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By Matteo Squillace
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Lo chiamano “imprinting”. Una predisposizione genetica, tipica del mondo animale, ad apprendere e crescere basandosi sugli avvenimenti che si osservano nel corso dei primi anni di vita. Sensazioni e comportamenti che vengono marchiati nella corteccia cerebrale e che istintivamente si è portati a ripetere. Perché giusti, a nostro parere. Questo è il caso di Isabella Pozzali: milanese, classe 1991, ha fatto tesoro degli insegnamenti che la vita e le persone a lei care avevano da tramandarle, ma la sua strada vuole costruirsela da sè. Testarda e ribelle: solo così si trasformano i sogni in certezze. Non lo ha imparato, è qualcosa che aveva già dentro.

È stata la fotografia a scegliere te o viceversa? Come è nato il vostro primo incontro?

Direi che è stata la fotografia a scegliere me. Non sono una di quelle persone che dice di essere nata con la macchina fotografica in mano. Ero al mare con il nonno, stavamo pranzando e ad un certo punto gli arrivò un messaggio di un centro commerciale che diceva che aveva diritto a degli sconti. Mi disse: ”Andiamo, ti faccio un regalo” e ci ritrovammo al reparto fotografia per caso. Mi sorprese a guardare delle reflex Canon e, senza pensarci due volte, mi regalò la macchina fotografica che possiedo tutt’ora. La mia adorata Jolie (ebbene sì, ho dato un nome alla mia macchina fotografica).

 

Ti ricordi anche quale è stata la prima fotografia che hai scattato?

Escludendo i vari esperimenti su piante, animali e onde del mare, mi ricordo che il primo “servizio fotografico” l’ho fatto nel mio garage. Avevo invitato tre amiche, attaccato qualche foglio bianco al muro, qualcun altro sul pavimento e ho iniziato a scattare il mio primo set che chiamai Dolls. Riguardando quelle foto mi rendo conto di quanto sia cresciuta fotograficamente in questi anni, ma ci sono comunque affezionata nonostante non siano proprio il massimo.

Ci sono immagini, momenti o luoghi che ti hanno fortemente ispirato durante il tuo percorso artistico?

Mi piace definirmi una persona estremamente creativa. Ogni cosa che mi trasmette emozione per me si traduce in ispirazione. Spesso durante i viaggi in macchina mi vengono delle illuminazioni che registro con delle note audio per poi trascriverle su carta. Ho un quaderno dove tengo traccia di tutte le mie idee e i miei progetti, che è in continuo aggiornamento; ci aggiungo post-it, disegni e note dell’ultimo minuto.
Sicuramente anche i miei viaggi sono stati una gran fonte di ispirazione. Vedere nuovi paesaggi e incontrare persone con una cultura completamente estranea alla mia suscita sempre la nascita di nuove idee.

 



Ci piacerebbe sapere di più riguardo al tuo ultimo progetto, She Leaves…

Questa raccolta è nata un po’ per caso, ma racchiude in sé quello che amo di più fotografare, ovvero la bellezza femminile e la natura. A Marzo decisi di sperimentare il genere del ritratto e ho iniziato a selezionare alcune tra le ragazze che mi avevano contattata. La prima con cui ho avuto il piacere di collaborare è stata Francesca. Ci siamo incontrate in un parco di Milano e dopo una buona mezz’ora passata a chiacchierare, abbiamo iniziato a scattare. Camminando per il parco ho notato un raggio di luce che filtrava attraverso le foglie di un cespuglio e l’ho fatta posizionare lì in mezzo. Il risultato mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di creare un progetto in questo stile, unendo la delicatezza della figura femminile alla natura. Ho avuto la fortuna, grazie a questo progetto, di conoscere e collaborare con tante ragazze molto gentili e disponibili. Le ragazze che scelgo per “She Leaves”, che è un lavoro ancora in fase di sviluppo, hanno tutte dei tratti molto fini e delicati. Quando ci accordiamo per una data comune chiedo loro di truccarsi il meno possibile, mantenendo così la loro naturalezza. Al resto ci pensano fiori e piante…

E per il futuro, che progetti hai?

Mi piacerebbe che le mie foto venissero pubblicate su una rivista cartacea. Per un fotografo non c’è niente di più bello che vedere il proprio lavoro su carta. Ora come ora posso solo incrociare le dita. Inoltre vorrei provare a portare She Leaves in qualche altro spazio in giro per l’Italia, anche per poter conoscere nuove ragazze e ampliare la raccolta fotografica!

Il tuo soggetto preferito scattato finora, e quello che prima o poi dovrai fotografare a tutti i costi?

Questa è una domanda difficilissima. Non credo di poter scegliere una sola tra le ragazze che ho fotografato, perché mi piacciono davvero tutte e sono molto affezionata ad ognuna di loro. Cerco sempre di creare un legame con loro e mantenere i contatti anche dopo il servizio fotografico. Con alcune si sono create delle amicizie vere e questa è la cosa più bella che possa capitare. Per quanto riguarda invece chi vorrei fotografare a tutti i costi mi trovi combattuta tra Paola Turani e Ophelia Overdose: sono a dir poco agli antipodi, ma sui social sono le modelle che seguo più assiduamente. Riescono a sorprendermi con ogni foto o ritratto che pubblicano…

Quali sono i fotografi che segui con maggiore attenzione e che ci consiglieresti?

I miei due riferimenti assoluti sono due. Katerina Plotnikova, una fotografa russa che ha fatto dell’intreccio tra uomo e animale il trait d’union della sua produzione artistica, e Benjamin Von Wong che non potrei definire in altro modo se non epico. I suoi progetti sono fenomenali, innovativi e sempre in grado di stupire chiunque.

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