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By Luca Forlani
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Il Primo Maggio il palco di Piazza San Giovanni in Laterano a Roma ospiterà il classico Concertone per la festa dei lavoratori. A condurre l’edizione di quest’anno, dopo il successo del 2018, sarà ancora la coppia composta da Lodo Guenzi (leader de Lo Stato Sociale) e Ambra Angiolini. Molti gli artisti che si alterneranno sul palco. Per la prima volta si esibirà anche Eman, cantautore calabrese che si è fatto notare negli ultimi anni per la profondità e la sensibilità della sua scrittura. Il suo primo album Amen esce nel 2016 per Sony Music Italy e da questo vengono estratti i singoli: Giorno e notte, Amen e Chiedo scusa. Il tour estivo che segue l’uscita del disco vanta diversi sold out e poco dopo il cantautore calabrese viene scelto da Fabrizio Moro per aprire il suo concerto. Il 19 aprile è uscito Eman (Jackie & Juliet / Artist First), il nuovo album del cantautore che all’anagrafe si chiama Emanuele Aceto. L’album – il cui primo estratto è il singolo Giuda – è disponibile in digital download e su tutte le piattaforme streaming.

Il nuovo album porta il tuo nome d’arte. Come mai questa scelta?

Eman è il disco che volevo scrivere. Dentro ci sono le parole, le immagini e i concetti che volevo esprimere e che hanno preso corpo e anima grazie alla musica di Mattia (SKG). Negli ultimi anni mi sono dedicato completamente alla musica senza preoccuparmi delle aspettative e senza mai guardarmi indietro. Ne è venuto fuori un (concept) album intimo sì, ma di un intimità collettiva. Nei brani che lo compongono, chiunque può ritrovare un po’ del proprio vissuto e osservare e riflettere su uno spaccato del mondo che lo circonda.

 

Sei nato in Calabria, a Catanzaro, una terra tanto meravigliosa quanto difficile. Quanto ha ispirato la tua musica?

Il mare della mia terra mi ha ispirato malinconia, immensità e libertà. Mi dispiace che i media parlino della Calabria più per i tristi episodi di cronaca legati alla criminalità che per la sua straordinaria bellezza. Certamente è una terra molto complicata. Per un artista è più difficile emergere ma questo dà una spinta in più. Per inseguire la musica ho dovuto lasciare Catanzaro, la mia città, per trasferirmi a Milano. Appena posso cerco di tornare.

 

Quando hai scoperto questa passione per la musica?

Da che ho memoria ho sempre amato la musica. Da bambino avevo problemi comunicativi, ero molto balbuziente, ho trovato nella musica il mio modo di esprimermi. Ho iniziato a suonare prendendo di nascosto la chitarra di mio fratello maggiore. Un giorno se ne accorse, mi sentì suonare e me la regalò. Ho imparato da autodidatta.

 

Pensi che attraverso le canzoni si possa parlare di tutto?

Certo. Io ho sempre parlato anche di tematiche difficili. Chi nasce in luoghi più complicati ha l’obbligo di dire qualcosa in più. Sono i giovani che devono provare a cambiare il proprio futuro.

In Tutte le volte parli di eutanasia…

Ogni epoca ha bisogno di anticorpi. Il ruolo dell’artista, secondo me, deve essere quello di raccontare anche realtà scomode. Io credo fermamente alla libertà individuale. Tutte le volte è stata ispirata dalla storia d’amore tra Dj Fabo e Valeria Imbrogno. Ho notato che in quei giorni tutti parlavano della morte di Fabo ma non di quello che era stata la sua vita. Chi dice di essere per la vita spesso, in realtà, se ne dimentica.

 

Sei sempre stato libero di dire quello che pensi?

 Stiamo vivendo un periodo oscurantista. La storia del cantautorato, invece, dimostra che la musica ha un ruolo sociale importante. La musica è intrattenimento però io credo sia anche altro. Oggi se non rientri in determinate categorie ti definiscono poco radiofonico. Se anche in passato avessero ragionato così non avremmo avuto De Andrè, De Gregori o Guccini. C’è una volontà di rendere le canzoni leggere a tutti i costi.

 

In effetti, accendendo la radio, spesso si ha la sensazione che le canzoni siano prefabbricate…

Il problema non è degli artisti ma di chi gestisce la musica. Ci si basa su studi di marketing. Tuttavia, la musica non è solo marketing. Io non ho mai voluto partecipare ai talent show. Li considero una strada troppo facile, non tanto per gli artisti ma per chi ha il potere di lanciare nuovi cantanti. I talent scout che andavano in giro a cercare gli artisti sono spariti.

 

Ora ti attende un palco importante, quello di Piazza San Giovanni…

È la prima volta ed è incredibile per me esibirmi su un palco così prestigioso. Sono onorato di dividere il palco con artisti che ammiro e che seguo da anni. È il momento più bello della mia carriera.

Cosa ti piacerebbe fare in futuro?

Vorrei arrivare a più gente possibile.

 

Quindi parteciperesti a Sanremo?

(ride, ndr) Chissà! Provai ad andare al Festival nel 2014 con Amen e mi rifiutarono. Se avrò qualcosa di interessante da dire prenderò in considerazione anche quel palco.

Hai mai pensato di scrivere per altri artisti?

No, sono un po’ geloso dei miei brani ma ci sono artisti per cui scriverei.

 

Un nome?

Vasco Rossi, oppure una donna come Cristina Donà o Nada.

 

Se dovessi scrivere una canzone di cosa ti piacerebbe parlare?

Io sono un grande osservatore. Il più grande spettacolo è l’umanità, come direbbe Bukowski. Mi piacerebbe parlare delle diverse sfaccettature dell’amore che è il vero motore dell’arte e della vita.