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By Fabrizio Imas
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Francesca Cavallin. Proprio lei, la bellissima ex modella bassanese ora intrigante e richiestissima attrice per il cinema e la tv, reduce dal successo della fiction di RaiUno Di padre in figlia si racconta e ci racconta le difficoltà che si possono attraversare e superare durante un percorso di vita. Dalla sua passione per l’arte a quella per la moda arrivando con ritardo al cinema, ma con la forza di volontà tipica dei veneti che l’ha portata ed essere una delle donne più apprezzate del panorama cinematografico Italiano.

Sei di Bassano come il personaggio della fiction: era quindi scontato che ti chiamasse il regista?

No per niente, anzi ho dovuto lottare! Quando il mio agente mi ha chiamato per il provino sono andata diretta con l’energia di portarmelo a casa, prima di tutto perché mi sono innamorata del personaggio, e poi per l’occasione straordinaria di girare a casa mia. Sono nata e cresciuta a Bassano, ho vissuto lì fino a venticinque anni: quindi è chiaro, è la mia città, la mia storia, il mio bagaglio personale. Il mio percorso di studi è molto simile a quello del personaggio di Cristiana Capotondi nella fiction: una ragazza che va a studiare a Padova contro il volere dei genitori, ed io ho fatto uguale. Mio padre voleva che studiassi lingue per poter proseguire il lavoro che aveva cominciato con la sua azienda. Io invece ho scelto storia dell’arte.

 

Cosa ci hai messo di tuo in Pina?

Ho messo tutta la mia memoria storica, infatti la Bassano degli anni 80’ me la ricordo bene, ma anche quella che vedevo nelle foto dei miei genitori e dei mie nonni, e che mi immaginavo ascoltando i loro racconti. Essendo io un’appassionata di storia, mi son sempre interessata a quello che mi raccontavano del periodo della guerra e delle difficoltà enormi che dovettero affrontare. Ho messo tante donne nel personaggio: ad esempio mia mamma e mia nonna erano sarte, e ora quando nella fiction rivedo la bottega della Pina mi tornano alla mente i profumi dei luoghi della mia infanzia. Con mia nonna andavamo  a comprare gli scampoli di tessuti al negozio e venivo pervasa dall’odore di naftalina. Per entrare nel personaggio ho preso spunto anche da una mia cara amica, Marika. A Padova è molto conosciuta la sua bottega di merceria ed intimo, così ho provato a ricreare le sue movenze. Il risultato? Quando i miei amici mi hanno rivisto in tv hanno esclamato: “Ma sei lei”! Credo fermamente che il mio lavoro di memoria sia servito alla costruzione del personaggio. È’ un’omaggio alle donne bassanesi, che nel loro piccolo hanno saputo intraprendere delle rivoluzioni.

Com’ è avvenuto per te il passaggio da modella ad attrice?

E’ stato tutto merito di una donna, come del resto tutti gli avvenimenti importanti della mia vita e non lo dico per piaggeria, è veramente andata cosi. Lo dico da veneta, che vuol semplicemente dire che siamo molto modesti, con i piedi per terra e pratici. Per le mie radici, non immaginavo nemmeno di poter intraprendere certi percorsi come l’attrice, ma ho avuto la fortuna di incontrare donne che mi hanno aiutato a credere in me. In Veneto facevo già la modella, ma all’inizio mi limitavo solamente a qualche catalogo, poi arrivata a Milano mi sono approcciata ad una grande agenzia che si chiamava First. All’interno c’erano due divisioni, una di moda e l’altra di spettacolo. Proprio mentre facevo il mio colloquio con il reparto moda mi dicono: siamo felici di prenderti con noi ma dovresti parlare con Giuliana Gravina, che è a capo del reparto cinema e TV. Entro nel suo ufficio, e dopo dieci minuti mi sento dire: tu non dovresti fare la modella ma l’attrice. Ero scioccata. E la mia risposta è stata no. Semplicemente perché pensavo di essere troppo grande, avevo già venticinque anni e non avevo mai studiato recitazione. Lei però aveva già compreso il tipetto che ero, e mi ha scritto il numero di una scuola di recitazione molto buona di Milano. Così tutto è iniziato.

Che rapporto hai con la moda oggi?

Di grandissima curiosità, ma non solo. Mi intriga intellettualmente. Mi capita spesso di parlare con designer, uffici stampa, e mi reputo fortunata perché per me la moda è un segno importante di cultura. In senso molto alto. Io mi proietto sempre in avanti e quando mi chiedo che cosa resterà del nostro tempo, molto di questo passa attraverso la moda: quando si pensa ad un’epoca si pensa sempre a come ci vestiva. E’ il modo più efficace e veloce per pensare ad un periodo. Pensiamo alle spalline degli anni 80’ che simboleggiavano l’emancipazione della donna o i pantaloni a zampa d’elefante per gli anni 70’. Cerco di essere molto aperta e con un atteggiamento ricettivo, non sono una fashion victim, anzi…

 

Purtroppo in Italia se ne parla poco di disordini alimentari. Tu lo hai fatto perchè hai vissuto in prima persona un’esperienza del genere: come ne sei uscita?

Dopo molto tempo. Grazie alle persone che mi hanno aiutato, gli amori che mi son stati a fianco comprendendo il mio disagio nei confronti di questo problema, che di base è legato all’insicurezza. Ero piccola, ed erano i primi anni 90’: i punti di riferimento di bellezza erano davvero altissimi, stiamo parlando del momento delle super top model come Linda Evangelista, Naomi Campbell e Claudia Schiffer, insomma quel mondo li. Erano diventate epidemicamente potenti, facendo parte della quotidianità di ognuno di noi, e non essendoci i social network come oggi la loro aura di mistero era amplificata all’ennesima potenza permeando l’immaginario in maniera consistente. Ed io ne ho subito il fascino. Senza colpevolizzare nessuno – perché eravamo tutti giovani e le cose succedono senza alcun controllo – mi son trovata al mio fianco un ragazzo che stava attraversando un momento di  confusione sessuale e non avevo i mezzi per capire al tempo, poi ho avuto anche quello che magari mi diceva che non ero abbastanza bella. Tutto questo, messo insieme alla mia sensibilità estrema, ha fatto nascere un problema. Sono entrata in una spirale di dismorfismo, dove allo specchio vedevo una cosa diversa dettata dal fatto che m’imponevo degli standard sempre più alti. Questo è un problema molto serio, perché in realtà è tutto dentro la nostra testa, e sono molto insinuanti sia l’anoressia che la bulimia. Per fortuna io non sono mai arrivata a livelli molto gravi da essere ricoverata. Per me la peggiore tra le due è stata la bulimia: superarne gli effetti ha richiesto un processo estremamente lungo. Il problema più grave è che pensi avere il controllo di te stessa in questo modo, invece non è assolutamente cosi. Questa è la vera bestia da sconfiggere, perché pensi di essere forte invece sei l’essere più fragile che ci sia. Il fatto di godere del cibo e subito dopo punirti per quello che hai appena fatto. Adesso sto molto meglio, ma come per chiunque abbia fatto un percorso come il mio, ogni tanto quella voce che riaffiora c’è sempre. La differenza è che adesso so cosa fare.