Eman: “Io, affamato di vita”

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L’ho scattato a casa mia in una giornata che si sarebbe potuta definire in qualunque modo tranne che adatta a un servizio fotografico: calda, afosa, con quella tipica calotta di umidità meneghina che non ci ha dato tregua un secondo. Eppure nonostante collaboratori e fotografa fossero a un passo dall’infarto, lui Eman, all’anagrafe Emanuele Aceto, classe 1983, non ha fatto una piega, ci ha regalato solo pazienza, positività e calma. Un artista amato trasversalmente da un pubblico ampio e variegato. Autore e interprete di pezzi bellissimi e apprezzati, come Giorno e notte, Amen e Chiedo scusa. La sua musica gli somiglia e ci somiglia, perché nel suo continuo guardarsi dentro ritrova “pezzi di noi” un po’ ovunque.

Qual è stato il momento in cui hai capito che saresti diventato un artista?

Ho iniziato a scrivere i miei brani da giovanissimo, ma sono nato in un luogo dove è difficile immaginarsi realizzato come artista. Ho capito che volevo fare musica quando mi ritagliavo degli spazi miei per evadere dagli studi in ingegneria ambientale. Così mi son detto: se devi sprecare il tempo, sprecalo in modo intelligente. Per molti sarebbe stato ovvio finire gli studi, per me è stato il contrario.

Il sacrificio più grande che hai fatto per arrivare a questo punto del tuo percorso?

Ho perso tanti amici, ho perso un po’ di serenità e la mia quotidianità… Ho investito tutto in questo mio “biSogno”: molti credono che sia un gioco e non capiscono lo sforzo che c’è dietro, non sanno quanto devi ingoiare amaro e quanto è difficile fare della tua passione una professione.


L’Italia dà la sensazione di essere uno di quei paesi che meglio favoriscono la fuga di cervelli. Hai mai avuto voglia di emigrare all’estero e provare ad affrontare la tua strada là?

Parli con uno che è rimasto in Calabria per non essere l’ennesimo in fuga… Sono uno che si sacrificherebbe volentieri per un “cambiamento”: quello che faccio, che dico, che scrivo hanno alla base la voglia di cambiare il normale e stantio corso degli eventi, ora più che mai.


Sei particolarmente apprezzato per la scrittura e in un tuo post hai scritto: “Ho paura quando scrivo”. Che intendevi?

Quando inizio a scrivere sono il peggior giudice di me stesso: a volte mi ritrovo a rileggere e a dirmi: “Fa schifo”. Io scrivo per necessità, ho davvero bisogno di comunicare e ho paura di non essere capito. Quando mi siedo e prendo la penna so che potrebbero uscire fuori i mostri che tengo a bada con tanta fatica, ma sono alla ricerca di qualcosa e la scrittura è il mio legno da rabdomante.

Come hai affrontato quel momento che affrontano tutti gli artisti ad un certo momento della vita, ovvero il “basta non ce la posso fare”?

A me capita almeno una volta al giorno. Il mondo della musica è difficile, spesso cattivo. Poi mi dico: troppo facile mollare.

Viaggi in tutta Italia. Hai ormai dei luoghi a te più cari e che ti sembra siano stati più ricettivi nei riguardi della tua musica?

All’inizio la mia musica era legata a una certa territorialità; il rapporto con la mia terra e la sua gente è profondo, con una rara emotività difficile da spiegare. Non saprei dirti se ci sono luoghi in particolare più ricettivi, se più Roma o Milano, Bologna o Catanzaro: so di fare una musica particolare – va ascoltata – e quando succede il rapporto tra me e quella persona diventa speciale. Spesso mi dicono “mi hai capito come nessun altro” e io rispondo “sono come te”.

Una parola in questo momento che ti descrive particolarmente bene?

Questa è una domanda difficile. Non saprei. Potrei dire “affamato”, nell’accezione figurativa del termine: di conoscenza, di musica, di giustizia. “Affamato di vita” insomma.


E la parola che ti descriverà domani?

Spero di diventare un uomo migliore, di crescere senza essere grande. Il domani vorrei che mi vedesse felice ma mai appagato.

Foto e intervista: Micol Ronchi