa bellezza per far appassionare qualcuno che non si era mai interessato di certi argomenti o certe zone.

Kyre per te, abituata a vivere in una realtà come l’America, che impatto ha avuto il trasferimento in una realtà molto più isolata come la Sardegna? In fondo è qualcosa che ti muta profondamente, anche nei ritmi della giornata…

Kyre – Dobbiamo ricordare che le città a noi hanno dato tantissimo (e continuano a darci). Qui non si tratta di campagna contro città o viceversa ma di catalizzare ciò che piace e serve da entrambi e trovare un equilibrio per quanto possibile. Per lasciare il mio paese avrei dovuto trovare un posto in Italia che mi rapisse per bellezza e atmosfera: la vera difficoltà (senza nulla togliere) è stato passare da New York a Milano. Arrivare in Sardegna invece è stato qualcosa che mi ha fatto sentire un “animale” diverso: mi ha aiutato il fatto di avere già un famiglia, ma per me è stata una liberazione lasciarmi alle spalle alcuni preconcetti. Forse per Ivano è stato un passaggio più complicato…

Ivano – Sono cresciuto a Milano figlio di immigrati sardi. E francamente non è mai stato semplice vivere questa condizione. Non sai mai cosa o come sentirti, come collocarti, credo però che artisticamente mi abbia dato molto. I contrasti, frizioni, clash culturali tra i due luoghi creano processi, opportunità per creare nuove storie, azioni. Paradossalmente ora credo di essere a mio agio qui proprio perchè provengo da esperienze di vita urbane.

Kyre – Infatti spesso va detto che i sardi sono diffidenti – ed è vero, ma è una diffidenza specifica. Siamo persone molto curiose e quindi su questo punto abbiamo imparato più degli errori di altri che dei nostri stessi. È fondamentale capire perché i sardi sono così cauti: hanno un millennio di storia di invasione, saccheggi, maltrattamento culturale che li giustifica. Spesso si è convinti di essere in Italia e che culturalmente non ci siano distinzioni tra l’isola e la penisola, ma abbiamo scoperto che non è proprio così. La Sardegna ha i suoi codici, un vero e proprio sistema a sè.

Ivano – Tornando a Pretziada, quello che stiamo tentando di costruire è una collezione di oggetti che non stravolge assolutamente le linee e le forme legate alla tradizione, anzi riteniamo che sia il momento giusto per marcare identità locali, esaltare i dna dei luoghi. Essere internazionali con le proprie caratteristiche, senza doversi piegare ad un appiattimento generale. Al contempo riteniamo anche opportuno non fermarci al concetto di tradizione “gabbia”. Nulla si cristallizza, tutto evolve.

Ammiro molto chi ha la forza di cambiare il proprio stile di vita: qual è stata finora l’esperienza che vi ha più colpito e formato sensibilmente da quando vivete in Sardegna?

Ivano – Arrivando dall’arte contemporanea e dal vandalismo mi ha sempre affascinato ciò che l’essere umano tende a nascondere. Quindi ecco un breve racconto. Questo inverno siamo andati a trovare un nostro amico pastore che ci raccontò di quello che accade tra ottobre/novembre durante la nascita degli agnellini: oltre che a servire per la nuova leva si sa che questi animali arrivano sulla terraferma per essere consumati (ahimè) per pranzi e cene delle festività. Ciò rappresenta una grossa fonte di guadagno per gli allevatori dell’isola. Spesso però capita che un agnellino viene a mancare nelle prime settimane di vita, e visto che la pecora deve continuare ad allattare ecco il rimedio: viene trovato un agnellino rimasto a sua volta senza madre e gli viene cucito addosso un “cappotto” con la pelle dell’agnellino morto, questo per far sì che la pecora possa accettarlo e di conseguenza allattarlo. Inizialmente il piccolo è totalmente ricoperto con una lana non sua, e col passare del tempo gli viene scoperta una porzione di corpo sempre maggiore così che la pecora non possa accorgersene. E’ qualcosa di vero e terribilmente crudele, inoltre socialmente serve a noi per capire da dove veniamo: entra il gioco l’essenza più profonda di vita e morte (se la pecora madre non allatta rischia di soccombere a causa della mastite). Un ciclo che si chiude, è qualcosa di puramente armonioso.

Kyre – Di quella esperienza mi colpì vedere come in Sardegna si segue ancora una procedura così antica ma allo stesso tempo efficace: per l’allevatore sarà sicuramente brutale vivere questo processo, ma è l’unica via per mantenere un legame vero e reale con la sua terra. Ora vorrei raccontare la mia storia: se parli con un sardo (specialmente con Ivano) ti dirà che qualsiasi cosa in Sardegna è meglio di qualsiasi altro posto. Spiagge, formaggio, natura…io per i primi tempi ci ridevo su, poi quando sono arrivata qui mi accorsi che effettivamente spesso era vero. Un pomeriggio ero con Ivano e i bambini in macchina… C’era questa collina, con noi in gita c’era un caro amico. I bambini sono rimasti con lui, Ivano è sceso a valle per esplorare un’altra zona e io ho deciso di arrampicarmi in cima a questa collina dalla forma a dir poco singolare: ho iniziato a camminare verso la sommità, e a un certo punto mi sono trovata davanti a un buco enorme e senza fine. Era una torre nascosta dalla vegetazione, e allora lì ho realizzato due cose: che la collina non era altro che un gigantesco nuraghe e che i miei figli stavano giocano a poca distanza da quel precipizio! Sarebbe bastato muovere un sasso nel modo sbagliato per far crollare una parte della costruzione. I nuraghi in particolare sono segni di una civiltà antica e potentissima: su tutta l’isola sono costruiti nella stessa identica maniera, ma nessuno sa dire con certezza a quale epoca risalgano e cosa rappresentassero realmente.

E tutto questo voi ce lo avete a disposizione a pochi chilometri da casa, senza dover pagare il biglietto di un museo.

Kyre – In effetti Santadi è circondata da una foresta infinita e abbiamo tra le più belle spiagge del Mediterraneo a quindici minuti di macchina. Se pensi poi che tutto questo è materiale sconosciuto nella maggior parte del mondo…

Ivano – Se un giorno la Sardegna dovesse diventare la Stonehenge di turno perderebbe a mio avviso quella componente di avventura e d’esplorazione che rende il tutto più affascinante.

Kyre – Io non sono completamente d’accordo, Ivano. Con l’investimento giusto posti del genere potrebbero diventare un valore aggiunto tangibile, e ne gioverebbe tutta l’isola. Il fascino di questi luoghi rimarrebbe intatto, senza dover per forza aprire le porte al turismo di massa…

Ivano – Di certo aiuterebbe a far conoscere la cultura nuragica nel mondo: la Sardegna è sempre stata terra di conquiste, ed ha una storia così antica che potrebbe essere “venduta” e divulgata. Creare posti di lavoro e competenze sarebbe sicuramente cosa gradita.

A proposito Ivano, ho letto alcune tue interviste nei quali fai riferimento a vecchie storie riguardanti il misticismo che avvolge l’isola…

In Pretziada si parla anche di questo, culti pagani e riti di stregoneria ancora attivi. Paganesimo e cristianesimo vanno di pari passo, è semplicemente fantastico: il Carnevale ad esempio si rifà al culto di Dioniso, e la celebrazione segue un copione ben preciso per far sì che il sangue degli animali venga versato per rendere la terra fertile. C’è un mondo totalmente da scoprire. Mi auspico che la Sardegna si renda conto del potenziale inespresso che si porta dietro, noi stiamo dando in questo senso un contributo a far sì che il processo si metta in moto.

Ed è quello a cui mira Pretziada in futuro?

Kyre – Noi ci siamo posti questo come obiettivo ultimo, creare dei ponti. Creando dei ponti crei opportunità, opportunità da condividere. Ad esempio, il Pretziada Boot non è altro che l’anfibio indossato dai pastori del Centro Sud dell’isola, e ha delle linee assolutamente contemporanee. Io ed Ivano facendo ricerca abbiamo trovato fotografie risalenti a fine Ottocento/inizio Novecento nelle quali vedi bambini e adulti indossare proprio quell’anfibio. Abbiamo voluto riesumarlo, innamorati della sua forma abbiamo sentito il dovere di far conoscere la sua storia. E non ti nascondo che personalmente vorrei modificare quello che è il pensiero collettivo: se dici “Sardegna” la prima immagine che ti appare è il mare e questo è grave, quest’isola può offrirti un’infinità di immagini.

Cosa vi sta impegnando maggiormente nell’ultimo periodo?

Ivano – Diffondere il nostro lavoro mantenendoci integri. Pretziada piace perchè sincera, ciò che raccontiamo esiste realmente in un momento storico dove l’artificiale si sta sostituendo al vero.

Kyre – Più concretamente, abbiamo comprato una proprietà costituita da vecchie case dell’Ottocento: stiamo ristrutturando il tutto, e oltre alla nostra nuova casa vorremmo ricavare anche un centro dove creativi internazionali, turismo e comunità locale possano incontrarsi in un luogo fisico e interagire in maniera più diretta creando scambi culturali.

Ivano – E’ un modo per dare strumenti a chi in realtà non li ha. Serve un vocabolario contemporaneo. Le persone sognano quando sentono di poter avere possibilità, un popolo rassegnato è un popolo finito. E’ un augurio che ci facciamo per le generazioni più giovani.

Novita ultime?

Ivano –  Saremo presenti a Milano con un’ installazione durante il Salone del Mobile dove presenteremo parte della collezione.

Kyre – E, ci teniamo a dire una cosa…Pretziada esiste perché esiste la Sardegna!