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By Matteo Squillace
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Francesco Orcese si presenta in redazione puntuale: felpa nera con cappuccio d’ordinanza, sneakers e bomber dello stesso colore e tatuaggi che si arrampicano fin sulle nocche. Mi vorrei soffermare su quest’ultimo punto: solitamente chi ha un solido curriculum vitae di sedute dal tatuatore sa che una volta inchiostrate le mani non si torna più indietro. Non è solo una scelta estetica, ma prima di tutto una scelta di campo e di “pancia”: a mente fredda mi viene da pensare che, mentre si stava facendo disegnare lo scorpione che mostra fieramente sul dorso della mano destra, Francesco avesse già pianificato con precisione che cosa sarebbe diventato di lì a poco. Per un’ora e mezza abbondante tira in ballo la musica – nel senso più ampio del termine – senza abusare del proprio bagaglio dI sapere, come un fine conoscitore di rum che ti consiglia la tipologia giusta. “Sul lavoro mi rendo conto di essere esigente fino allo sfinimento, ma è prima di tutto è un qualcosa che chiedo a me stesso”. Stacanovista, risoluto, un tantino cinico, l’uomo conosciuto come Richey V sembra essere stato indottrinato per tramandare un messaggio ben preciso. Che sia qualcosa di primordiale e viscerale a muoverlo in questa sua instancabile marcia, notte dopo notte, è innegabile. Quella che segue ne è una lucida testimonianza.

Agli inizi di settembre chiamo Francesco per aggiornarlo sullo stato dei lavori. L’intervista è quasi pronta, ma lui esordisce così…



La novità importante è rappresentata da Ratis, l’etichetta che ho fondato assieme ad altri dj di Void (Simone Zino e Sofia T): un nucleo che si fonda su di una personalità propria. Abbiamo deciso di fare questo passo proprio per avere il controllo totale sul come e sul quando far uscire nuova musica e scegliere in libertà illustrazioni e flyer. Ci tengo a dire che le grafiche che utilizziamo sono tutte realizzate a mano da un illustratore danese (non vi dirò chi è, per scoprirlo dovete consultare la nostra pagina ufficiale). L’EP pilota dell’etichetta, uscito a luglio, è Black Siren. Sempre a luglio (il 27 ndr) ho suonato come guest presso Social Music City assieme a Ilario Alicante e Sam Paganini. Un momento veramente significativo. E poi ovviamente la quarta stagione di Void

Facciamo un passo indietro. Prima di Void e di Social Music City, Francesco Orcese chi era?

Era un ragazzo che ha cominciato a fare il dj per puro caso. Tutto iniziò al Bar Cuore, tanti anni fa: era domenica, il dj non riuscì a venire da Torino per colpa di una nevicata e quindi toccò a me andare in consolle. Da lì in poi non ho più smesso. Ero partito come organizzatore di eventi, ora mi ritengo uno che organizza eventi per far sentire agli altri la musica che produco e che mi piace. Ai tempi suonavo anche in una band e anche lì mi affidarono la gestione in toto: mi occupavo di tutto io, dal contattare i locali alla scaletta del concerto. Quella serie cose che nessuno vuole avere sul groppone.

Suonare e organizzare serate secondo un proprio credo. Due cose apparentemente inconiugabili, e invece sono diventate il tuo pane. Come ti gestisci?

Esatto: Void è il mio progetto principale che seguo da oltre tre anni (ogni giovedì al Rocket più un weekend al mese all’Amnesia), venuto dopo“La Città Verrà Distrutta All’Alba”. Nel 2012, quando il Plastic ha abbandonato la sua sede storica, tutto è cambiato: prima vedevi tutta Milano nello stesso posto, per ogni giorno della settimana. Ora invece la scelta è estremamente eterogenea: il mio mantra è uno, offrire alla gente un motivo in più per uscire di casa. Alle giovani leve mancano cose come portarsi la batteria in spalla o battere ogni locale e lasciare i flyer. Ecco, ora suona quasi come roba da preistoria, ma io lo faccio ancora: la divulgazione di questo tipo ti permette di “metterci la faccia”, creare un altro tipo di fidelizzazione. Dallo staff della serata ai ragazzi che fanno selezione, scelgo i miei collaboratori basandomi molto sul primo impatto che mi forniscono. Dopo un po’ di tempo si crea quell’alchimia che ti permette di avere una macchina autonoma e ben rodata: anche per questo al Void, salvo casi eccezionali, abbiamo sempre la stessa lineup in consolle. Molti dj che organizzano serate mettono in primis il proprio ego, ma bisogna ricordarsi che tu devi farlo per far divertire la gente, trovare la mediazione giusta tra i tuoi gusti e quelli della gente che ti viene a sentire.

 

Il Void è il risultato finale, ma la tua giornata tipo com’è suddivisa?

Sveglia alle 9 di mattina: colazione veloce e alle 9.30 mi chiudo in studio e lì ci rimango fino a sera. Devo preparare i miei set, sentire i pr, produrre i brani e pianificare tutta la serata. Se fai questo lavoro e vuoi camparci, devi essere pronto a fare qualche sacrificio, a “rovinarti la vita”. Sembra una banalità, ma di recente ho anche smesso di bere: solo quando non lavoro mi concedo due drink, ma per il resto se sono in consolle o la mattina dopo ho un brief per organizzare il prossimo evento allora mi tengo alla larga dalle tentazioni e dal bancone.

In cima alla to do list degli obiettivi di Void c’è…?

Saper accontentare i gusti della clientela. Gira tutto intorno a quello, e ti assicuro che è qualcosa che non va mai dato per scontato: tutto deve andare incontro alle esigenze di colui che magari ha attraversato mezza Milano per venire a passare un’oretta di svago. Per questo al Void ho voluto creare una saletta più intima e riservata, con consolle per videogame, una differente selezione musicale e una scelta di alcolici superiore. Ad esempio, abbiamo di recente inaugurato il Void Sakè Bar: un modo per gustarsi dei cocktail di un certo livello e ascoltare tech house nello stesso ambiente, senza che una cosa debba escludere l’altra. Uno deve sempre ragionare nell’ottica “Cosa manca?” e trovare in fretta le risposte per poter risultare inattaccabile. 

Passo sempre per burbero, ma è grazie al mio essere estremamente esigente che ho incastrato tutti i pezzi, pur commettendo ogni tanto qualche errore: in passato ne ho fatti due giganteschi e recuperare è stata durissima. Ma quello fa parte del gioco, per far funzionare le cose ogni tanto devi anche prima sbucciarti le ginocchia!

 

Da dove parti per scegliere i pezzi da inserire nella tua scaletta?



Ogni settimana cerco di preparare un set diverso, in modo da poter trasmettere nel modo migliore quello che voglio comunicare. Le mie scelte attuali sono il risultato della mia evoluzione artistica: appena inizato col Void suonavo musica elettronica con influssi di altri generi. Il secondo anno ho mixato tutto con un po’ di techno fino ad arrivare alla scorsa edizione, dove mettevamo esclusivamente techno purissima. Si è trattato di un processo di cambiamento lento, ma personalmente veramente significativo. Le cose che danno più soddisfazione sono quelle che si fanno attendere di più e la techno ha stravolto tutte le mie percezioni: è qualcosa che da subito ho sentito mia, come quando osservi in quadro e senti che ti rappresenta appieno. Una musica che possiede suoni scuri come il rock ma che ha un sapore ancor più primordiale. Ti offre una libertà mentale vastissima. E poi il suono della cassa è il suono del cuore: lento, veloce, poi frenetico. E’ un genere di musica che ben si adatta a raccontare l’epoca nella quale viviamo.

Per spunti e tuo gusto personale, che cosa tendi ad ascoltare ultimamente? 



Necessariamente hip-hop, l’unico genere dove si sta veramente sperimentando. Ora si è ritornati a sonorità più soul e funky e questo è un vantaggio anche per chi produce. Prendo ad esempio Kanye West: gli ultimi suoi due dischi non sono stati capiti perché sono troppo avanti rispetto al resto. Lui non decide il trend, è ancora più avanti. E tutti gli vanno dietro. Per citarne un altro che seguo, Kendrick Lamar: mostruoso, non è un caso che Bowie, l’ultimo grande innovatore del secolo scorso, si sia ispirato a lui per Blackstar. Anche nell’hip-hop italiano la nuova generazione ha portato una grossa ventata d’aria fresca. Nel rock invece la macchina si è totalmente fermata. Lonely Boy dei Black Keys è l’ultima canzone del genere ballabile, poi non è uscito più nulla, è una situazione a dir poco preoccupante. In più, le band piccole non hanno mercato. Calcutta e The Giornalisti, che personalmente non incontrano il mio gusto, parlano agli italiani e quindi trovo un minimo di novità. Nella mia playlist personale ci sono in heavy rotation jazz – in passato ero troppo piccolo per apprezzarlo – e musica classica.

 

La techno invece che deriva sta prendendo?

È un tipo di musica che si divide in due filoni. Techno estrema “violenta” e quella da big room – più accessibile e con molta melodia -. Al Void provo ad assecondare tutte e due queste correnti perchè, nella mia visione, una non può escludere l’altra: mi piacciono entrambe. Cassa dritta e molto pesante con sopra qualcosa di melodico e ricercato. Ora si tende a remixare pezzi culto di band come Moby e Depeche Mode in chiave techno (cosa che apprezzo) e prevedo che col tempo anche gli ascoltatori della prima ora si abitueranno a questo trend. Semplicemente perchè funziona.

Locali e situazioni, in Italia o anche fuori dai confini nazionali, che ti hanno particolarmente colpito?

Se fai un mestiere come il mio non puoi non andare al Berghein a vedere come funzionano le cose (a patto di riuscire a entrare). Come proposta artistica e organizzazione è in assoluto il miglior locale del mondo. Per il merchandising di Void invece il modello è il Music On di Ibiza. Tshirt, collane: inizialmente puoi anche andare un po’ sotto coi ricavi, ma la possibilità di far girare il proprio nome non ha prezzo. E’ una pubblicità incomparabile, un modo vincente di fare diffusione e public relation. È anche così che cresce la serata: da questo punto di vista, il Music On è il migliore come approccio e gestione.

L’ispirazione principale per il tuo lavoro dove la ricerchi?

Documentari, serie tv, libri e mostre. Se parti ad ascoltare intere librerie di Beatport o a prendere spunto dai “big” in circolazione allora stai solo copiando.

Ph: Gerti Ibra
Graphics: Lorenzo Benigni