Luigi D’Elia – Cinque racconti di fine estate

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Un prezioso progetto targato INTI, un cofanetto audio che raccoglie cinque delicate e antiche storie contadine in bilico tra autenticità e sogno, cinque racconti sospesi tra la terra rossa della Puglia e la Romagna di Fellini che colgono e fermano in un’esperienza sonora il paesaggio umano sconfinato di un’Italia che probabilmente non esiste più. La voce narrante è di Luigi D’Elia, narratore, autore e costruttore di scene, ha portato in scena la stagione d’oro di Jack London, l’amore senza paura di Don Milani, lupi, naufragi, foreste e storie selvagge. Soprattutto storie selvagge. Conduce una delle ricerche più originali in Italia sul racconto della natura, attraverso una pratica narrativa diretta e senza intermediari. La regia è di Simonetta Dellomonaco, che firma le parole del racconto-prologo mentre le musiche sono del gruppo Bevano Est, musicisti e alchimisti raffinati tra tradizione popolare e contemporaneità.

Luigi, quando e perché nasce Cinque racconti di fine estate?

Nasce a marzo 2020, almeno nella forma audio che ha ora. I racconti, la versione live dello spettacolo (Preludi all’amore) hanno una storia più lunga, ma l’idea di produrre un cd è stata una proposta della regista Simonetta Dellomonaco arrivata nel “bianco” del lockdown. È stato un modo per far esistere qualcosa, un mondo forse, nello smarrimento di quest’anno. E dietro non ha solo l’esigenza di restare produttivo, attivo o visibile come artista (certo c’è anche questo ci mancherebbe…), ma piuttosto l’esigenza di affermare il mondo, i gesti, le voci che i questi racconti hanno dentro. Un mondo molto lontano da quello di oggi distanziato e in mascherina. È nato per il bisogno di “radici”, probabilmente.

 

Quali sono i temi trattati in Cinque racconti di fine estate?

Sono cinque racconti distillati in oltre dieci anni di ricerca sul racconto della terra e della natura. In Puglia. Tra Serranova, Torre Guaceto, San Vito dei Normanni e Ostuni ascoltando contadini, carcaruli, musicisti terapeuti, ricercatori, poeti e amici. È la ricerca che mi ha segnato come narratore e come autore. Raccontano storie che ho ricevuto e che poi sono diventate altro ancora. C’è il racconto di un bambino che si perde in una borgata e che viene salvato dagli animali selvatici rimanendo nascosto sottoterra in un mondo di radici e umidità. C’è il racconto della prima trebbia arrivata a Serranova negli anni ‘60 e della festa alla stazione per accogliere questo prodigio, il racconto di ‘ngiulina che una notte suo padre porta a lavoro con sé in una carcara, un forno dove si cuoceva la pietra per far nascere la calce e il “bianco”, c’è la pizzica d’acqua di Torre Guaceto, una particolare forma di tarantismo e di rito testimoniato nel territorio di San Vito dei Normanni, vicino Brindisi, ci sono gli echi di un mondo leggendario che probabilmente mi ha segnato.

 

Quanto è importante la musica durante l’ascolto?

Non potrei immaginarmi questo progetto senza la musica dei Bevano Est. È come se la musica dei Bevano fosse della stessa materia dei racconti e non mentalmente o intellettualmente, ma parlo di materia fisica e organica come l’alfabeto della lingua italianao dei soprannomi o dei piedi sporchi di cui si racconta. È una vera alchimia per me.

A proposito di musica, chi sono i Bevano Est?

Sono oggi Stefano Delvecchio (organetto), Giampiero Cignani (clarinetto), Davide Castiglia (violino) e sono un gruppo che faccio sempre fatica a definire. Il Bevano è un fiume romagnolo. Bevano Est è anche un’area di servizio sull’autostrada, un non-luogo dove si sfiorano pezzi di mondo di ogni genere, ed è il nome del loro progetto musicale che nasce nel 1991. Il gruppo si forma infatti in quell’anno all’interno della scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli come progetto di studio della musica popolare condotto dal Maestro Riccardo Tesi. Da qui nasce una ricerca tra musica popolare e accostamenti di melodie e di ritmi in una fusione di generi che crea uno stile assolutamente originale e riconoscibile. Poi arrivano i rapporti con il teatro, in particolare Fuoco Centrale e Cattura del soffio del Teatro Valdoca, Materia cani randagi di Masque Teatro, El con Veronica Mellis. Realizzano le colonne sonore per il film Il dolce rumore della vita di Giuseppe Bertolucci e per il documentario Segni Particolari, entrambi presentati al Festival del Cinema di Venezia e la loro musica è stata inserita in Cento Chiodi e Terra Madre di Ermanno Olmi.

 

Cinque racconti sospesi tra la terra rossa della Puglia e la Romagna di Fellini… mentre l’estate scorsa ho assistito al Progetto Conrad. Quanto sei legato alla nostra amata Terra, in un momento così fragile?

Credo di esserne legato oltre quello che posso ricordare, ma davvero un giorno vorrei scoprire di esserne legato perché è parte della Terra, la stessa in fondo della Romagna, del Perù, dell’Australia o della foresta sperduta dove siamo andati a scomodare degli animali selvatici che vivevano serenamente con il loro virus in corpo. Per me è davvero imprescindibile che tutto questo che stiamo vivendo è causato dalla nostra ossessione di manipolazione della Terra.

 

Sono d’accordo. I tuoi lavori hanno elementi naturali. Uno spettacolo potrebbe avere il potere di cambiare le persone?

Non lo so e non mi interessa per lo stesso motivo della domanda precedente. Credo che i racconti, il teatro, la narrazione tocchino una sfera così intima che ho davvero tanto pudore a stabilire cosa e se vorrei toccasse qualcosa degli altri. In quest’anno mi è montato su anche il pudore di far commuovere talmente è basso e meschino l’uso delle emozioni che si fa oggi.

Quando ci permetteranno di tornare a teatro, Cinque racconti di fine estate potrebbe diventare uno spettacolo?

È una storia tutta da scoprire. I cinque racconti vengono da uno spettacolo dal vivo che si chiamava Preludi all’amore. Nella versione solo audio sono sicuramente diventati altro ancora, probabilmente, ma questo è solo il mio punto di vista, più potente di quella dal vivo. Durano per esempio 15 minuti in più, un respiro che probabilmente dal vivo si brucia e si disperde. Sicuramente quando si tornerà a teatro si presenteranno in un modo diverso ancora da come erano prima che non vedo l’ora di scoprire.

 

Tornando al cofanetto, c’è un racconto al quale sei particolarmente legato? Se sì, quale se posso e perché?

Ngiulina, senza dubbio. Tocca delle corde molto personali e profonde in me. 

 

Una volta terminato l’ascolto, cosa vorreste lasciare nell’anima dell’ascoltatore?

Un odore o una sensazione. Sulla pelle, più che nell’anima. E se una volta terminato il cofanetto fosse riposto tra i profumi piuttosto che nei libri sarebbe una gioia grande.