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Matilde Lojacono, o se preferite Matilde Gioli: è così che la conoscono i più. Attrice italiana, una delle più apprezzate del momento. A soli trentuno anni ha già lavorato con i più grandi del nostro cinema, ha vinto un Nastro d’Argento grazie alla sua prima apparizione sul grande schermo ne Il Capitale Umano di Virzì e nel 2020 è stata Giulia Giordano nella serie medical Doc – Nelle tue mani, prodotta da Lux Vide, per la quale si è preparata affiancando per un mese una dottoressa del Gemelli di Roma. Perché Matilde è una stacanovista incallita quando si tratta di coltivare la sua passione, che è riuscita a trasformare in lavoro. Non solo, per quanto poco sia stato il tempo che abbiamo trascorso con lei, ci è apparso subito chiaro che non è proprio una persona avvezza agli atteggiamenti da diva spesso tipici delle attrici del suo calibro. Matilde è gentile e libera, e un po’ ci ricorda il personaggio di Merida nel capolavoro Disney Pixar Ribelle – The Brave. Questi suoi tratti, insieme ovviamente alla bravura artistica, hanno fatto di lei l’attrice che è adesso.

 

Matilde, quando è nato il tuo amore per il cinema?

Non tanto tempo fa, come quello di un appassionato che ha iniziato fin da piccolo. Io sono diventata attrice per caso e fino a quel momento di cinema sapevo ben poco. Sono sempre andata in sala, ma non avevo una mia cultura e non ero in grado di distinguere i vari stili dei registi. Entrando poi a gamba tesa in questo mondo, ho inevitabilmente iniziato a documentarmi. Diciamo quindi che la mia passione nasce sei/sette anni fa, quando ho recitato nel mio primo film, Il Capitale Umano di Paolo Virzì; lì ho realizzato che ero entrata a far parte di un mondo incredibile – sia collaborando come attrice, sia come spettatrice. Oggi, quando vado a vedere un film, ho un occhio completamente diverso.

 


Il Capitale Umano ha rappresentato la tua consacrazione; grazie a questo film hai vinto un Nastro d’Argento, che per noi italiani è un po’ come un Golden Globe. Un inizio di carriera davvero importante. Poi, dal genere autoriale/drammatico, sei passata alla commedia, il che, almeno in Italia, non è frequente…

Vincere il Nastro d’Argento è stato un bellissimo inizio. Non solo, non è scontato iniziare una carriera con un tale regista e un tale cast: Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Gifuni e molti altri. Di carattere però sono una strettamente legata alla realtà, per cui, più che il premio, quello che mi ha invogliato ad andare avanti con sete di conoscenza è il fatto di sapere poco. Intendo dire: mi sono resa conto di essere arrivata in un porto di persone che studiano e vivono questa industria come fosse la loro stessa vita. Io ero molto impreparata. Questo mi ha invogliato a spaziare tra i generi: oltre al drammatico c’è la commedia, altrettanto difficile. Anzi, essere comici e riuscire a far ridere in maniera non demenziale non è per nulla facile.

 


Hai recitato in alcune delle commedie migliori degli ultimi anni. Tra queste spiccano Belli di Papà con Diego Abatantuono e I Tre Moschettieri con Pierfrancesco Favino. Come è stato lavorare al fianco dei due attori che abbiamo appena citato?

Pierfrancesco è un grandissimo professionista e colpisce il fatto che lui sia bravo a fare tutto. Ne I Tre Moschettieri doveva recitare, far ridere, far piangere ma anche cavalcare, tirare di spada; il suo D’Artagnan è un po’ goffo, tonto… aveva davvero tantissime cose da fare e lui è riuscito a metterle insieme tutte quante alla perfezione. Un grandissimo professionista. In più è anche una persona molto simpatica, è un piacere averlo sul set. Per quanto riguarda Diego, tra noi è nata una enorme amicizia: ci sentiamo regolarmente, ci vediamo. Purtroppo ci divide la fede calcistica: lui è milanista e io interista, ma questo non ci impedisce di guardare le partite insieme. Mi sono affezionata tantissimo a lui quando cinque anni fa abbiamo girato insieme, mi ha spiegato molte tecniche della recitazione in commedia, sui tempi per esempio. È stato generoso, perché mi ha insegnato cose che lui ha imparato in anni e anni di lavoro e a me le ha dette tutte quante insieme. Più o meno è come se tu mettessi via una moneta ogni giorno per tanto tempo e poi arrivasse per caso una persona e tu le donassi tutte le monete che hai risparmiato.

 


Purtroppo in Italia c’è uno iato profondo tra la commedia e il film autoriale. Forse un giorno si incontreranno.

Sarebbe bello. A volte trovo che nel cinema ci sia un po’ di snobismo; capita che se un attore o un’attrice decide di dedicarsi a un progetto più popolare poi non possa più tornare al cinema autoriale, perché è come se si fosse sporcato con il pop. Io questa cosa non la condivido, perché un attore deve poter fare tutti gli stili che vuole, passando liberamente dall’uno all’altro. Io mi auguro di poter fare così e davvero spero che in futuro ci sia un contatto tra popolare e autoriale. Certo, tra loro sono diversi, ma mi piacciono allo stesso modo.

Cambiamo un po’ argomento. Come vivi la notorietà e l’affetto dei fan?

Sono situazioni che vivo molto bene. Nel senso che io non ho una dose esagerata di fan. Ho il mio gruppettino di amatori e sono molto contenta perché quelli che ci sono, sono veri. Sono circa sette anni che mi capita di incontrare i fan, dai festival a quando faccio la spesa, e tutti loro mi si sono sempre avvicinati con garbo e dolcezza. Non mi è mai capitato di incontrare un fan molesto o esagerato. Non so parlarti di come lo vivano i grandi attori che hanno i grandi gruppi di fan. Da quello che ho visto, non sempre è facile. Per esempio con Diego (Abatantuono, ndr) a volte è difficile anche andare a mangiare una pizza. Non condanno gli attori che si infastidiscono, perché sul set siamo molto sollecitati e quando uno è nel privato vorrebbe stare tranquillo.



Chiaro, lavorare nel cinema occupa tante, forse troppe ore della giornata. A volte anche quattordici/ quindici ore al giorno. Ma si riesce poi a trovare uno spazio per un’altra vita, quella reale?

(Qualche secondo di esitazione, ndr) Sì. Il fatto che io sia di Milano e l’industria cinematografica sia quasi tutta a Roma può essere da un lato proibitivo, ma da un altro mi permette di staccare completamente quando sono a casa. A Milano c’è la mia famiglia, a Roma c’è il mio lavoro. A Milano ho impegni, piaceri, hobby che non c’entrano nulla con il cinema.

Sogni per il futuro?

Vorrei tanto fare un viaggio, perché tra lavoro e questo stato particolare delle cose è trascorso troppo tempo dall’ultimo. Per fortuna sto lavorando, ma mi piacerebbe partire, andare uno o due mesi a esplorare il Sudamerica. Mi piacerebbe vivere un’avventura nelle foreste, in Amazzonia. Sarebbe rigenerante.


Concludiamo con un tuo desiderio: c’è qualcosa che vorresti dire in più ai nostri lettori?

So che molti altri lo hanno già detto e la mia voce è forse superflua, ma io invito tutti noi a rivedere il comportamento che abbiamo nei confronti della natura. Fino ad adesso io, per esempio, sono stata attenta, ma mi sono accorta che posso fare molto di più. Il problema dell’ambiente è reale, è serio e siamo già in ritardo.


Press: laPalumbo Idea & Communication