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Regista, attore e sceneggiatore: Pino Quartullo ha attraversato quasi quattro decenni dello spettacolo italiano. Artista eclettico. Una nomination all’Oscar nel 1987 per il cortometraggio Exit e una carriera costellata di successi. Quest’intervista diventa così una bella occasione per ricordare il passato e i mostri sacri con cui ha avuto la fortuna di formarsi e lavorare: Monica Vitti, Gigi Proietti, Andrea Camilleri. Non solo passato, anche futuro. Un futuro radioso come la sua storia.

Ti sei diplomato in regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e in recitazione al Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti. Quali insegnamenti ti ha trasmesso il grande mattatore?

Divertirsi. Lavorare con serietà e professionalità ma sempre con il piacere e la gioia di farlo. Fare gruppo tra i giovani, creare una propria realtà, dare vita a compagnie teatrali. Avere una propria progettualità senza aspettare di essere chiamati da altri. Gigi è stato un grandissimo maestro, oltre che un fondamentale amico e mio testimone di nozze, ma non avevamo mai condiviso un set. Sono felice di avere da poco ultimato le riprese della serie Rai Una pallottola nel cuore che lo vede come protagonista. È stata un’esperienza magnifica.

 

Anche in Accademia hai avuto grandi maestri, tra cui Monica Vitti…

Monica mi ha trasmesso due insegnamenti fondamentali: semplicità e originalità. Voleva che recitassimo in modo naturale, che individuassimo l’essenza del personaggio. Ci invitava a valorizzare i nostri difetti. Nelle scuole di recitazione impari a parlar bene, ad avere una buona postura ma poi devi “sporcare” tutto, rigare, spiegazzare il personaggio altrimenti sembri di plastica, un noioso “attore corretto”. Un attore deve lavorare sulla propria personalità come un fabbro con il ferro o un falegname con il legno. Variando sempre, cercando di non ripetersi mai. Finita l’Accademia io e altri miei compagni, oggi attori affermati come Maria Paiato, Alvia Reale, Blas Roca-Rey, Franca D’amato, Bruno Maccallini, Pasquale Anselmo, Luca di Fulvio, Monica Guazzini, fondammo la compagnia La Festa Mobile (ispirandoci al famoso romanzo di Hemingway). Monica ci portò in Rai. Il programma si chiamava Passione mia. E con grande orgoglio ricordo che mi scelse per duettare con lei nella sigla.

 

È stato proprio grazie a questa trasmissione che hai potuto realizzare il corto da oscar Exit.

L’ultima puntata di Passione mia era dedicata a dei cortometraggi; Monica, che voleva rilanciare questo genere in Italia, individuò dei giovani registi e finanziò tramite la Rai i progetti. Così nacque Exit, scritto e co-diretto con Stefano Reali e interpretato da tutti i miei compagni d’Accademia che fecero parte de La Festa Mobile. Decidemmo poi di iscrivere il cortometraggio a tutti i festival del mondo e ne vinse ben trentatré. Ed arrivò ad avere la nomination agli Oscar, classificandosi secondo miglior cortometraggio al mondo di quell’anno.

Altro tuo grande maestro, Andrea Camilleri. Che ricordo hai?

In Accademia ho studiato regia, Andrea assisteva alle prove dei miei saggi e si divertiva moltissimo. Spesso interveniva con commenti sagaci. Stavo mettendo in scena alcuni testi del repertorio Grand Guignol: un’allieva accoltellava il suo amante, Andrea intervenne e spalancò la nostra fantasia suggerendo all’attrice di brandire il coltello, con la consapevolezza della fallicità che quell’oggetto evocava. L’attrice modificò tutta la sua mimica e impiegò molto più tempo a ucciderlo. Ci siamo visti qualche settimana fa, ed abbiamo parlato della sua meravigliosa Biografia del figlio cambiato (dedicato ai primi anni di vita di Luigi Pirandello). Trovo incredibile che in Italia non si sia ancora realizzata un’opera cinematografica o televisiva su Pirandello. Dopo infiniti film su santi e sportivi, industriali e scienziati, è inspiegabile che ancora non si sia reso un doveroso omaggio a un poeta di questo calibro. Che ebbe una vita straordinaria, disseminata di follia e sacrifici, una moglie in manicomio e tre figli a cui badare, insuccessi e trionfi, in tutto il mondo. E con la biografia di Andrea Camilleri la strada per una sceneggiatura sarebbe già spianata.

 

Da attore che approccio hai alla regia?

Mi sento più un regista che fa l’attore che il contrario. Io sono laureato in Architettura e questo mi ha forgiato anche come progettista. Ogni opera creativa è un progetto. Che richiede quasi sempre un lavoro propedeutico di studio e di ricerca molto approfondito. Non a caso la mia tesi di laurea fu un progetto di teatro. Era destino!

 

Prossimi progetti?

Il 6 aprile al Teatro Dei Marsi di Avezzano andrà in scena Come se fosse lei, una mia sceneggiatura cinematografica adattata da me per l’evento teatrale. Dividerò la scena con Lino Guanciale, Mia Benedetta e il pianista Raffaele Collicenza che eseguirà musiche composte da Nicola Piovani. Un evento unico, probabilmente irripetibile. Sono felice di recitare con Lino Guanciale che reputo un bravissimo attore (anche lui formatosi in Accademia) e da poco direttore artistico proprio del Teatro di Avezzano. È un dialogo tra un intervistatore di provincia e un premio Nobel. Mia Benedetta sarà la voce narrante, e non è un caso che sia stata scelta una donna per questo ruolo. Tra questi due uomini così diversi sarà proprio una donna ad accomunarli. Mi auguro si possa presto trarre un film da questa storia.

Un po’ come accadde con Quando eravamo repressi.

Quando eravamo repressi nacque come commedia a teatro e fu prodotta (teatralmente) da Vittorio Gassman. Gli interpreti principali eravamo io, Lucrezia Lante Della Rovere, Alessandro Gassman e Francesca D’Aloja. Dopo il successo teatrale nacque un film, purtroppo oggi introvabile. E Vittorio Gassman nel film mi regalò un suo cameo straordinario: un sessuologo specializzato in problemi coppia. Aggiunse alla sue battute esilaranti citazioni colte riguardo il calo del desiderio (“il sesso è noioso, e deve esserlo, essendo un atto terribilmente ripetitivo”). Per tutto questo gli sarò sempre grato: è stato un artista immenso e una persona di grande umanità. Quando eravamo repressi nella versione teatrale tornerà in scena dal 17 aprile al Teatro Roma, a Roma appunto, con quattro giovanissimi interpreti e io curerò anche la regia.

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