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By Matteo Squillace
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Alen Custovic è docente, scrittore, giornalista. È padre, educatore, scrutatore attento del mondo. Alen è anche una persona “toccata” dagli eventi: è solo un ragazzo quando all’inizio degli anni Novanta è costretto ad arrivare da profugo in Italia per sfuggire all’orrore della guerra. Il passato lo si può rinchiudere in un cassetto dell’anima oppure girare a proprio favore: per questo, da quando è arrivato in Italia, Alen ha una missione. Contrastare ogni forma d’odio, con ogni mezzo. La scrittura, la sua associazione Onlus Basta sangue sulle strade, l’insegnamento ai ragazzi delle scuole, che in futuro saranno uomini artefici del loro destino. È il bambino di Mostar che è dentro di lui che glielo chiede, sono Davide ed Emir, i personaggi dei suoi libri (Eloì, Eloì e Attraverso i sassi). Così, con dolcezza e cognizione, Alen sta marciando giorno dopo giorno per completare la sua missione di pace.

Rompiamo il ghiaccio così: mi piacerebbe sapere qual è il luogo dove preferisci scrivere.

Scrivere è un atto creativo, e come tale la scrittura può generare se stessa un po’ ovunque. Tuttavia alcuni luoghi sono davvero ispiratori. Ad esempio quando per lavoro mi capita di spostarmi in treno, non di rado tutta quell’atmosfera circostante, di chiacchiericcio feriale, di notifiche disarticolate dai device in molteplici suoni mi catapultano direttamente in un’atmosfera altra, in cui dipingere tratti somatici e personalità. Poi è molto affascinante scrivere immersi nella natura, ai piedi di un monte o su di un prato urbano tra gente che corre o passeggia; non fa quasi differenza, perché il luogo, come direbbe un antropologo moderno, è sempre anche un “non luogo” in quanto siamo noi persone con le nostre esperienze e stati d’animo che riempiamo i luoghi di significati capaci di simbolizzare i posti che, altrimenti, rischiamo di sfiorare quasi in modo anonimo.

Siamo in Bosnia Erzegovina nel 1992. Mostar, casa tua: cosa ti lascia dentro la guerra e quanto di tutto questo c’è nei tuoi romanzi?

Ero un ragazzino che come tutti andava a scuola e giocava, nella mia città natale, Mostar, quella che nel nome porta il richiamo a essere la “città dei ponti”. Ma all’improvviso ogni cosa cambiò. L’aria si riempì di boati delle detonazioni, le parole si fecero cariche di odio, il cibo e l’acqua scarseggiarono, l’elettricità arrivava a intermittenza. Ma sopratutto un’aria di morte riempì ogni cosa. Si cominciava a passare le giornate nelle cantine perché gli ordigni sventravano le case. A prescindere dai conflitti, dalle loro latitudini ed epoche, motivazioni ed esiti, credo che la guerra lasci dentro un’ inevitabile prospettiva antropologica orientata alla consapevolezza della precarietà dell’esistenza umana. Alla sua estrema vulnerabilità. Porta a percepire forse con più acutezza la banalità cui spesso sottostà l’essere umano con i suoi meschini mercanteggiamenti, sia a livello di individuo sia a livello di collettività. È inevitabile che ciò mi accompagni anche nella scrittura perché una parte di me ha sempre presente quel richiamo di Primo Levi – “meditate che questo è stato…” – a considerare la sottile linea rossa tra bene e male che alberga nel cuore dell’uomo e della comunità. Pronto a esplodere. Tali tematiche di fondo emergono nella scrittura, che in fondo è sempre una forma di dialogo con la realtà.

 

Che tipo di lavoro segui per tracciare l’animo e il profilo psicologico dei personaggi dei tuoi romanzi?

Innanzitutto un lavoro di sottrazione. Intendo dire che nel quotidiano siamo così circondati da stimoli, da caratteri e personalità che senza mezzi termini si rischia un overload informativo. Quello che voglio dire è che non c’è nulla da inventare. La realtà è così ricca di stimoli, nel bene e nel male, che il lavoro da fare è sostanzialmente di decifrare, di inserirsi tra le pieghe dell’inconscio, di sforzarsi di capire il perché dell’amore e dell’amicizia, il perché del tradimento e della slealtà verso se stessi e gli altri. Tutto questo lavoro è introspettivo, di comprensione, di un auto-interpellarsi in relazione a ciò che si vuole intendere. E non sempre è un procedimento solo razionale, ma esige anche l’intuizione, l’aderenza alla fattualità incarnata delle persone, cioè alla vita che come tale richiede sempre molteplici forme di “battaglia”.

Quando ci siamo sentiti al telefono hai fatto riferimento al sistema educativo italiano, definendolo allo sbando (e basta guardare un tg per rendersene conto): c’è una ricetta per invertire la tendenza?

La società di oggi è piuttosto frustrata e impaurita, e purtroppo guidata da una classe politica che parla più per slogan che per argomentazioni realistiche. Affrontare ed eventualmente risolvere problemi implica sempre entrare nella complessità, dialogare, trovare accordi condivisi che richiedono reciproche vittorie e rinunce. In questo si inserisce anche il sistema educativo italiano. La scuola, come tutti i sistemi, è imperfetta, per molti versi anacronistica. Gli insegnanti sono chiamati a riscoprire quotidianamente e a fatica il loro importantissimo apporto educativo sulle nuove generazioni, e a non ripiegare sul burocratismo che schiaccia. Gli studenti sono chiamati a uscire dall’apatia digitale manifestata dalla sindrome del capo chinato sul black mirror del telefono. E poi c’è la famiglia, sempre più lattante, che è alle prese con una silenziosa ma crescente tendenza alla frantumazione, all’assuefazione, all’indifferenza e allo scoraggiamento. L’educazione rimanda a un “tirare fuori” qualcosa di buono dagli allievi e, a prescindere dai programmi e dalle discipline, questo dovrebbe rimanere sempre la stella polare per non sbandare.

 

Oltre che scrittore sei anche padre: alle tue figlie stai insegnando a vivere o a sopravvivere al mondo che ci circonda?

Essere padre non è facile, non lo è mai stato. Si tratta forse di evitare due estremi. Da una parte certamente un genitore responsabile non dovrebbe insegnare ai figli le scorciatoie, a essere furbi, a tirare a campare appunto, perché gli si toglie il gusto della conquista che passa dalla fatica. Né con lo studio, né nei valori né tanto meno nella vita di tutti i giorni. Crescendoli con troppi sì, magari con concessioni non meritate, li si rende inetti alla vita sociale; dei piccoli ego man incapaci di costruire relazioni autentiche, perché queste implicano sempre il saper guardare il volto dell’altro. Dall’altra parte nessuno è chiamato a essere un “super” genitore, e nemmeno un “super” figlio. A dire la verità le conseguenze nefaste delle troppe aspettative che si possono caricare addosso ai figli sono sotto gli occhi occhi di tutti, non solo per il disagio manifestato attraverso le molteplici dipendenze, ma anche per una generale mancanza di progettualità di lungo respiro. Bisognerebbe piuttosto avere un approccio realistico, di chi coerentemente testimonia con la propria vita che occorre il coraggio di vivere, rinunciando alla facile tentazione dello spleen di baudelaireiana memoria, e di opporre a questa malinconia la potenza vivificante della bellezza di cui l’uomo in pace con se stesso è capace di sprigionare. Questo vuol dire vivere. Chi sopravvive perde sempre, perde con se stesso e con gli altri.