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By Luca Forlani
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Fabio Armiliato è una delle star più acclamate della lirica italiana. Definito tra i migliori interpreti del repertorio Pucciniano, si è esibito in tutti i teatri più importanti del mondo: il Teatro Alla Scala di Milano, il Metropolitan Opera di New York, l’Opéra National de Paris, la Staats Opera di Vienna, il Teatro Colón di Buenos Aires e l’Arena di Verona. È tra i protagonisti di Maestri d’arte per l’infanzia: un percorso formativo che vede le arti come fondamento educativo del sapere. Il progetto è articolato in due fasi: un corso di 70 ore – attualmente in svolgimento – nello spazio civico di Milly e Massimo Moratti, ChiAmaMilano, per formare i docenti che poi da ottobre condurranno il percorso di apprendimento creativo con centinaia di bambini al Teatro San Babila di Milano. Inoltre, sabato 30 giugno al Teatro Carlo Felice di Genova, Fabio presenterà il secondo Daniela Dessì Gala, un evento per ricordare il celebre soprano scomparso nel 2016 con cui ha condiviso palcoscenico e vita privata.

Ci racconti di questa seconda edizione del Daniela Dessì Gala…

Questo straordinario Gala per Daniela Dessì vuole ricordare il messaggio artistico della sua carriera attraverso la sua vita e il percorso artistico compiuto all’interno del teatro della città che le ha dato i natali, condividendolo in questa occasione anche con i più grandi artisti lirici prodotti dal territorio genovese e ligure. Anche in questo evento sarà dato spazio a giovani cantanti, vista la grande attenzione che Daniela ha sempre riposto verso l’insegnamento durante la sua carriera e i numerosi allievi che hanno ricevuto da lei preziosi insegnamenti. Parteciperanno star della lirica come Josè Carreras, Renato Scotto, Mariella Devia, Fabio Armiliato, Sonia Ganassi, Alfonso Antoniozzi. I proventi saranno destinati alla Fondazione Dessì, all’Ospedale Gaslini di Genova e al Premio Daniela Dessì per l’Infanzia per il progetto Maestri d’arte per l’Infanzia.

Che cos’è questo Premio Daniela Dessì per l’Infanzia?

La Fondazione Dessì, di cui sono Presidente, e PENSARE oltre, in cui ricopro invece la carica di Ambasciatore, hanno creato con il Premio Daniela Dessì per l’Infanzia un riconoscimento di valore anche economico – di 1000 euro – rivolto a 30 figure selezionate di giovani artisti e docenti: i Tutor per le Arti, che consegneranno il progetto Maestri d’Arte per l’Infanzia, un nuovo paradigma educativo, ai bambini di Milano. Maestri d’Arte per l’Infanzia si terrà da ottobre 2018 a maggio 2019 al Teatro San Babila di Milano con 50 incontri e 100 ore d’arte sperimentate dai bambini, nella ferma convinzione che le arti siano elemento fondamentale per un armonico sviluppo emotivo-intellettuale-cognitivo di ogni bambino.

 

Sua moglie Daniela Dessì si è sempre dedicata all’insegnamento e alla formazione dei giovani. È per questo che ha deciso di sposare questo premio e questo progetto?

Certamente. Un anno e mezzo fa, dopo la sua scomparsa, ho accolto con gioia la carica di ambasciatore per le arti di PENSARE oltre Movimento Culturale. Daniela è testimonial e promotrice di quest’associazione, e io sono molto felice di continuare a seguire una causa cui lei teneva tanto. PENSARE oltre è molto attento a permettere che ogni bambino possa sviluppare il proprio talento per un nuovo “rinascimento dell’infanzia”. L’arte e la cultura hanno una valenza straordinariamente importante e credo che il progetto Maestri d’Arte per l’Infanzia sia l’ideale compimento di tutto questo.

 

Dietro questo suo impegno culturale e umanitario c’è la volontà di contribuire a educare il pubblico di domani?

Le cose belle spesso costano fatica, devi leggere, ascoltare; oggi, invece, c’è troppa tendenza alla velocità. Come ho detto tante volte a Elisabetta Armiato – Presidente di PENSARE oltre ed étoile della danza italiana nel mondo – è necessario creare delle basi culturali, in modo che questi ragazzi possano avere dei punti di appoggio per affrontare la vita futura nel migliore dei modi. L’arte permette di seguire il modello della bellezza e di aprirsi a orizzonti straordinari. Essa sviluppa, in modo unico, la capacità dell’uomo di comprendere le emozioni.

 

Ci sono giovani che la seguono?

I giovani sono molto curiosi, malgrado la cattiva educazione che è stata fatta negli ultimi decenni, soprattutto nei confronti della musica colta. Credo che i giovani cerchino un senso di appartenenza verso quello che l’opera ha rappresentato. Ci vorrebbe maggior interesse, anche da parte delle istituzioni, per creare delle modalità attraverso cui i giovani possano accedere con più facilità all’opera. I bambini di oggi sono gli ascoltatori, gli spettatori, gli artisti di domani.

Quanto è stato importante nel suo successo avere la possibilità di esprimere il proprio talento liberamente?

Io ho avuto la fortuna di avere dei genitori che amavano la musica. Mi hanno insegnato a usare la musica non solo come divertimento, ma anche come arricchimento, sono stato facilitato in questo. Io non mi sono mai sentito a disagio in una società che amava i Beatles e i Rolling Stones. Io pure li seguivo con passione. Quando ho iniziato a cantare, la musica italiana era dominata dal cantautorato. Un cantautorato che ha dato risultati bellissimi, anche se apparentemente in contrasto con la lirica. Dico apparentemente perché se ascolti Fabrizio De André, capisci che lui conosceva la musica a 360 gradi

 

Ha debuttato nel 1984. Che tipo di cambiamento ha potuto constatare nell’approccio all’opera lirica, durante questi trent’anni?

Un cambiamento molto forte. Soprattutto con il passaggio al nuovo millennio. Un rinnovamento che però ha portato con sé una forte mancanza di rispetto. I compositori di un tempo necessitano di essere rispettati. Si possono fare regie innovative, anche belle, ma quando queste prevaricano il senso dell’opera è un errore. In un’opera lirica è importante sentire cantare bene, fare della buona musica; la regia, le luci, i costumi sono – e devono essere – una cornice. Non si deve mai mancare di rispetto verso il compositore e l’opera d’arte.

 

E nel pubblico che cambiamento ha riscontrato?

Nel nostro Paese, manca un’educazione alla musica, all’ascolto. Si sono persi i parametri, che io ritengo essere oggettivi, per definire se una cosa è bella oppure no. È diventato tutto opinabile. Nella scuola italiana manca un’educazione alla musica, ma anche al rispetto.

 

In un momento di perdita d’identità nazionale, crede che l’opera lirica possa dare un proprio contributo positivo?

L’Italia è sempre stata la patria della melodia, ora stiamo assistendo a un’esterofilia esagerata. Abbiamo perso, senza dubbio, un po’ della nostra identità. Qualche anno fa ho partecipato a una conferenza agli Stati Generali della Lingua Italiana di Firenze, davanti all’Accademia della Crusca e all’Istituto Dante Alighieri. Mi hanno chiesto di parlare dei rapporti tra lingua italiana e opera italiana. Ho scoperto che l’80 % dell’italiano che si parla nel mondo è merito dell’opera lirica.

 

Ha calcato i palcoscenici più importanti del mondo. Quale le ha dato maggiori emozioni?

Per dirne uno, farei torto a tanti altri. Quello che mi ha dato più emozioni è stato il Colón di Buenos Aires. Quando ho debuttato non era stato ancora restaurato e si percepiva palpabilmente di trovarsi in un tempio della musica. Mi sembrava di sentir risuonare la voce di Caruso, Del Monaco e tutti i più grandi che avevano calcato quel palco prima di me. Non posso, tuttavia, non citare anche il Metropolitan di New York e, ovviamente, il Teatro Alla Scala.