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By Luca Forlani
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Sono felice di potervi raccontare una delle ultime grandi attrici del nostro teatro. Una carriera lunga trent’anni e partita all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, musa di Luca Ronconi, apprezzata anche da Paolo Sorrentino che l’ha scelta tra i protagonisti del film premio Oscar La grande bellezza. Galatea Ranzi sarà in scena al Teatro Vittoria di Roma martedì 15 e mercoledì 16 maggio con La fata matematica – Storia della donna che sognò il computer, scritto e diretto da Valeria Patera. Con lei sul palco ci sarà l’attore Gianluigi Fogacci.

Ci racconti di questo spettacolo che la vede – ça va sans dire – protagonista…

Lo spettacolo è scritto e diretto da Valeria Patera, ottima regista e drammaturga che ha la peculiarità di raccontare la matematica e le scienze attraverso il linguaggio del teatro. Ha scritto spettacoli su Darwin, Alan Touring, Rita Levi Montalcini. La fata matematica è un percorso in tre quadri sulla vita di Ada Byron Lovelace, figlia di Lord Byron e di una scienziata che le fece studiare in maniera forsennata i numeri. È una donna che a metà dell’Ottocento circa ha intuito l’informatica. Collaborando con Charles Babbage – inventore della macchina analitica – aveva studiato il sistema del telaio meccanico. Intuì la grande possibilità di costruire una macchina che oltre ai numeri potesse lavorare con immagini e suoni. Anticipò qualcosa che oggi domina le nostre vite.

Lo spettacolo cosa racconta nello specifico?

L’ultima notte della sua vita molto tormentata. Quella notte mentre tutti dormono ripensa alla sua vita, al padre mai conosciuto, alla madre autoritaria, e attraverso questi ricordi racconta la sua vita. Nel quadro centrale avviene un flashback: incontra Charles Babbage, suo compagno di lavoro con cui ebbe una relazione. E, infine, nell’ultima parte la sua morte, avvenuta a soli 36 anni. Mi ha molto appassionato l’obiettivo, lo scopo del lavoro di Ada Byron Lovelace: raggiungere una scienza poetica, coniugando questi due mondi così distanti. In fondo lei era nata dall’amore tra un poeta e una scienziata. E credo che il teatro possa rendere possibile questo connubio.

 

Ha iniziato la sua carriera in uno dei periodi più floridi del teatro italiano. Impossibile non fare paragoni…

C’è stato un pesante impoverimento economico, e di conseguenza di mezzi. Le grandi compagnie non esistono più. Le paghe degli attori si sono ridotte a un decimo. E se il teatro non è grande, non ci possono essere i grandi. Questa trascuratezza ha portato a un abbassamento del livello degli spettacoli, basti pensare a quanto si siano ridotti i tempi dedicati alle prove. Non si può costruire uno spettacolo in trenta giorni. L’attore ha bisogno di provare, di sedimentare. Lo strapotere dei mezzi di comunicazione di più facile fruibilità non agevola la situazione. Credo che il fascino del teatro sia l’unicità e l’irripetibilità della performance. È l’arte effimera per eccellenza. Non resta nulla di tangibile, di materiale; ma se lo spettacolo lascia il segno, lo spettatore si porterà per sempre impressi nella sua memoria i ricordi, le sensazioni e le emozioni provati.

 

Probabilmente nel nostro Paese manca anche un’educazione alla spettatorialità…

Sì, bisognerebbe far innamorare i bambini del teatro e delle arti già dalla scuola dell’infanzia. In molti paesi esteri il teatro è una materia scolastica. Rappresenta una possibilità unica per compiere uno studio su sé stessi, e incanalare energie, sentimenti, e talenti. Il teatro insegna a parlare, muoversi, stare in pubblico, vincere le proprie timidezze e insicurezze. Per un bambino è un gioco meraviglioso per sviluppare fantasia e creatività. Le istituzioni dovrebbero pensare a educare alle arti prima di tutto i bambini, che sono gli spettatori del domani. Molti non vanno a teatro perché nessuno ce li ha mai portati.

 

Lei è stata musa di Luca Ronconi, uno dei più grandi registi e uomini di teatro del secolo scorso. Che ricordo ha degli anni di lavoro con lui?

Una fatica indefessa, continua, le estenuanti prove senza poter perdere un attimo. Mi è rimasta impressa nella memoria la sua passione immensa. Lavorare con lui è stato un grande regalo che la vita mi ha fatto. Fin dalle prime prove a tavolino si aprivano dei mondi inimmaginabili ma assolutamente pertinenti all’opera.

Quale spettacolo ricorda con più emozione?

Indubbiamente il primo; un saggio del secondo anno in accademia Amor nello specchio di Giovan Battista Andreini. Mi scelse già come protagonista e fu l’inizio di un lungo sodalizio. E l’ultimo Mistero Doloroso di Maria Ortese. Ero sola in scena per oltre due ore di spettacolo, senza musiche o stacchi. Fu un lavoro sofferto ma estremamente gratificante.

 

Non solo teatro. Lei è stata tra le protagoniste del film Premio Oscar La grande bellezza. Che atmosfera si respirava su quel set?

Si percepiva che stavamo partecipando a qualcosa di grande: tanti mezzi, location suggestive, innumerevoli comparse. Il risultato è stato una sorpresa meravigliosa.

 

Il ritratto di Roma raccontato nel film corrisponde alla realtà?

Beh, il quadro che viene fatto è un’aberrazione, non so se esista una Roma così, io non l’ho mai frequentata ma mi affido alla testimonianza di Paolo (ride, ndr).

 

Da qualche anno ha iniziato a dedicarsi anche all’insegnamento. È docente all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio d’Amico”…

Essendo figlia di due insegnanti ho sempre allontanato l’idea di dedicarmi all’insegnamento. Con il passare degli anni però ho sentito l’esigenza di tornare lì dove sono nata e trasmettere agli attori del domani la mia esperienza, la mia professionalità e le mie competenze. Ho avuto la fortuna di lavorare nella mia carriera con i più grandi, ed è bello poter trasmettere tutti questi insegnamenti. È un’esperienza bellissima, oltre che un grande arricchimento umano. E i ragazzi sono bravissimi, c’è un livello davvero molto alto.

 

Che differenze ha notato rispetto a quando era lei un’allieva attrice?

Oggi sono molto più competenti, forse hanno anche più strumenti a disposizione. Sono più informati. Certo, quando frequentavo io l’Accademia il teatro era migliore, e di conseguenza ci si nutriva di qualcosa di più ricco. Noto, già nella formazione, uno spiccato interesse verso mezzi di comunicazione come il cinema, la televisione o il web. Il focus non è più soltanto il teatro. Quello che mi colpisce è che oggi tutti vogliono fare gli attori. All’epoca mia era molto più raro. Mi domando se questo non rappresenti un segnale di “necessità di teatro”. E forse la scuola italiana e le istituzioni dovrebbero farsi delle domande. Il teatro è luogo di creazione e di cultura, e credo che mai come in questo periodo storico ce ne sia bisogno.

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