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Come tantissimi spettacoli teatrali anche La Banca dei Sogni non è riuscito ad andare in scena la scorsa stagione, ma fortunatamente il Teatro Franco Parenti rimette in cartellone lo spettacolo della compagnia teatrale Domesticalchimia, due parole unite che descrivono perfettamente il percorso artistico di Francesca Merli (regista), Elena Boillat (coreografa e performer), Federica Furlani (sound designer e compositrice) e Camilla Mattiuzzo (drammaturga).

La Banca dei Sogni è uno spettacolo/inchiesta, un progetto di inclusione sociale che agisce su un territorio con lo scopo di raccogliere, tramite interviste, le esperienze delle persone che ci vivono, in questo caso dei milanesi. Le storie più significative sono portate in scena, con la partecipazione stessa di coloro che desiderano condividerle. Lo spoglio delle interviste e la ricostruzione dei materiali raccolti definisce la drammaturgia della rappresentazione.

Un’indagine sull’attività onirica per comprendere i tarli del nostro tempo: tramite la rielaborazione dei sogni, le persone parlano delle loro paure, delle ansie della società contemporanea e affrontano il tema della morte. Avevamo incontrato, prima del debutto che doveva essere il 10 marzo 2020, Francesca Merli per saperne di più…

Francesca ti dico subito che l’unico libro che ho abbandonato è stato L’interpretazione dei sogni di Freud. Cosa mi devo aspettare da La Banca dei Sogni?

Noi ci siamo ispirati inizialmente all’omonimo libro dei due antropologi Francoise Duvignaud e Jean-Pierre Corbeau, i quali spesso criticano l’operato di Freud, perché troppo attento ad analizzare i sogni della piccola borghesia, che era la sua classe di riferimento. Mentre i due antropologi hanno allargato la ricerca a diverse classi sociali. Si parla del 1979, anni in cui andare in piazza a fare le domande alle persone era una cosa abbastanza usuale. Mi ha colpito questo libro per il suo approccio sociale e non psicoanalitico, l’ho trovato nella mia libreria una notte, non sapevo di averlo, hai presente quei libricini datati che per caso ogni tanto trovi nella tua libreria, quelli che prendi ai mercatini a 3 euro? Ecco, l’ho trovato una notte in cui ero insonne. Soffrivo in quel periodo di insonnia, così il tema: ‘l’attività onirica’ mi ha particolarmente colpita e mi ha stupito anche come è partita la ricerca di questi due antropologi. La loro indagine nacque da una perdita, dal lutto del loro primo figlio, incapaci di trovare pace, decisero di fare un viaggio che li ha portati ad intervistare più di 1000 persone in tutta la Francia. Nella loro inchiesta hanno raccolto le esperienze oniriche di operai, casalinghe e imprenditori delle città e delle campagne francesi e a partire dai loro racconti hanno restituito un’immagine articolata della società francese a loro contemporanea. Trovavo la loro ricerca interessante, ma troppo incentrata nella catalogazione delle classi sociali e a volte troppo asettica. La nostra indagine si è incentrata invece sulle quattro fasi della vita dell’essere umano: infanzia, adolescenza, età adulta e terza età. Per noi era importante indagare l’evolversi della nostra attività onirica da quando siamo bambini fino a quando siamo anziani e comprendere con le persone coinvolte quali sono i tarli del nostro tempo o meglio della nostra società. La nostra volontà non è quella di interpretare i sogni delle persone che incontreremo (vedi L’interpretazione dei Sogni), non ci porremo mai come psicoanalisti che non siamo, né prenderemo la parola freudiana come la sola base di una chiave di lettura possibile. Quello che ci interessa è capire cosa sognano le persone e come questo si riflette nella nostra società e portarlo a teatro.

 


Correggimi se sbaglio, sei/siete partiti intervistando persone sui loro sogni dopodiché li portante in scena? Hai censurato qualche sogno, se sì perché, se posso.

Sì, intervistiamo le persone e a farlo siamo in tre io e gli attori Davide Pachera e Laura Serena. Per prima cosa mappiamo la città dove veniamo chiamati. Cerchiamo i luoghi in cui queste quattro generazioni si incontrano. Ad esempio scuole, centri ricreativi, case di riposo, centri sportivi, biblioteche, bar… Alcune volte gli incontri sono programmati e organizzati con le Istituzioni di riferimento, altre volte gli incontri sono casuali. A Scandicci, dove ha avuto luogo la prima rappresentazione de La Banca dei sogni con i sognatori/cittadini scandiccesi e fiorentini, abbiamo incontrato il nostro rappresentante della terza età nei pressi di un cimitero. Non è una battuta. Ovviamente è stato un incontro casuale, ma molto fortunato. Dopo aver mappato i luoghi e fatto molte interviste alle 4 generazioni di riferimento, comprendiamo chi può essere in qualche modo il rappresentante di quella generazione con la sua storia e il suo sogno e lo portiamo in scena con noi. Il secondo passo è proprio portare l’inchiesta a teatro e occuparsi dunque della messa in scena. Non abbiamo mai censurato nessun sogno. Perché in scena ovviamente portiamo le persone che hanno piacere e voglia di condividerlo.

 

Posso sapere una sofferenza che accomuna molti sognatori?

Le sofferenze le ritroviamo spesso nella generazione degli ‘adulti’, i quali o non si ricordano i loro sogni o sono molto legati a delle frustrazioni derivate dal loro lavoro o dal senso di responsabilità al quale sono spesso sottoposti. Alcuni cercano di finire nei loro sogni alcune attività che hanno lasciato incomplete durante il giorno. Questa cosa è davvero spaventosa. La mancanza di tempo, che poi viene sottratto anche al sonno è sicuramente una sofferenza, tema che trattiamo anche nella nostra indagine. Molte sofferenze anche tra gli adolescenti, i quali sentono davvero il ‘peso della realtà’, sono sempre più occupati e si chiede loro di fare sempre di più. Sono soffocati dalle famiglie, dalle scuole, dal peso della società e dalle aspettative. Anche quando sognano i loro sogni sembrano essere performativi. Devono soddisfare sempre delle richieste imposte da altri.


Una gioia?

Le gioie risiedono tutte nei bambini e negli anziani. I bambini, perché hanno sempre uno sguardo fantastico. Spesso quando ci raccontano i sogni inventano particolari, fantasticherie, li manipolano e li fanno diventare altro. Abbiamo constatato che molti bambini fanno incubi, ma ce li raccontano sempre con divertimento. Anche gli anziani ci raccontano sogni pieni di gioia, perché durante i loro sogni, ricordano, fanno i conti con quella che è stata la loro esistenza. Molti sogni degli anziani riguardano la natura, i paesaggi o ricordi infantili ai quali sono molto legati.

 


Attraverso questo spettacolo racconti la nostra società o alla fine scopriremo di aver sognato?

È un viaggio nei sogni delle persone ma anche nel loro quotidiano, la realtà non ci abbandona mai.

 


Un tuo sogno ricorrente, se si può raccontare?

Sogni ricorrenti non ne faccio. Molto spesso sogno paesaggi visionari, ambientazioni fantastiche che non sono per niente legate al mondo della realtà. Una ricorrenza dei miei sogni sono gli alieni. Ora ci rido sopra, ma da adolescente era una fissazione.

 


Con La Banca dei Sogni preferite fotografare la realtà o metterla davanti ad uno specchio, riflettendola?

Direi che cerchiamo di raccontare un pezzo della nostra società, un campione di persone che abbiamo intervistato che rappresenta però alcune dinamiche che viviamo nel nostro quotidiano. Molte sono le paure che ci portiamo a letto quando andiamo a dormire. Credo che sia questo quello che rappresentiamo.

Un sogno che vorresti realizzare a teatro?

Credo che La Banca dei Sogni sia uno dei sogni che ho realizzato, è uno spettacolo folle, che ci richiede tantissimo lavoro, in ogni luogo dove siamo ospitati iniziamo da capo l’indagine e portiamo altri sognatori con noi in scena. È uno spettacolo che ha un dato reale fortissimo che sono le persone coinvolte. Non avendo lunghi tempi di rielaborazione è uno spettacolo estemporaneo, crudo, senza fronzoli, per niente estetico. Credo che portare in scena 15 persone di cui 13 non professioniste sia un piccolo sogno. Un altro sogno è confrontarmi e cimentarmi con un classico. Sarà il mio prossimo lavoro.

 

Il tuo teatro deve più scuotere o emozionare?

Vorrei dire entrambi. Ma forse, mi si addice di più la parola ‘scuotere’. Scuotere, rivoluzionare, cambiare sono delle parole bellissime, mi piacerebbe fossero attribuite ai miei lavori.  Credo però che in questo caso La Banca dei Sogni faccia più emozionare, perché si empatizza molto con le persone che abbiamo coinvolto. Un’altra parola che il pubblico ha molto usato dopo aver visto lo spettacolo è stata “autentico”, ed è una cosa di cui vado fiera, perché l’autenticità e la sincerità sono cose che noi registi rincorriamo spesso, ma che sono difficili da perseguire e conquistare. Perché tutto quello che porti a teatro diventa finzione, anche se parti da un dato di realtà. Nello spettacolo La Banca dei Sogni mi sembra che le due componenti: finzione e realtà si mescolino naturalmente. 

 

Preferisci a fine serata che io esca incazzato o spaventato?

Sinceramente nessuno dei due. Se sono obbligata a scegliere direi incazzato, perché la rabbia racchiude sempre un motore attivo che induce alla riflessione, mentre la paura ti fa solo allontanare da una cosa o comunque avere un atteggiamento passivo/remissivo. Quindi spero che tu esca dallo spettacolo molto incazzato!

 

Domesticalchimia si avvale principalmente di quattro artiste. Coraggiose visto che ancora oggi l’arte e non solo, è a favore dell’uomo. Quali sono le difficoltà che incontrate e come le superate.

Sì, le fondatrici della compagnia sono tutte donne, ben presto si sono aggiunti anche gli attori Davide Pachera e Laura Serena, spesso collaboriamo con tantissimi artisti, molti sono addirittura uomini. Ci siamo trovate per caso ad essere tutte donne che mettono tanta attenzione nei loro lavori. Non che gli uomini non lo facciano, ma la donna ha una sorta di attaccamento e di dedizione maggiore nelle sue creazioni e nella cura dell’altro e delle relazioni. In realtà come donna non trovo nessuna difficoltà tra i miei colleghi, ma forse all’interno di alcune dinamiche sì. Credo che le Istituzioni si facciano affascinare molto di più da un regista uomo che da una regista donna. Perché vige la regola stupida che l’uomo ha più carisma e più fermezza, mentre la donna è un soggetto emotivo più volubile.

 

Quant’è difficile fare nuova drammaturgia in Italia oggi?

È molto difficile fare teatro in generale. Non solo nuova drammaturgia. È difficile stare nell’olimpo dei molto quotati, perché sono sempre regole determinate dalla moda del momento, dal tema dell’anno, dall’attore o autore che spicca in quel momento storico. Del resto è giusto così, i filoni esistono da sempre e in tutti i settori dell’arte: dal cinema alla letteratura fino al teatro. Ma credo che se lavori in un certo modo e con una certa costanza il tuo lavoro sarà notato. Faccio questo lavoro con ‘devota passione’, lo puoi fare solo se hai fame di farlo, altrimenti persegui altre vie ed altre strade. Soprattutto se non provieni da un élite o da una famiglia benestante. La difficoltà è una cosa che conosco e di cui non ho paura.

 

Hai mai sognato di andare via dall’Italia dove la cultura ha un valore più importante che in Italia?

Sì certo, sono attratta da altri paesi, dove c’è una proliferazione di spettacoli, linguaggi ed immaginari come in Germania, Francia e Belgio. Paesi dove gli artisti vengono sostenuti e possono addirittura prendere la disoccupazione quando non lavorano. Paesi che considerano “lavoro/professione” il lavoro di un qualsiasi teatrante. Certo questo mi fa gola e mi fa rabbia che in Italia sia impossibile acquisire questi diritti. Quindi certo per sopravvivere uno ci pensa di andare altrove, uno ci pensa anche per ‘aprire gli orizzonti’, ma io ho capito che voglio far teatro nel mio Paese, perché solo qui posso confrontarmi con la realtà che conosco e di cui faccio parte. Voglio parlare di cose che conosco e farlo nel paese in cui vivo, almeno fino a quando questo sarà possibile. “Se insisti e resisti, raggiungi e conquisti”. Questo lo dice Claudio Giombi, un sognatore, rappresentante della terza età. Speriamo sia vero.

 

Ti va di dare l’appuntamento ai lettori di StarsSystem e ai tuoi spettatori a teatro?

Certo! Ci vediamo dal 31 ottobre ore 21, e dal 1 al 6 novembre (ogni sera un orario differente, per saperne di più vi basterà andare sul sito del Teatro Franco Parenti) con il nostro spettacolo/inchiesta La Banca dei Sogni.

LA BANCA DEI SOGNI

dal 31 ottobre al 04 novembre 2020
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo 14 – Milano
regia e ideazione Francesca Merli
drammaturgia Francesca Merli, Davide Pachera e Laura Serena
musiche e sound design Federica Furlani
assistente alla regia Enrico Frisoni
con Federica Furlani, Davide Pachera e Laura Serena
e un gruppo di sognatori: Artur Gussoni, Giacomo Guarino, Emma Rovatti, Francesco Piazza, Chiara Brugnara, Carlotta Cavallini, Alessandro Miano, Lia Bacceli, Fiorenza Auriemma, Chiara Pollicino, Fiammetta Paoli, Claudio Giombi.