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New York, Parigi, Londra. Simon Porte Jacquemus ne ha fatta di strada: da Salon de Provence, paesino nel sud della Francia situato tra Marsiglia e Avignone, alle passerelle delle capitali della moda, per non parlare del mondo del web dove le sue collezioni sono prese d’assalto dai consumatori di tutto il pianeta. Eppure questo giovane uomo, classe 1990, figlio di contadini, resta umile e semplice, amante del proprio lavoro e sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che caratterizzi la sua moda fatta di pezzi semplici come t-shirt o camicie che si arricchiscono però di particolari inusuali. Sono i dettagli a fare la differenza nel mondo di Jacquemus, tra determinazione e minimalismo, freschezza e spontaneità.

Simon Porte ha da sempre sentito la moda come un sogno, un modo per raccontarsi e per raccontare una storia, come in un film. A soli diciannove anni e con pochi soldi in tasca inizia a produrre la sua prima collezione a Parigi. Colori solari, linee essenziali, tanta positività. Ed è così che Jacquemus entra nel mondo del fashion business, aiutato dall’amore puro e profondo per il mondo femminile. Grazie all’Institut Français de la Mode di Parigi, prestigiosa scuola di moda, design e comunicazione nel cuore della capitale francese, il designer transalpino ha deciso di offrire lezioni e dibattiti a studenti e non, mettendosi a disposizione per raccontare la sua esperienza professionale, gli inizi ed il suo percorso di crescita. L’Institut Français de la Mode, durante questi giorni di emergenza causati dal Covid-19, ha infatti messo online – previa iscrizione – un corso della durata di tre settimane dal titolo Understanding Fashion: from Business to Culture, in cui il professor Benjamin Simmenauer propone un approccio al mondo della moda come fenomeno culturale oltre che economico. Tra i tanti interventi di personaggi legati al mondo del fashion, anche Jacquemus ha contribuito a questo ambizioso progetto, lasciandoci una preziosa testimonianza.

Raccontaci i tuoi inizi.

Avevo sette o otto anni. Decisi di preparare un capo d’abbigliamento per mia madre, così ho tagliai una tenda di lino, presi i lacci di una Converse e creai una gonna. Stavo facendo qualcosa in modo del tutto spontaneo. Mia madre la indossò e disse “che bella”. Volevo davvero fare moda per raccontare storie. Soprattutto, non era l’ossessione per un indumento ma la necessità di era dire qualcosa, raccontare un pezzo di me.

 


Da dove trai ispirazione?

Le storie che avevo in mente erano storie semplici: storie di donne nel sud della Francia, donne che prendono la macchina, che vanno in spiaggia, che vivono in modo autonomo. Esattamente come faceva mia madre. Penso di essere stato ispirato molto dalla televisione e dal cinema. Film come L’Effrontée con Charlotte Gainsbourg o L’Eté Meurtrier con Isabelle Adjani, ma anche anche serie tv come Sous le soleil mi hanno regalato sensazioni potentissime. Se parliamo di arte, uno dei miei primi shock artistici me lo diede Picasso: alle elementari vidi su un libro un suo disegno che ricreava una donna con due nasi. A quindici anni decisi di provare il salto nel mondo della moda: creavo storie che pubblicavo su Internet. Instagram non funzionava ancora in senso commerciale, ma io lo avevo già. L’immagine è la mia prima ossessione.

 


Hai fatto studi particolari che ti hanno condotto verso il mondo della moda?

Ho dovuto diplomarmi per andare alla scuola di moda. Ho preso il diploma di scuola superiore e poi sono venuto a Parigi. Dopo solo un mese ho perso mia madre. Quindi, ho lasciato la scuola di moda e ho pensato tra me e me: “Vai Simon, realizza i tuoi sogni e crea il tuo marchio!” E così un anno dopo nacque la mia maison, che porta il cognome di mia madre. Avevo diciannove anni e non avevo contatti, niente soldi, ma niente mi sembrava difficile nonostante fossi davvero giovanissimo. Ero pazzo, ero pronto a tutto. Gridare il mio nome ai giornalisti mi è sembrato quasi semplice. Avevo un’energia, quella di mia madre, quella di questa bambina di campagna che voleva lavorare nella moda e che desiderava convincere le persone. La gente si chiedeva: “Beh, sembra che abbia qualcosa da dire, ma è sincero? È davvero utile? È significativo?”. Inizialmente ho dovuto insistere. Ma poi sempre più velocemente vedevo persone e realtà che cominciavano a credere in me. La stampa francese è stata grandiosa, mi ha davvero aiutato, da Vogue a Biba.

Come definisci la donna Jacquemus?

La donna Jacquemus esiste, ma non so ancora definirla. Certamente è cresciuta con me, da bambina fino a diventare una donna. L’estate scorsa, ho puntato sui drappeggi . Poi ho lavorato su concetti, su oggetti che mi ossessionano, ispirati all’arte. La Collectionneuse (questo il nome della collezione) è stata interamente realizzata ispirandomi ai pezzi che colleziono e al modo in cui l’arte ed il design possono venire interpretati nella moda. I passaggi per creare una collezione non sono mai uguali. All’inizio della stagione abbiamo dipinto e dipinto, abbiamo fatto dipingere anche molti artisti veri e propri che hanno reinterpretato stampe e tessuti. 

 

Ovviamente c’è anche il lato imprenditoriale nel tuo lavoro.

Fa parte del gioco, penso. Sono consapevole di tutto. Sono a conoscenza di tutto ciò che viene venduto online e seguo personalmente ogni passaggio. Non delego nulla. Per me è importantissimo. Ciò non significa che le vendite definiranno le mie prossime creazioni, per niente. Ma sono vigile e presente. In dieci anni nulla è davvero cambiato radicalmente. Mi sento come se fossi rimasto lo stesso, con i piedi per terra. Ho cercato fin dall’inizio di trasmettere lo stesso messaggio, condividere molta positività, molta energia. Penso che la mia sia una moda molto solare. Si tratta di essere sinceri con noi stessi, ascoltare sempre la propria coscienza, saper dire di no, molti no. Non accettare troppi consigli, ma bilanciare chi siamo veramente. Non sono cambiato. Ad esempio non creo per le celebrità.

 

Perché hai deciso di non fare abiti per le star?

Se qualcosa mi fosse commissionato non troverei l’ispirazione giusta. Prima creo una storia, una collezione. Dopodiché ognuno è libero di acquistare le mie creazioni. Ricordo la prima volta che ho visto Kendall Jenner e Rihanna indossare i miei abiti. È stato per me rivelatore, penso stesse succedendo qualcosa di davvero unico.

Devi fare i conti anche con chi ti copia spudoratamente.

Oggi vedo copie delle mie creazioni in tutti i negozi di fast fashion: lo considero entusiasmante. L’ho presa male all’inizio, quando ero più giovane. È stato molto difficile quando tutto è stato copiato: i vestiti, il casting, il modulo della campagna, il luogo. È stato violento ma poi, mi sono detto “sei fortunato, fai parte del tuo tempo, vesti le donne e il loro immaginario.” Così ho capito che in realtà era fantastico.


Come ti vedi tra dieci anni?

La gente mi ha posto spesso questa domanda ed io rispondo sempre alla stessa maniera. Voglio essere felice, continuare a fare collezioni, sentirmi bene nella mia squadra. Stare bene è un’aspirazione. Penso che sia importante dirlo. Non si tratta di essere sempre e solo il più bravo o il più famoso. È aneddotico. Se succede è fantastico, ovviamente! Ma sentirsi bene è un obiettivo ben più sano e stimolante. E penso che anche la mia generazione sia orientata verso quello, verso il proprio benessere. Anche questo è assolutamente importante da ricordare.