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By Luca Forlani
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“Stella stella / che il cielo illumini / stella stella / tu-u / stella stella / chiamala come vuoi / tu con lei / noi con voi”. Chi di voi ricorda questo ritornello? Piccolo indizio: siamo al Festival di Sanremo del 1989 e a cantarlo sono due giovani sorelle amatissime, grandi protagoniste della tv di quel periodo. L’autore – non ci crederete – è nientepopodimenoché Jovanotti. E le interpreti sono Brigitta e Benedicta Boccoli: “siamo state massacrate. La canzone in fondo era carina, negli anni, poi, è diventata un cult. Sarebbe ora di rilanciarla, magari con un nuovo arrangiamento”.

Sono passati quasi trent’anni, e Benedicta Boccoli oggi è un’affermata attrice di teatro. L’energia, la simpatia e la solarità sono però rimaste immutate. Mi travolge con la sua ironia e un mare di ricordi e aneddoti. Mi racconta di una televisione popolare ma intelligente – quella di Gianni Boncompagni – che oggi manca, dei sogni di una ragazzina degli anni Ottanta che desidera danzare su Raiuno, e non fare l’influencer su Instagram. Una carriera costellata di successi e cadute, come spesso accade nel vorticoso mondo dello spettacolo. La rinascita grazie al teatro che le ha permesso di scoprirsi attrice talentuosa e di lavorare con dei mostri sacri come Ugo Pagliai e Giorgio Albertazzi.

E ora un ritorno sul palcoscenico – al Teatro Parioli di Roma dal 6 aprile – con la commedia “Il più brutto weekend della nostra vita” del drammaturgo canadese Norm Foster.

Partiamo dall’inizio. Come sei arrivata alla tv di Boncompagni?

Finita la scuola avevo il grande sogno di diventare una ballerina. Mio padre mi disse: “ti do un anno, se non riesci a guadagnare abbastanza vieni a lavorare da me”. Lui aveva un’azienda di scarpe e solo all’idea di finire a lavorare con lui mi sentivo male. Studiavo danza da quando avevo sette anni, ma in quell’anno intensificai moltissimo. Ballavo circa dieci ore al giorno. All’epoca per entrare in Rai si doveva superare un esame chiamato “Selezione base”. L’esito positivo di quell’esame rilasciava una sorta di patentino da professionista che dava la possibilità di accedere alle audizioni. Riesco così a fare il provino per Pronto chi gioca, quell’anno condotto da Enrica Bonaccorti che aveva sostituito Raffaella Carrà. Eravamo duemila ragazze. Passo la prima selezione, poi la seconda, poi la terza. Un giorno mi telefona a casa Gianni Boncompagni: “Ciao Benedicta, ho visto che abitiamo vicini. Vuoi accompagnarmi a fare la spesa?”. Potrai immaginare la mia sorpresa, una ragazzina di vent’anni che riceve una telefonata a casa da Boncompagni, il quale mi propone di accompagnarlo a fare la spesa. Ci vediamo in un supermercato a Vigna Clara (una zona di Roma, ndr). Entriamo, prendo il carrello, ero imbarazzatissima. Lui in silenzio riempie il carrello di surgelati e mi fa domande molto vaghe. Io non sapevo cosa dire. Arriviamo alla cassa, paga e mi dice: “va bene, sei stata presa. Farai Pronto Chi Gioca”. Un genio e un eterno ragazzino.

Che ricordo hai di lui?

L’ho apprezzato pienamente crescendo e distaccandomi da lui. Ho capito il suo menefreghismo, il suo cinismo, e la sua sterminata cultura. Prima della televisione lui lavorava come fotografo; e questo forte senso estetico l’ha portato con sé anche nelle sue esperienze sul piccolo schermo. Metteva in scena prima di tutto una grande scenografia e grandi luci, i contenuti erano invece un minestrone di roba, lui teneva quello che funzionava. Partiva sempre dall’improvvisazione. Diceva vai davanti alla telecamera e fai qualcosa. Se non ho paura di nulla lo devo a Gianni. Amava giocare ma sapeva essere anche molto severo. Era l’estate del 1988, io e mia sorella Brigitta avevamo partecipato alla nostra prima edizione di Domenica In ed eravamo state riconfermate per la seconda. Siamo in vacanza a Positano e ci mettiamo ingenuamente a prendere il sole in topless. Veniamo fotografate da un paparazzo e finiamo in copertina su un giornale scandalistico. Ci chiama Gianni arrabbiatissimo: “voi siete i volti di una trasmissione popolare per famiglie. Rappresentate le brave ragazze della porta accanto. Ora siete due professioniste e dovete comportarvi come tali, non come due ragazzine qualunque. Per questi motivi non farete più Domenica In”. Ci si gelò il sangue. I nostri sogni sembravano andare in frantumi. Fortunatamente poi Gianni ci ha perdonato, ma è stato un grandissimo insegnamento. Etica, serietà e professionalità i valori di una tv che purtroppo non esiste più.

 

Hai avuto tanto successo in sodalizio con tua sorella. Un raro esempio di solidarietà femminile…

Eravamo talmente piccole, noi due contro il mondo. Le ragazzine degli anni ’80 non erano certo sveglie come quelle di oggi. Eravamo molto ingenue e dovevamo farci largo in un ambientino pieno di squali. Siamo estremamente diverse. Innanzitutto non siamo gemelle come molti pensano, io ho 5 anni di più anche se sembro la più giovane. Mi raccomando scrivila quest’ultima cosa! (ride, ndr). C’è sempre stata una bella complicità, oltre a un grandissimo affetto.

 

Eri un volto della tv “nazionalpopolare”. Com’è avvenuto il passaggio al teatro di prosa?

Una delle costumiste di Domenica In era figlia di un grande produttore teatrale. Ugo Pagliai e Paola Gassman cercavano, per la commedia Spirito Allegro di Noel Coward, una ballerina che sapesse anche recitare. Feci ben cinque provini per ottenere la parte. Era un ruolo da protagonista, e devo dire grazie alla televisione se sono entrata in teatro dalla porta principale. Ho iniziato così un percorso teatrale che mi ha salvato la vita. Mi ha permesso di mantenere un contatto diretto con il pubblico. Sono tanti anni che non faccio tv, eppure i telespettatori ancora si ricordano di me. E ringrazio questo signore che non c’è più (Gianni Boncompagni, ndr) che mi ha dato la possibilità di iniziare a fare questo mestiere. Nonostante non abbia mai ceduto al gossip o a quella tv urlata oggi tanto di moda, la gente non mi ha mai dimenticato; non ha mai dimenticato la bella televisione di cui ho avuto la fortuna di essere parte. Un grande regalo che mi ha dato la vita.

In teatro hai lavorato con Giorgio Albertazzi…

Ho fatto la “pazza” per lavorare con lui. Volevo fare un testo, Sunshine di Walter Mastrosimone, che il Maestro aveva già messo in scena anni prima con Mariangela D’Abbraccio. Sabrina Ferilli mi spingeva a contattarlo per proporgli di dirigermi. Decido di fare una pazzia: prendo il treno e vado a Firenze. Gli presento il progetto ma non avevo un produttore. Ovviamente con lui dovevo fingere di averlo. Chiamo così Gianni Di Clemente uno dei più grossi produttori del cinema italiano –  morto purtroppo un mese fa nel silenzio totale, nemmeno un servizio al telegiornale. Che vergogna, siamo un paese senza memoria – Telefono a Gianni, gli spiego la situazione e lui mi dice: “Certo che puoi fare il mio nome. Brava, è così che si fa. Bleffa! Digli che te lo produco io ma poi non ti do una lira, sappilo.”. E così ho fatto. Albertazzi però sparisce. Allora un giorno decido di attaccare a chiamarlo ogni 5 minuti, dalla mattina alla sera. Alla fine della giornata mi risponde lui in persona, isterico, e io: “Maestro, vorrei avere una sua risposta. Anche negativa ma me la deve dare”. Lui fa una pausa interminabile: “Sì, sì lo faccio!”. Telefono alla Ferilli per raccontarle quello che era successo, si complimenta con me per la tenacia e decide di produrmelo. Con Giorgio c’è stato un grande amore. Ogni giorno mi faceva recitare in modo diverso. La sera della prima viene da me in camerino e mi dice: “sono un attore, non un regista, ti ho dato tante possibilità, ora sai tu come fare. Io mi siedo in sala a godermi lo spettacolo!”. Andò benissimo e lui mi diede pubblicamente l’appellativo di “artistissima”. Un grande orgoglio. Il teatro ti fa vivere rapporti importanti, condividi tutto: pranzi, cene, alberghi belli, alberghi brutti, malinconia, difficoltà, gioie, successi, imprevisti, stanchezza. Io ricordo tutti gli “odori” dei compagni di scena con cui ho recitato.

 

Ti piacerebbe tornare a lavorare in televisione?

Certo! Il varietà purtroppo non c’è più. La politica ha sostituito il varietà. Prima c’era Heather Parisi, ora c’è Di Maio. Ho un sogno proibito: vederlo cantare Cicale, Cicale. Tu pensa quanto potrebbe aumentare il suo seguito, altro che 32 %, raggiungerebbe l’88 % (ride, ndr). I politici sono le nuove soubrette. Mi piacerebbe recitare in una fiction.

Dal 6 aprile sarai in scena al Teatro Parioli con la commedia “Il più brutto weekend della nostra vita”.

È un testo scritto dal drammaturgo canadese Norm Foster. Uno spettacolo corale, divido la scena con Maurizio Micheli, Ninì Salerno e Antonella Elia. È puro intrattenimento. Uno spettacolo divertente. Molto elegante. Si ride (molto) ma senza volgarità. Due coppie fingono di amarsi, in realtà si odiano. Ci sarà, poi, uno scambio di coppie. Uno spettacolo semplice, che se recitato bene può strappare tante risate. Non amo la snobberia tutta italiana nei confronti della comicità. Chi sa fare il comico molto bene può fare anche il drammatico, non viceversa. Ma non bado agli snob, mi interessa il calore del pubblico.