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By Luca Forlani
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Voce potente, carisma e presenza scenica invidiabili le hanno permesso di affermarsi tra le grandi interpreti della musica italiana. Mietta ora è tra le giurate di “Sanremo Young”, il nuovo talent show di Raiuno condotto da Antonella Clerici che catapulta giovani aspiranti cantanti tra i 14 e i 17 anni direttamente sul palco dell’Ariston.

Un palco che Mietta conosce bene: l’ha vista trionfare e interpretare brani indimenticabili, entrati nella storia della musica italiana, come quel “Trottolino amoroso” che è stato poi cantato in tutto il mondo. Un talento interpretativo raro – soprattutto in un panorama musicale che vira tristemente sempre più verso l’omologazione – che solo le “cantanti attrici” possiedono, le ha dato la possibilità di conquistare anche la macchina da presa. Come dimenticare la mitica serie Rai “La Piovra” che l’ha vista tra i protagonisti accanto a Raul Bova e Luca Zingaretti, o “L’ispettore Giusti” con Enrico Montesano.

La raggiungo al telefono, e quella che doveva essere una veloce intervista diventa una lunga chiacchierata e una bella occasione per ripercorrere la sua meravigliosa storia. Mi colpisce per umanità ed empatia; qualità che, sono certo, la renderanno la giurata più amata di “Sanremo Young”.

È vero che hai debuttato con una sorta di talent show ante litteram?

Appena maggiorenne, partecipai e vinsi un concorso indetto dal Radiocorriere TV e dalla casa discografica Fonit Cetra. Mandai una “cartolina” e un’audiocassetta con un paio di canzoni e un brano recitato. Mi scelsero tra migliaia di ragazze per interpretare il ruolo di un’aspirante popstar nello sceneggiato radiofonico Rai “Nasce una stella”. Gli ideatori della trasmissione Daniele Varano e Giovanni Sangiusti diventarono, poi, i miei primi produttori. Furono loro a farmi conoscere Amedeo Minghi e a portarmi a Festival di Sanremo.

 

Il titolo dello sceneggiato è stato profetico: la stella poi è nata davvero, nel 1989 partecipi al Festival di Sanremo con “Canzoni” e vinci nella categoria “Nuove proposte”. Quello stesso anno ritorna sul palco dell’Ariston Mia Martini con “Almeno tu nell’universo”, canzone che avresti dovuto cantare tu…

I miei produttori mi diedero un “provino” da lei registrato anni prima. Mimì, a causa della tremenda infamia che le fu affibbiata, aveva deciso di ritirarsi per un periodo dalle scene. Ricordo ancora perfettamente il momento in cui ho sentito quel “provino” cantato da lei: ero a Roma, davanti al ristorante di mio zio, e misi l’audiocassetta nel mio walkman. Come partì la struggente voce di Mimì, iniziai a piangere e telefonai ai miei produttori: «voi siete pazzi, questo brano lo può cantare solo lei». E rifiutai. Fu una grande emozione vedere Mimì tornare sul palco dell’Ariston proprio con quella canzone magica, che io, all’epoca ragazzina ventenne, non avrei mai saputo interpretare con quell’intensità.

 

Nel 1990 torni al Festival di Sanremo e ti classifichi seconda in coppia con Amedeo Minghi con…

“Vattene Amore” una canzone a cui sono legatissima. Amedeo aveva composto la musica pensando alle vocalità di Mina e Patty Pravo, decise poi di affidarla a me, e Pasquale Panella compose questo testo che è subito entrato nella testa di tutti, e c’è anche rimasto.

 

Dato questo tuo ruolo di giurata non posso esimermi: cosa pensi dei talent show?

Li seguo e non credo vadano assolutamente demonizzati perché danno a giovani aspiranti artisti la possibilità di farsi conoscere. C’è poi una selezione naturale. Rimangono coloro che hanno qualcosa da dire. E in questi anni ci sono stati esempi eclatanti: Marco Mengoni, Noemi, Alessandra Amoroso. Possono piacere o non piacere ma sono artisti con personalità artistica, bella vocalità e che stanno facendo delle ottime carriere.

 

Hai iniziato a cantare giovanissima; non credi ci possano essere risvolti negativi in un successo precoce?

Io a quattordici/quindici anni facevo già concerti nelle piazze con un gruppo di ragazze. Credo che non sia giusto negare la possibilità ai giovanissimi di inseguire le proprie passioni e i propri sogni. Tutto dipende dal “modo”. Io cantavo per passione e come tale vivevo queste esperienze, con parsimonia, leggerezza e divertimento. Solo successivamente è diventato un mestiere, ma quando avevo l’età dei ragazzi di “Sanremo Young” per me era un gioco.

Cosa rivedi di te esordiente in questi ragazzi?

L’incoscienza. Una bellissima e meravigliosa incoscienza che ti porta a sentirti invincibile.

 

Cosa ti sentiresti di consigliare loro?

Di prendersi cura della loro grande passione: studiare tantissimo, magari anche uno strumento, conoscere la musica e imparare bene le lingue. È bello che la lingua e la melodia italiane vengano esportate nel mondo attraverso la musica, ma oggi un artista deve essere preparato anche culturalmente per affrontare il mercato internazionale. Le qualità che credo siano necessarie per affermarsi sono: umiltà, intelligenza e una giusta dose di sfrontatezza.

 

La recitazione è sempre stata una passione parallela rispetto alla musica?

Sì, il mio esordio – come raccontato prima- è legato a un ruolo in cui dovevo sia cantare che recitare, e ho sempre studiato per costruirmi una professionalità in entrambi i campi. Certo, la musica è nel mio dna. Ma amo molto anche recitare; in fondo, una cantante è un’attrice che interpreta un ruolo mentre canta. In Italia, purtroppo, non si ama la poliedricità. Invece, io credo che se un artista ha più professionalità debba avere la possibilità di portarle avanti.

 

L’otto marzo uscirà nelle sale “Anche senza di te”, film ambientato nella tua Taranto, in cui canti la canzone finale…

Sì, canto “Il mondo”. Una canzone indimenticabile, pietra miliare della musica italiana, scritta da Jimmy Fontana e Gianni Boncompagni, che sono felice di far rivivere grazie anche a un arrangiamento dolcissimo. A maggio poi uscirà nelle sale un film che mi vedrà tornare nelle vesti di attrice: “Stato di Ebbrezza” diretto da Luca Biglione. Una storia corale, al femminile, che racconta di donne problematiche e di vite allo sbando, con, tra le altre, Francesca Inaudi e Antonia Truppo. Una storia vera raccontata per anni dalla cabarettista Maria Rossi e ora trasformata in film da Luca Biglione.

 

Ti è piaciuta questa edizione del Festival di Sanremo?

Moltissimo, peccato non esserci stata. Ho apprezzato molto Baglioni; ha saputo fare un passo indietro con grande eleganza e ha messo davvero la musica al centro. Musica di qualità. Ho sentito belle canzoni. Un plauso a Pierfrancesco Favino, strepitoso, e a Ornella Vanoni. Vorrei arrivarci io, alla sua età, con quell’intonazione e quell’intensità interpretativa. Penso che dovremmo apprezzare di più le eccellenze della nostra musica. Per questo, mi ha emozionato il premio alla carriera dato a Milva. Un’interprete completa che nella sua carriera ha saputo spaziare dalla musica alla recitazione. Un modello per tutti i giovani che decidono di accostarsi a questo mestiere.

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