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L’esordio alla regia di Ivan Silvestrini con la web series “Stuck” non è passato inosservato neanche ad Hollywood, chiedete a Star come Katherine Kelly Lang e Ronn Moss! Da allora ad oggi il regista romano ha girato altre tre web series, una brillante commedia “Come non detto” sulle tematiche gay ed è in uscita nelle sale con “Monolith”, interamente girato negli Usa.

silvestrini_1Come è iniziata la tua passione per il cinema?

Al liceo volevo fare la rockstar, poi mi sono iscritto alla nascente facoltà di Arti e Scienze dello Spettacolo dove capii che le mie passioni per la scrittura e la fotografia sarebbero potute confluire nella narrazione per immagini. Ho girato lì due corti angoscianti e uno poetico, e poi ho capito che era meglio prendermi un po’ meno sul serio. Mettendo alla berlina tutte le mie frustrazioni sentimental-ormonali dell’epoca. Girai il mio quarto corto e con esso entrai al Centro Sperimentale di Cinematografia. Il mio corto di diploma mi ha fatto in seguito ottenere il ruolo di regista del film Come Non Detto. Parallelamente e negli anni seguenti ho diretto 4 Web Series, indipendenti e non, prima di cominciare la più grande avventura della mia carriera: Monolith, un film di genere girato negli Stati Uniti. Tornato in Italia ho diretto il remake del film israeliano “2night”, un Boy-Meet-Girl a la “Prima dell’alba” e al momento sto cominciando il mio quarto film.

Arrivi dal Centro Sperimentale di Roma, pensi che sia l’unica strada per diventare regista?

Credo sia la migliore, ma oggi assolutamente non l’unica. Quando io fui ammesso si facevano i corti in miniDv, essere ammesso significava da un lato entrare in contatto con professionisti e maestri del settore, ma soprattutto poter realizzare immagini di qualità (in pellicola all’epoca), fare dei corti a un livello professionale. Oggi esistono fotocamere abbordabili in grado di girare filmati ad altissima qualità, quindi insomma, non ci sono più scuse.

Te lo aspettavi il successo della tua web series “Stuck”?

Ci speravo, ma non potevo prevederlo. Al di là dei risultati in termini numerici mi ha permesso di incontrare molte persone che hanno poi avuto un ruolo importante nel mio percorso, come Davide Luchetti e Lorenzo Foschi della Frame by Frame che dopo aver visto Stuck mi scelsero per dirigere il loro primo film da produttori (Monolith). O come Katherine Kelly Lang.

Com’è successo che anche dall’altra parte dell’oceano si siano appassionati alla tua serie Katherine Kelly Lang e Ronn Moss?

Stuck è una serie web recitata in inglese, quando uscirono le prime puntate Kelly (che all’epoca stava cominciando a produrre alcuni episodi di The Grove a Los Angeles) le scovò cercando altre web series da analizzare e cominciò a seguirci su twitter, ovviamente la seguii a mia volta e cominciammo a chattare, un giorno ci incontrammo a via Veneto, qualche sera dopo mi presentò Ronn Moss (un mito d’uomo assoluto al di là del suo personaggio) con cui avrei anche, in seguito nei miei viaggi a Los Angeles, cementato (per quanto possibile) un’amicizia surreale.
Lo vado a trovare nel suo ranch ogni volta che sono lì.
Non scorderò mai la maratona di House of Cards fatta nel suo cinema domestico mangiando gelato.

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Come ti sei avvicinato ad una sceneggiatura con tematica gay per il tuo primo lungometraggio?

Si trattò di uno di quegli abbastanza rari casi in Italia dove un produttore cerca un regista per un progetto, Roberto Proia (l’autore della sceneggiatura e producer del film) mi scelse dopo aver visto il mio saggio di diploma del CSC. Nasceva come un film su commissione, ma alla fine sono entrato sempre più nella testa del protagonista, e al di là della questione di orientamento sessuale, la condizione in cui molti giovani gay sono costretti a vivere, nella paura costante di non essere accettati per quello che sono, era comunque un sentimento che conoscevo bene. Ho capito moltissime cose facendo quel film, mi sono confrontato con i pregiudizi del mondo in cui ero cresciuto, e oggi condivido le battaglie di chi vuole vedere riconosciuto il proprio amore senza vivere nella paura. Perché alla fine è una questione di diritto alla Felicità, la cui ricerca è l’unico senso che accomuna l’esistenza di ogni essere umano.

Parlami di “Monolith” il tuo primo film in lingua inglese.

Non posso parlarne molto per ora, tutto quello che posso dire è su imdb (http://www.imdb.com/title/tt4711924/combined)
Posso dirti che è stato (è ancora) un’impresa impressionante durata 2 anni ormai, che mi ha portato in luoghi lontanissimi e meravigliosi, mi ha costretto ad affrontare climi ostili in compagnia di persone coraggiose da cui ho imparato moltissimo. Il solo condividere una casa con Lorenzo Ceccotti per 5 mesi sarebbe per chiunque un’esperienza di vita dal valore inquantificabile.

Com’è stato lavorare negli U.S.A.?

Non facile. Ti trovi in un sistema molto protetto e non necessariamente accogliente. Quando riesci a fare breccia e incontrare le persone tutto è super professionale (in senso buono), ma raggiungere le persone non è facile. Si dice che a Los Angeles nessuno sappia dire di no, sembra che tutti vorranno lavorare con te, ma poi ovviamente non è così, e bisogna imparare in fretta a capire chi sia davvero interessato e chi ti sta facendo perdere tempo, e il tempo quando sei all’estero è davvero, palpabilmente, denaro.
Basti pensare che quando abbiamo cominciato a fare una stima di budget l’Euro era molto forte sul dollaro e sembrava che potessimo avere un notevole vantaggio nel girare lì, poi la situazione è cambiata e ci siamo trovati con il dollaro praticamente uguale all’euro perdendo con questo scherzo centinaia di migliaia di dollari.
Si gira 12 ore al giorno (invece che le 10 italiane) e questo è stato fondamentale visti i ritmi che abbiamo dovuto tenere.
Il sushi è strepitoso (ma nel deserto non c’era).

E’ difficile conciliare la famiglia con il tuo lavoro?

Sono stato lontano dalla mia famiglia per quasi sei mesi. Un pezzo della mia vita se ne è andato senza di loro, posso solo lavorare affinché ne sia valsa la pena.

… e se non avessi fatto il regista?

Nella vita che non ho vissuto che scorre parallela alla mia spero di essere diventato un compositore di musica elettronica.

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Foto: Stefania Rosini