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Con lui stavo bene, era tutta la mia vita.
Rimanevo intere ore ad aspettarlo seduta sul muretto vicino casa
e mi piaceva guardarlo in fondo alla strada,
quando la sera rincasava dalla campagna”

Nella crescita dei propri figli il papà ricopre un ruolo fondamentale, in modo diverso nei maschi e nelle femmine, ma ugualmente importante.
Tutte le bambine vedono nel proprio papà il futuro principe azzurro.

“Gli correvo incontro felice…”

… ma la felicità di Laura Monticelli Conetta si è fermata quando il suo principe azzurro è morto.

“papà non tornerà più, papà è morto”.
Non ho mai accettato quella frase detta a denti stretti da mia madre,
senza guardarmi negli occhi,
parole fredde e inespressive, ghiaccio sul mio cuore di bambina.

Laura aveva solo 8 anni quando, su richiesta della madre, entra un papà bis, un tutore assegnato dal Tribunale dei Minori.

Nell’immaginario collettivo l’uomo, inteso come sesso maschile, è o meglio dovrebbe essere il protettore del sesso debole ma non per Laura perché con l’ingresso di questo “tutore” finisce la sua infanzia. Infanzia rubata per oltre sei anni da un uomo (e mi vergogno da uomo definirlo tale) che avrebbe dovuto tutelare una bambina di 8 anni, un uomo che avrebbe dovuto insegnare cos’è il bene e cos’è il male ad una bambina di 8 anni. Invece quest’uomo ha abusato di un’innocente sotto lo sguardo distratto e indifferente di chi avrebbe dovuto proteggerla, la madre che di fronte allo scempio che avveniva ripetutamente in casa sua, ha preferito bendarsi gli occhi.

“Che razza di madre è lei?”
Questo il commento del carabiniere che ti ha liberata, indirizzato a tua madre. Oggi, da mamma, sei riuscita a perdonarla?

Il vocabolario mi da la definizione della parola Perdono: “Non punire, con atto nobile e generoso, un danno o un offesa che altri ci hanno arrecato”. Non so dire fino a che punto ho perdonato mia madre. Le sono sempre stata vicina e accudita quando è diventata anziana, cercando di non farle mai sentire il peso di ciò che è stato. Credo, in qualche modo di averla perdonata anche se è purtroppo sempre mancato il vero affetto che lega una figlia alla propria madre.

Cosa vorresti dire a tutte quelle mamme che sanno e tacciono forse per paura, forse per omertà…

Il consiglio più ovvio è sicuramente quello di segnalare e di denunciare. Non basta questo. Informarsi, conoscere il problema sia dal punto di vista psicologico, ovvero sapere quali le conseguenze che un evento traumatico, quale l’abuso all’infanzia, porta e porterà al bambino che ha subito, sia dal punto di vista giudiziario perché, anche in questo caso, la conoscenza è ciò che ci aiuta ad affrontare nel modo migliore un percorso difficile.

La bambina che beveva cioccolata è la tragica testimonianza di un caso di pedofilia.

Le violenze su bambini sono sempre più diffuse, non vengono quasi mai denunciate e nel 70% dei casi l’abuso si consuma fra le mura domestiche. Dati statistici rivelano che in Italia sono circa 70-80 mila i minori vittime di violenze e abusi, ma le cronache giornalistiche non sempre riescono a far luce su molti di questi episodi. Quando ne sentiamo parlare è solo perché una vittima ha coraggiosamente denunciato la violenza subita alle autorità, oppure perché vi è stato il cosiddetto morto ammazzato. Le reiterate e continue violenze sulle donne e quelle ancora più odiose e insopportabili sui minori purtroppo raggiungono numeri esorbitanti, numeri che non possono più essere ignorati.

Laura come molte altre donne hai avuto il coraggio, e la lucidità, di affrontare il male subito attraverso la scrittura del libro La bambina che beveva cioccolata. A chi lo consiglieresti e perché?

Sempre più spesso la cronaca ci racconta di storie in cui i bambini sono protagonisti, loro malgrado, di violenza e abuso. Conoscere ed essere informati su questi temi diventa importante per qualsiasi persona, non solo per le figure che si occupano di bambini ma per la società in generale. La conoscenza di certi argomenti ci permette di avere uno sguardo più attento sul mondo che ci circonda, anche quello più vicino a noi, dandoci la possibilità di poter agire nel modo migliore e non voltarci dall’altra parte pensando che il problema non ci riguarda. La bambina che beveva cioccolata è quindi un libro che consiglierei a tutti, a chi ha subito forme di abusi e violenze nell’infanzia, ma non solo. Tutti purtroppo facciamo parte di una società dove è facile pensare che queste cose accadano all’altro e non a noi.

Le violenze subite, sei riuscita a trasformarle in “sogni” sbiaditi nel tempo o le ferite fanno male anche solo ricordare quanto male fanno?

Il percorso di rinascita è stato lungo e faticoso. Le cicatrici ci sono ancora ed è giusto così perché servono a ricordare il mio passato. Ci sono stati momenti molto difficili da superare, quando il dolore per ciò che era successo diventava così forte da farmi impazzire, tanto che l’unico modo per sopravvivere era la dissociazione completa.
Ha distanza di anni il mio corpo e la mia mente reagivano annullandosi di fronte a situazioni che riattivavano il trauma mai elaborato. Dopo un buon percorso di psicoterapia, ora sono in grado di far fronte a quelle situazioni che un tempo mi mettevano in crisi. Il dolore c’è sempre ma fa parte di me, l’ho accettato e ci convivo perché ora lo conosco.

Riviste specializzate scrivono: “L’infanzia violata costituisce una ferita nell’identità e nella psiche, uno strappo nel senso di sé, nell’autostima e nell’affettività il cui dolore può propagarsi nell’intero arco di vita. Il bambino abusato vive la pubertà e l’adolescenza come se gli avessero apposto un marchio, un marchio di diversità che, consciamente o inconsciamente, condiziona ad ampio spettro le sue relazioni non solo nella sfera sessuale.

Ricerche e dati clinici stabiliscono correlazioni tra abuso infantile e instabilità o dipendenza affettiva in età adulta, condotte distruttive auto o etero-dirette, depressione e disturbi alimentari, comportamenti devianti come abuso di alcol e droghe, prostituzione o promiscuità sessuale o, al contrario, una forte inibizione della sessualità destinata a condizionare i futuri rapporti amorosi

Laura dopo aver letto il passaggio di cui sopra posso chiederti quali le conseguenze che ti sei portata dietro in età adulta; la difficoltà nell’accettare il proprio corpo, inadeguatezza nei confronti della vita, incubi notturni, continui cambi di stati d’animo, autostima inesistente, vivere serenamente la propria sessualità, dipendenza da sigarette, alcool, droghe… e quali sei riuscita a combattere?

Purtroppo l’elenco che tu fai è molto appropriato e calza a pennello a molte persone che hanno subito abusi nell’infanzia. Ci sono però tante altre conseguenze che segnano la quotidianità di una persona con un passato traumatico. L’unico punto in cui non mi ritrovo sono le dipendenze ma ho vissuto dei periodi completamente staccata dal mio presente. Nel mio secondo lavoro artistico, il CD di poesie Percorsi di volo, c’è una poesia intitolata Giugno in cui racconto la dissociazione quale conseguenza di difesa da un riattivatore traumatico.

Le violenze cominciano quasi sempre sotto forma di gioco, un bambino di fronte ad un gioco non si tira mai indietro. Il tuo “tutore”, al quale mi piacerebbe dare un nome e un cognome, era riuscito a convincerti che tutto quello che stava facendo lo faceva perché era suo dovere insegnarti “quelle cose” e tu dovevi essere orgogliosa di questo. Orgogliosa di questo sporco “gioco”!!! Da bambina prima, e da donna dopo, ti sei mai chiesta se fosse stata colpa tua?

Si, tante volte. L’adulto abusante è ben capace a far credere al bambino di essere complici in questo “gioco”. Il senso di colpa, insieme alla vergogna, sono senza dubbio le due emozioni negative sul proprio più difficili da sradicare e che ci impediscono di parlare e chiedere aiuto nel momento in cui l’abuso viene messo in atto ma che ci accompagnano anche a distanza di anni dall’evento. La frase più ripetuta dal mio tutore era: “Lo sai che altre bambine fanno questo gioco?” e anche: “Non lo dire a nessuno”. La normalità nella quale l’adulto cerca di far vivere il bambino è la confusione di parole, di emozioni e di sentimenti, in modo che esso possa rimanere il più a lungo possibile in balia del proprio aguzzino.

Questo “tutore” era uno stimato professionista, con tanto di famiglia!!! Grazie a Dio c’è stato un processo. Oggi quest’uomo, e sottolineo che non vorrei definirlo tale, dov’è?

Non ho saputo più nulla di lui dopo il processo. Il giorno in cui i carabinieri mi portarono via fu molto difficile, volevo sapere cosa gli avrebbero fatto, dove lo avrebbero portato e dentro di me speravo di rivederlo. Poi, dopo il processo, in un primo momento era come se non fosse mai esistito e quindi non mi domandavo nemmeno dove fosse o cosa facesse. Con il passare del tempo ho iniziato a riconoscere e capire il male che mi aveva fatto e quindi rimaneva solo il ricordo ma senza nessuna domanda a cui rispondere.

Oggi Laura che donna è?

Una donna consapevole del suo bagaglio di vita, delle sue difficoltà e delle sue forze.

Hai fondato l’Associazione Meti, quali gli obiettivi?

L’associazione Meti è una ONLUS che si occupa prevalentemente di persone adulte che hanno subito abusi nell’infanzia. Al momento sono attivi tre gruppi: Kore, per donne che hanno subito abusi nell’infanzia, che è un gruppo di auto mutuo aiuto ascolto e sostegno. Un gruppo di arte terapia auto gestito perché l’uso dell’arte può essere di grande aiuto per quelle persone che non riescono a verbalizzare il proprio disagio quotidiano, spesso derivante da ricordi traumatici. A ottobre è nato anche il gruppo Demetra, per genitori con figli abusati. Sono tutti gruppi aperti a nuovi ingressi. L’ascolto, la condivisione, il sostegno sono alla base dei gruppi. L’associazione Meti ha tra i vari obbiettivi l’informazione sul tema degli abusi con interventi nelle scuole e sul territorio perché solo parlandone si può conoscere il problema.

Ad inizio intervista ti ho chiesto cosa vorresti dire a tutte quelle mamme che sanno, ma tacciono. Per chiudere invece vorrei chiederti cosa vorresti dire a chi non ha mai avuto il coraggio di denunciare e oggi vive con questa ferita nascosta solo da un cerotto…

Purtroppo anche a distanza di molti anni la persona che ha subito abusi nell’infanzia porta con sé un bagaglio di conseguenze negative davvero molto pesante, a volte non facile da riconoscere o da ricondurre a quell’evento traumatico. Ecco perchè l’informazione, la consapevolezza e la condivisione con altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza traumatica, sono alla base di un percorso che aiuta a vivere un quotidiano più sereno. Non arrendetevi, non siete sole.

Potremmo andare avanti ore a parlare di questa piaga sociale, queste le tante ferite che non riescono a rimarginarsi nella vita di quei bambini, divenuti uomini e donne, ferite che continuano a sanguinare ogni giorno, ferite che fanno male anche solo ricordare quanto male fanno. Molti si sono “adattati” a vivere la propria vita con questa ferita sempre aperta, molti come nel caso di Laura Monticelli Conetta riescono a resistere e sentirsi, un giorno, finalmente liberi grazie alla loro determinazione, alla loro positività e alla loro voglia di riscattarsi.

Perché la libertà è il diritto dell’anima di respirare, non permettiamo a nessuno di toglierci il respiro.