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Da Miami ad Ibiza, dall’Europa all’Asia passando dall’Arabia Saudita e, ovviamente, per le consolle dei club italiani. Non c’è angolo del mondo che non abbia conosciuto il sound di Ben DJ. Italiano di origine tunisine e con una storia differente alle spalle, il suo singolo “Hold Tight” – uscito la scorsa estate – ha totalizzato milioni di ascolti su Spotify. Una solida certificazione del lavoro svolto finora, come dj e produttore: Steve Aoki, Tiesto, Blasterjaxx, Bob Sinclar, Oliver Heldens, Fat Boy Slim sono alcuni dei dj che hanno utilizzato dei brani di Ben per i loro set. Lo abbiamo incontrato a Milano a una manciata di giorni da un viaggio a New York piuttosto particolare, sentiamo perché…

Il 10 novembre scorso hai suonato nella Grande Mela per il lancio del Calendario Pirelli 2018: come ti prepari per un evento del genere?

Già, è stato speciale anche stavolta. Naomi Campbell, Puff Daddy, il party è stato semplicememente pazzesco. Sono sette anni che Pirelli mi affida questa serata, ed è sempre un piacere enorme lavorare con uno staff così preparato. Per quanto riguarda la preparazione, in genere non mi presento mai una scaletta, piuttosto studio la pista: la bravura di un dj, a mio parere, è proprio quella. Scegliere il mood della serata, sentire le vibrazioni della gente, fare tutto work in progress. Non ho preconcetti, mi piace scegliere la musica e trascinare il pubblico verso quello stile. Vado a istinto, a orecchio: metto la cuffie e parto, senza pensare. Twist, funk, hip-hop, house, mi piace spaziare. E poi capita anche di produrre qualcosa apposta per una serata, ma quelli sono casi molto più rari.

 

Le porte del successo però non si aprono così facilmente. Lo si capisce scavando a fondo nel tuo passato.

Ho iniziato a fare il dj a 15 anni per pura curiosità, mentre guardavo mio fratello mixare: ancora minorenne andai a fare una vacanza presso un villaggio vacanze, e mi innamorai dell’organizzazione e dell’ambiente che si respirava in quel posto. Da lì cominciai la gavetta: prima dj e animatore, poi capo animatore e infine capo villaggio. Per tredici anni questa è stata la mia vita: ho ottenuto il permesso di soggiorno, ma ogni sei mesi dovevo tornare in Tunisia o rimanere una notte fuori dall’Italia per non cadere nell’irregolarità. La catena di villaggi per la quale lavoravo non voleva assumermi secondo certi criteri, così decisi di lasciare e cambiare mestiere. Arrivai a Milano e trovai lavoro come portiere notturno in un albergo di Via Vitruvio: le serate libere le passavo a bussare alle porte dei club e delle discoteche, e ti assicuro che non sono mancati anche i momenti di sconforto nei quali ho avuto veramente paura di non farcela. Il primo posto a darmi fiducia fu il Tocqueville: era il 1999. Non mi limitai solamente a suonare, volevo poter dare sfogo alla mia creatività. Così cominciammo a proporre un concetto diverso di serata: cena con musica. Da lì allargai le mie collaborazioni: Pacifico e Pineta a Milano Marittima, Billionaire Beach in Sardegna. È stato come un domino. Tante celebrities mi cercavano per suonare e organizzare serate speciali. Un tassello dopo l’altro ero riuscito a far diventare la mia passione un lavoro a tempo pieno. Ho continuato così fino al 2007, quando ho prodotto il mio primo singolo, Me & Myself: in quel periodo ero a San Francisco ed ebbi la fortuna di condividere lo studio con Lady Gaga, che da lì a poco si sarebbe esibita al Lollapalooza Festival e firmato per Interscope Records.

 

E l’ingrediente fondamentale per una scalata del genere secondo te quale è stato?

Sicuramente il fatto di essere il manager di me stesso. I primi anni devi farti conoscere e la gente per darti fiducia ti deve vedere e “annusare” per quello che sei. La parte di public relations per un dj è fondamentale. Adesso come allora, se sei un musone senza entusiasmo non vai da nessuna parte. L’importante è non mostrarsi fake, finto, con chi ti sta accanto e fare troppo il personaggio: personalmente non sono uno di quei dj che si alzano alle tre di pomeriggio solo perché possono permetterselo. Faccio sport, non fumo e cerco di fare più cose possibili durante la giornata, senza pensare solo ed esclusivamente alla musica.

Negli ultimi dieci anni sei diventato anche un producer di fama internazionale…



Intanto ci tengo a dire che tutti i miei brani escono per la Ego, label italiana famosa in tutto il mondo che sta facendo un lavoro egregio nel supportare me e tanti altri artisti. È stata la prima etichetta italiana a credere veramente nello streaming. Per quanto mi riguarda, cerco di tenermi alla larga dalle produzioni di massa. Il mio sound ha contaminazioni ben delineate e non ha niente a che fare con quello che si trova su iTunes, che cerca di indirizzare i gusti degli ascoltatori con classifiche viziate dai download. Non voglio dire che i numeri non siano importanti, ma bisogna anche stare attenti a dove si guarda e dove si attingono le informazioni. Specialmente per quelli che lavorano nell’ambiente.

 

Quando sei in studio, come nasce un disco?



Lavoro a distanza con una band francese che vive a Londra. Loro mi mandano quattro o cinque tracce al mese, io vado in studio, ascolto e in corsa facciamo gli accorgimenti: tutto quello che produco nasce materialmente da uno o più strumenti musicali. Dopo aver campionato la base la rimando al cantante, che ci canta sopra il pezzo che ho scelto durante la fase di studio del disco. Poi ovviamente per sperimentare mi è capitato di remixare pezzi famosi recenti e del passato, ma per il resto tutto quello che esce dal mio studio prende vita da un’idea mia, da un concetto ben preciso.

 

Sei sempre in giro per lavoro: New York, Milano, Miami, Londra. Dal tuo punto di vista, a che punto pensi sia l’Italia per quanto riguarda serate e organizzazione eventi?



Te lo dico senza peli sulla lingua: l’Italia è il Paese più bello del mondo. Avrebbe solo da insegnare, ma purtroppo è gestito come peggio non si potrebbe. Moda, storia, cibo, design, bellezze naturali: in Italia c’è tutto. Però gli italiani stessi ricercano tutto questo all’estero. È una mossa sbagliata, che si riflette anche negli ambienti che frequento. Quando sento che in Italia la gente va in discoteca perché “tanto non pago” vado su tutte le furie. Un locale ti mette a disposizione luci, show, musica, intrattenimento e tu ti permetti di non pagare. Non esiste: se in un locale di mille persone quasi la metà non paga l’ingresso allora è normale che poi il proprietario non investe in buona musica. E alla lunga non può nemmeno offrire un servizio all’altezza. Questo è quello succede in Italia, però se si va a Ibiza allora va bene spendere cifre astronomiche per entrare nel locale. Capisci che c’è una grossa disparità?

Avvicinarsi e imparare a fare un lavoro del genere era molto più difficile, venti anni fa, ma ora le cose sono decisamente cambiate. Che consigli daresti a un ragazzo che intraprende un cammino del genere? 



Come in tutti i lavori, ovviamente, è necessario fare la sacrosanta gavetta. Non a scuola, ma è chiusi in garage a provare e riprovare che si arriva poi a suonare in un locale. E poi, lo spirito: la positività e il carattere devono sempre emergere. Non capisco quei dj (quasi tutti giovanissimi) che arrivano in consolle, abbassano la testa sul mixer e suonano per due ore senza mai rivolgere uno sguardo alla pista, come possano portare avanti in questo modo un lavoro così bello e appassionante. Possono essere anche osannati, io li trovo noiosi e fin troppo prevedibili.

 

Perché due approcci così differenti alla stessa arte?



Semplice, è un discorso di educazione musicale e culturale. Otto brani su dieci che si sentono alla radio sembrano provenire dalla stessa compilation. Ora si copiano tutti a vicenda, utilizzando lo stesso suono e giocando un po’ coi bassi. E sembrano dei fenomeni, ma se gli chiedi di fare ballare mille persone con “I Will Survive” di Gloria Gaynor non sanno neanche da che parte cominciare. Da ragazzo mettevo la moneta sul disco per evitare che la puntina del vinile saltasse, era come un gesto d’amore che facevo nei confronti di una ragazza. Dettagli che per me hanno fatto la differenza. Ora si è persa l’attenzione alle piccole cose…

 

In questo periodo su cosa ti stai concentrando maggiormente?

Ogni giovedì e domenica sera suono al Canteen Milano (che presto aprirà anche a Courmayeur) mentre a brevissimo inaugureremo il Bullona, un locale ricavato proprio a fianco alla vecchia stazione ferroviaria di Milano. Poi altre serate qui in Italia (18 novembre al Noir di Lissone e 25 allo Square di Napoli) prima di tornare in studio, perché sto lavorando a un nuovo album ufficiale.

 

Ph: Gerti Ibra
Outfit: Never Enough Italy; 2Star Collection; Outhere
Thanks to: Boy London Italia, Acerbis Sport, Sartoria Gagà di Paolo Di Mauro