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By Luca Forlani
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Siamo nel 1994: Yasser Arafat viene insignito del Premio Nobel per la Pace, lo schieramento di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi vince le elezioni, don Giuseppe Diana viene ucciso in chiesa dalla camorra, in Germania viene abrogato quel paragrafo del codice penale che dal 1870 sanzionava penalmente i rapporti omosessuali tra maschi, dopo anni di restauri riapre ai visitatori il Giudizio Universale nella Cappella Sistina. A Sanremo vince Aleandro Baldi con Passerà, e tra i giovani trionfa un certo Andrea Bocelli con Il mare calmo della sera. Al secondo posto si fa notare una ragazza siciliana, poco più che maggiorenne, ma con grinta e presenza scenica da vendere: si tratta di Antonella Arancio con Ricordi del cuore. Una canzone che entrerà immediatamente nelle orecchie di tutta Italia, e che oltrepasserà i confini del bel Paese. Sono anni fortunati per Sanremo: l’anno precedente era cominciata la carriera di Laura Pausini e in quell’anno debutta – classificandosi al settimo posto tra i giovani – Giorgia con la struggente E poi. Antonella Arancio sembra avere tutte le carte in regola per diventare una nuova star della musica italiana, proprio come le altre celebri esordienti. Seguono un altro Sanremo di successo con la più matura Più di così firmata da Enzo Migliacci, tante partecipazioni televisive nei più importanti programmi del periodo e tournée internazionali. Poi, come spesso capita nel crudele mondo dello show business, un ingiusto cono d’ombra. E ora, dopo vent’anni una nuova fatica discografica, piena di consapevolezza e maturità artistica, intrisa di sonorità originali e lontane anni luce dal suo pop melodico di metà anni ’90. Un’artista che non ha mai interrotto la sua crescita e che è ancora molto attuale. Adesso manca solo il meritevole ritorno su palcoscenici importanti, magari su quelli di Raiuno con Ora o Mai più o il Festival di Sanremo? Chissà… sicuramente nei prossimi mesi sentiremo molto parlare di lei.

Quel vuoto immenso segna il suo ritorno sulle scene musicali dopo oltre 20 anni. Com’è nato questo nuovo progetto discografico?

L’idea di ritornare è nata perché oggi, per certi versi, è più facile. Ci si può auto produrre, non è più necessario il supporto delle multinazionali. Quello di ritornare con un nuovo lavoro discografico era un desiderio che avevo da tempo. Sono cambiate tante cose, oggi scrivo e compongo. Mi piace l’idea di raccontare qualcosa di mio. La musica di Quel vuoto immenso è nata in macchina, canticchiavo la melodia e così l’ho registrata col cellulare. Poi, durante momenti difficili di solitudine, è arrivata l’ispirazione per scrivere il testo.

Cos’è questo vuoto immenso?

L’allontanamento dalle scene musicali. È difficile restare sulla cresta dell’onda. Avevo un folto pubblico che mi seguiva, facevo tanti concerti e partecipazioni tv. Poi la mia casa discografica del tempo, la Sony, non mi ha rinnovato il contratto, il mio produttore Franco Migliacci ha iniziato a dedicarsi ad altro. Io ho continuato a cantare e fare concerti ma in piccolo, lontana dai palcoscenici nazionali.

 

Nel brano si sentono echi di musica celtica. Come mai questa scelta?

Sono appassionata di musica gotica, la ascolto da tanti anni. È normale che qualcosa ti rimane dentro. Nel panorama musicale attuale non ci sono questi tipi di sonorità. Ascoltai qualcosa di simile da Valentina Giovagnini; ricordo che dissi “finalmente qualcosa di diverso e di bello”. Purtroppo questa artista di grande talento ci ha lasciato troppo presto. L’arrangiatore ha tenuto mano leggera ma il mio sogno è quello di inserire nei miei prossimi brani più strumenti come arpa celtica e cornamusa.

 

Che differenze nota tra il mondo musicale di oggi rispetto a quando ha iniziato?

Mi dispiace dirlo ma oggi la qualità musicale si è persa. Per esempio, non potrei cantare canzoni di Migliacci, non si capirebbero nemmeno le parole. Ora si cerca la rima, si prediligono canzoni orecchiabili, e i testi spesso non vogliono dire nulla. Si fabbricano canzoni usa e getta. Anche signore della musica italiana hanno lasciato il loro mondo per seguire le tendenze di oggi. Il risultato è che ascolti pezzi che sembrano tutti uguali. So benissimo che il pezzo che ho fatto è un rischio, ma con altro non riuscirei a essere credibile. Cambio canale quando sento questa musica perché per non è musica.

 

Torniamo a quegli anni, com’è arrivata a Sanremo?

Nel 1993 ho avuto la possibilità di far conoscere la mia voce a Franco Migliacci. Rimase subito affascinato. Inoltre, cercava un volto mediterraneo e qualcuno che cantasse con passione i suoi brani. Baudo mi conosceva già. C’eravamo incontrati in alcune manifestazioni: “questa ragazza è bravissima me la porterò a Sanremo”, disse. E così fece.

 

Che ricordo ha di quel Sanremo?

Fino alla fine degli novanta, Sanremo era un festival importante, con musica di qualità e belle canzoni. Questo era merito soprattutto della professionalità di Baudo. All’epoca ero una ragazzina, non consapevole come oggi. Nel 1995 gareggiai tra big del calibro di Gianni Morandi, Patty Pravo, Michele Zarrillo, Massimo Ranieri, Loredana Berté. Ricordo un’emozione indescrivibile, una delle più belle della mia vita.

Era una ragazzina eppure colpiva la sua capacità di tenere il palcoscenico da artista consumata…
Ho iniziato a esibirmi a 11 anni. Iniziai con i gruppi folk e già a 14 anni lavoravo come vocalist e iniziavo a fare le prime serate con la mia band.

 

È stata lanciata nel mercato discografico da Franco Migliacci, uno dei più grandi autori e parolieri della storia della musica italiana, artefice, per esempio, della celeberrima Nel blu dipinto di blu. Che ricordo ha di lui?

Io l’ho vissuto, non era solo il mio produttore. Era quasi un padre. Mi ha insegnato a essere umile. Prima di presentarci a Sanremo nel 1994 provinai tre pezzi: Ricordi del cuore, un brano di Migliacci e un’altra canzone. Lui mi lasciò libera di scegliere il brano. Fu una grandissima lezione di umiltà. Io avevo un bel caratterino, ma lui mi mise talmente a mio agio che non avevo timore a parlare di tutto con lui.

 

Ha debuttato a Sanremo con Pippo Baudo e, nel corso della sua carriera, ha partecipato a molte sue trasmissioni come Novecento. Chissà quanti aneddoti…

Prima che lo conoscessi pensavo fosse un bravo presentatore. In realtà, è il deus ex machina di tutti i suoi programmi, si occupa di ogni cosa. Una volta cambia colore di capelli e lui mi disse: “stavi meglio rosso mogano”. Un’altra volta mi fece togliere un vestito bianco, secondo lui mi donava più il nero. Ha sempre avuto una grande stima di me. Nei primi anni duemila, ci incontrammo in una serata nella nostra Sicilia e mi propose di fare la cantante solista dell’orchestra di Novecento diretta dal grande Pippo Caruso che ci ha lasciati recentemente. Caruso era un artista immenso e una bellissima persona. Mi ha insegnato a essere paziente.

 

Parteciperebbe a Ora o mai più?

Sì, anche se ci sono pro e contro. Sarebbe una bella occasione per rimettersi in gioco. Parteciperei con un progetto solido alle spalle. Tuttavia, sono molto istintiva e non amo le mancanze di rispetto. Alcuni coach si sono troppo innalzati a professori. Si doveva premiare già l’umiltà di questi artisti che hanno deciso di partecipare. Invece, ho sentito da certi coach critiche spiacevoli. Posso accettare che uno mi dica “non mi piaci”, ma non è corretto offendere. Davanti a certe offese non riuscirei a stare in silenzio.

 

Le piacerebbe tornare a Sanremo?

Mi sono presentata tante volte, anche in duetto e con diverse formule, ma non sono più riuscita a tornarvi. Certamente mi ripresenterò anche quest’anno. Confido in Baglioni.

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