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Nicola Santin

compio quarant’anni e riscrivo il Galateo

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Da Antiage a Whatsapp, passando per Bespoke, Bakery, Happy Hour, Influencer, Selfie, e perfino Milf, Nicola Santini non risparmia nessuno. E con “Non lo faccio più” offre, con un certo savoir faire, una parola cattiva per tutti. Per un ritratto spietato di una società che ha perso l’abitudine di chiamare le cose con il loro nome.

Dopo anni e anni, pagine e pagine, programmi su programmi dedicati all’etichetta, scrivi un libro dove ti definisci un pentito del bon ton. Questa ce la devi spiegare.

Avete presente quando vi dicono che avete stile da vendere? Ecco, sono partito un po’ da questa affermazione che mi è stata ripetuta per quasi un ventennio. Siamo nell’epoca in cui chi ha stile da vendere, lo mette in vendita. E io preferisco cambiare gioco piuttosto che bluffare.

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Ogni riferimento a blogger e influencer, a cui dedichi alcuni dei capitoli più densi, è puramente casuale…

Ci sono influencer e influencer. Ma non è colpa loro, credo sia colpa di chi li ingaggia.
Io non impazzisco per chi stappa bottiglie per aver raggiunto migliaia di follower e totalizzato migliaia di like per aver invitato, rivestito e scorrazzato in giro per il mondo uno che prima dei social non aveva né arte né parte, se poi il sales manager della stessa azienda non stacca una sola fattura in uscita. Chi è in grado di muovere il gusto con un look o con un panorama da una stanza d’albergo, merita tutta la mia stima.

Qualcosa non ci torna. In cosa consiste questo pentimento?

Non sono pentito della mia educazione, sono cresciuto e ho sviluppato la consapevolezza che certe regole siano sorpassate, altre inutili, altre ancora sarebbero indispensabili: senza scomodare Donna Letizia, basta leggere Lina Sotis per capire che certe parole di cui abusiamo come Backboard, red carpet, poke, network, fino a dieci anni fa erano totalmente assenti dal lessico e che oggi hanno bisogno di essere inquadrate. Dai, di fatto ho cambiato strumento, registro, ho usato una lingua più vicina alla gente, ma l’obiettivo è rimasto invariato. Semplicemente, a volte farci beffa di una regola è il mondo migliore per affermarla.

Ma la scarpetta si fa o non si fa?

Se dobbiamo astenerci da uno dei piaceri della vita come la scarpetta per pura formalità, ma poi tiriamo fuori il cellulare a tavola per fare una foto a una lasagna e taggarla come #foodporn allora ridateci la scarpetta!

Tu quante volte hai detto “non lo faccio più”?

Sapeste…

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Per anni hai giocato a nascondere la tua età, ora dichiari quarant’anni anche prima del tempo. Cosa ti ha spinto a questo coming out anagrafico?

Ho fatto un condono. Mettiamola così. A scanso di equivoci sono nato il 9-8-76. E’ un conto alla rovescia. Figo no?
Gli esperti di bon ton non dicono figo.

E come dicono?

Stravagante!

Mai detto in vita mia.

Di fatto, quindi, hai riscritto il Galateo, solo usando un linguaggio più colorato. Corretto?

In un certo senso sì. Credo sia giunto il momento non tanto di imparare una serie di nuove regole, quanto di imparare a regolarsi. Abusiamo di tutto: del tempo, dei social, della pazienza altrui, di photoshop

Ti piace provocare eh? Vuoi dire che tu non abusi di tutto questo?

Figuriamoci, nessuno è immune. Il mio libro è una polaroid dei nostri tempi, ma anche un selfie, nessuno è immune: la prima musa di me stesso, sono io con i miei errori.

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Interview: Giuliana Marchesi
Foto: Luca Di Fazio e Azzurra Piccardi
Foto in chiusura: Chiara Cesana