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By Matteo Squillace
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Abbandonare la propria area di competenza, nella fattispecie la linea dei centrocampisti, per buttarsi in avanti e concludere a rete dopo un inserimento fulmineo, oppure ripiegare in difesa per sradicare un pallone, alzare la testa e ripartire verso la porta avversaria. Questo è il lavoro di un giocatore “box to box”: un maestro nel giocare a tutto campo e capace di unire polmoni e tecnica. Merce rara. Le caratteristiche del terzino sinistro – grinta e voglia di lottare – Francesco Coco non le ha perse di certo, ma chiusa la sua vita calcistica ha deciso di giocare più avanti, nel vivo della manovra. Lasciando la zona di campo che più gli si addiceva per andare a caccia di nuove sfide e trovare il gol che sbloccasse il risultato.

Blazer: Plus Que Ma Vie
Jeans: Levi’s

Francesco, il ritiro è sempre un tema delicato per un calciatore: per te come è stato? Di cosa hai preso maggiormente coscienza una volta appese le scarpette al chiodo?

Quando smisi di giocare subito ebbi la consapevolezza, spinto dalla curiosità, di esplorare nuovi orizzonti. Sin da bambino sono rimasto per il 100% della mia vita all’interno del mondo del calcio: sarebbe stata una via troppo comoda proseguire, io invece avevo bisogno di mettermi in gioco e vedere come “andavano” altre cose. Ritirarsi è come uscire da una campana dorata, ti scontri con una diversità che prima non conoscevi. E’ stato come camminare e guardare il mondo sotto un’altra luce. Comunque non ho mai abbandonato del tutto il pallone: ho lavorato come opinionista per Bein Sports e stretto contatti con le principali realtà calcistiche del mondo arabo. Viaggiare e fermarmi in questi paesi, conoscere la loro economia e le loro culture mi ha permesso di sviluppare una visione più completa. Adesso sono molto intrigato dal mondo digital: con la mia nuova società (Golden Flamingo ndr) ci occupiamo di social media, ufficio stampa e pianificazione. Sono stupito ogni giorno di più dalle potenzialità che riserva il web. E’ un ambiente che mi porta a interagire spesso con il mondo dello sport.

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Blazer: Plus Que Ma Vie

Jeans: Levi’s

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Pull: Inside
Trousers: Docker’s

Domanda più specifica sul calcio e sulla tua carriera: tu hai giocato per Inter e Milan, e poi per un anno anche nel Barcellona. Per quanto riguarda i blaugrana, in Spagna è fortissimo il dualismo con il Real Madrid. Come si vivono da vicino queste rivalità storiche?

Da quello che ho potuto vedere io, c’è una differenza sostanziale: per il derby di Milano (o quello di Torino) sono rivalità campanilistiche, tutto si ferma agli sfottò o alla presa in giro. Il Clasico invece è tutt’altro, e lo si sente tutto l’anno nello spogliatoio: c’è una rivalità politica oltre che calcistica. E questo rende il tutto molto più acceso. Mi ricordo il primo Clasico che giocai: eravamo in casa, al Camp Non, e uscendo dal tunnel vidi sugli spalti una bandiera giallorossa che recitava “Catalonia is not Spain”. Non avevo mai vissuto una sensazione del genere, fu veramente qualcosa che mi segnò e mi fece capire la vera essenza di questa rivalità.

 

Ti porti dietro tante amicizie dal mondo del calcio?



E’ un ambiente particolare, ma ho avuto l’occasione di instaurare e conservare rapporti duraturi. Patrick Kluivert è un grandissimo amico: prima al Milan poi al Barcellona, ci siamo trovati subito in sintonia. Lo sento spesso e quando abbiamo modo riusciamo anche a vederci, nonostante vi siano grandi distanze a dividerci.

Pull: Inside

C’è invece un allenatore che ti ha aiutato a sviluppare una qualità che poi ti è servita concretamente come bagaglio d’esperienze per le tue attività post calcistiche?



A livello personale e calcistico ho avuto due allenatori molto importanti: uno è Fabio Capello (che mi fece esordire 23 anni fa), l’altro invece è Zaccheroni, con il quale vinsi al Milan lo Scudetto nel ’99. Capello l’ho sempre visto come un mentore: la tenacia, la costanza a dare il massimo negli allenamenti, l’obiettivo sempre fisso nella mente. Lui allenava tanto questi aspetti del gioco, e i suoi insegnamenti sono stati d’aiuto in svariati momenti della mia vita, professionale e privata.

 

Un apripista per tanti allenatori vincenti in Europa, specialmente in Premier…

Conte, Mourinho e Klopp hanno continuato su questo solco: le loro squadre giocano in maniera meno spettacolare, ma sono dei vincenti perché non mollano mai di un centimetro e riescono a infondere questo modo di pensare ai loro giocatori. Una filosofia che Capello applicava trenta anni fa.

 

Parliamo di quello che succede a casa nostra. Quando pensi si concluderà questa egemonia della Juventus sulla Serie A? Torneremo presto ad avere un campionato più aperto, almeno per quanto riguarda lo Scudetto?

Quando giocavo io il calcio italiano era al suo apice. Dico sempre che negli anni ’90 c’erano più fenomeni in Serie A che in tutto il resto del mondo. Mi piacerebbe che si ritornasse a quei livelli, abbiamo dimostrato di poter stare ai vertici del calcio mondiale. La Juventus continua a imporsi in Italia proprio perché si è adeguata, come caratteristiche, a top club come Bayern Monaco e Barcellona: con una buona strategia, una programmazione adeguata e un’identità ben precisa è più semplice costruire un ciclo di vittorie. E’ questo che è mancato a Milan e Inter negli ultimi cinque-sei anni. E poi attenzione, gli investimenti se non sono fatti in maniera oculata generano un vortice di insuccessi sportivi: se i soldi sono messi nelle mani sbagliate possono diventare inutili. Lo si nota con squadre come Arsenal, Psg e Manchester City: ogni estate questi club intraprendono campagne acquisti faraoniche, per poi fermarsi agli ottavi di Champions. Serve poi tempo: i progetti ambiziosi hanno bisogno di più fasi per mettere radici, attecchire e svilupparsi: in Italia invece bisogna vincere subito, un allenatore non fa in tempo a trasmettere un’idea di gioco alla propria squadra che nel giro di un anno viene esonerato. Speriamo che questa concezione possa evolversi e si arrivi a trovare il giusto compromesso.

Coat: Plus Que Ma Vie

Durante la tua carriera, pensi di esserti lasciato alle spalle qualche occasione mal sfruttata, vuoi per infortuni o situazioni contingenti? Insomma, hai qualche rimpianto?

Tante volte mi hanno fatto questa domanda. Io ho sempre risposto che rifarei tutto: se ci penso oggi, con la mentalità odierna, la logica mi dice di non riprendere determinate strade. Però a distanza di dieci anni non posso pentirmi, perché in quel momento della mia carriera pensavo fosse la cosa giusta da fare: non sarebbe corretto rinnegare il passato. Piuttosto, alcuni errori commessi in passato mi sono ora di grande monito e aiuto.

 

Guardare a se stessi con senso critico dovrebbe essere uno degli insegnamenti principali trasmessi dalla pratica sportiva. Almeno, sulla carta…

Inutile guardare troppo in alto, c’è un problema di fondo essenziale: recentemente ho avuto modo di andare a vedere alcune partite tra ragazzi, e ho notato quanti errori commettono società, allenatori e genitori. Quando un ragazzo cresce con degli esempi devianti sarà poi segnato per il resto della carriera, e non parlo solo in termini sportivi. Il Barcellona è una delle pochissime squadre coerente con la propria filosofia. Un club che dà una preparazione a 360 gradi, umana e sportiva. Io ho avuto maestri che allenavano: ora queste figure sono sempre più rare, il calcio è diventato una macchina da business. Ci si chiede subito se un ragazzino può diventare o meno un prodotto in base al talento, tralasciando tutte le altri componenti che definiscono poi il campione vero.