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By Fabrizio Imas
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Nella mitologia greca, il cavallo veniva descritto come uno tra i più nobili degli animali: possente, veloce e che incarnava in sé i geni della discendenza divina. A simboleggiare tutte queste caratteristiche vi era Arione: un destriero dal manto lucente e nero come la notte che per tutta la vita servì fedelmente i suoi padroni (Ercole prima e Adrasto poi), proteggendoli e aiutandoli a scampare da mortali pericoli e dalle insidie della vita. Una profonda similitudine lega questi racconti mitologici alla figura di Giuseppe Cimarosa, artista, performer e fondatore del Teatro Equestre Cimarosa di Castelvetrano.

Una rappresentazione artistica itinerante che affonda le proprie radici proprio nella Magna Grecia. 

Quello di Giuseppe è un cognome difficile da portare sulle spalle: figlio di Lorenzo Cimarosa, ex affiliato di Cosa Nostra e cugino acquisito del boss mafioso Matteo Messina Denaro, latitante da venticinque anni e ricercato numero uno in Italia. Secondo Giuseppe si può sempre scegliere tra il bene e il male, ma a volte in situazioni come quelle che si vivono nel trapanese è quasi impossibile. Dopo anni passati a fronteggiare una logorante lotta in famiglia, ha compreso e saputo perdonare gli errori del padre. Ma la mafia, quella che tutt’ora brulica sotto i nostri piedi, rimane la più acerrima nemica della sua esistenza.

Quando hai scoperto chi era veramente tuo padre?

Ero molto piccolo, ricordo che lo avevano già arrestato una volta. Da lì capii che non sarebbe stato facile, tra silenzi e cose che non avrei voluto vedere e sentire. Veniva contattato ciclicamente dalla mafia, poi arrivò l’arresto nel 2013 durante l’operazione Eden. Mio padre era molto stanco, e così per me, mia madre e mio fratello fu il momento di metterlo davanti a una scelta definitiva : o noi o la mafia. A quel iniziò a collaborare con la giustizia, il suo operato con le forze dell’ordine è stato fondamentale per far confiscare ingenti somme di denaro nascoste e beni immobili in mano a Cosa Nostra. La vita però è una roulette amara, e quando ci siamo riavvicinati ha cominciato a mostrare i primi segni della malattia…

Navigando su internet si trovano alcuni articoli che definiscono come “celebrity dell’antimafia”. Cosa pensi di questa definizione?

Non era mia intenzione guadagnare un appellativo del genere. Io il mio lavoro lo avevo già con il teatro equestre, ma tutta questa storia ha fatto passare in secondo piano tutto ciò che avevo costruito in precedenza. Però alla fine dopo il pentimento di mio padre ho avvertito che per me il vento era cambiato: quello che volevo fare, e credo di esserci riuscito, era togliermi un marchio di dosso. Almeno al di fuori di Castelvetrano: paradossalmente, è a casa nostra che quotidianamente subiamo delle mortificazioni incredibili.

Che cos’è la mafia per te?

Per me è sempre la cosa più difficile da descrivere, vorrei dirti mille parole ma non basterebbero ad esternare lo schifo che provo. È la rovina della società: nonostante ci siano persone che dedicano la loro vita nel tentativo di estirparla io la avverto ancora. E so cosa vuol dire doverla combattere quotidianamente.

Hai studiato a Roma, perché poi hai deciso di tornare a Castelvetrano?

A Roma ho studiato archeologia e contemporaneamente lavoravo con i cavalli: poco dopo ho capito che l’archeologia era qualcosa che mi appassionava, ma i cavalli erano la mia vita. Sempre durante l’esperienza romana mi son reso conto subito che avrei solo potuto lavorare per conto di altri: i costi per per aprirmi un maneggio erano esorbitanti. Di qui la scelta di tornare in Sicilia dopo otto anni di lontananza: non avrei mai potuto gestire bene la mia adolescenza se fossi rimasto a Castelvetrano, ora che sono adulto è tutta un’altra cosa.

Parlami del tuo teatro equestre. Quando è scoccata la scintilla?

Proprio nel periodo in cui vivevo a Roma mi sono affacciato a questa realtà: facevo ricerche continue sui cavalli, cercando persone che avevano la mia stessa passione e con cui creare sinergie. Venni a conoscenza di un importante teatro equestre in Francia e di qui l’intenzione di portare questa affascinante rappresentazione artistica anche in Italia. Il caso ha voluto che poi abbia incontrato altri artisti e registi con i quali ho collaborato per fondare il Teatro Equestre Cimarosa.

Il tuo volto è stato utilizzato per la campagna del Gay Village di quest’anno.

Sì. In realtà a loro serviva una foto per il manifesto e siccome il tema era “Fantasia” avevano pensato ad un unicorno, quindi hanno acquistato i diritti di una mia foto. Successivamente Imma Battaglia, l’organizzatrice della manifestazione (compagna di Eva Grimaldi) è venuta a conoscenza della mia storia e mi ha voluto ospite all’apertura della stagione estiva come testimonial.

Cosa vorresti far sapere di te a chi non ti conosce?

Voglio solo che la gente pensi a me per il teatro equestre e basta, ho parlato abbastanza del mio pensiero riguardo alla mafia, ora voglio solo parlare del mio lavoro. La forza non mi manca.

Hai mai la sensazione che possa accaderti qualcosa di brutto?

Ho imparato a a convivere in fretta con questo sentimento. Ci era anche stato offerto di cambiare identità e ovviamente andarcene da Castelvetrano, ma abbiamo sempre rifiutato. Era un prezzo troppo alto da pagare e noi non ce la siamo sentita. Perdere gli affetti di una vita per colpa di una persona che non ho nemmeno mai visto, assolutamente no. Non ne vale la pena. E poi la malattia di mio padre mi ha insegnato a godermi fino in fondo ogni attimo della mia esistenza.

Per concludere, che cos’è che non deve mai mancare nella tua valigia prima di un viaggio?

Sicuramente la musica. Prima di andare in scena rimango sempre da solo con le mie canzoni preferite: mi aiutano ad estraniarmi dalla realtà e mi fanno entrare nel mio mondo fantastico…quello del teatro.

Ph: Luca Franchina & Lucrezia Testa Iannilli