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By Luca Forlani
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Ecco a voi uno dei giornalisti più apprezzati della televisione italiana: Alberto Matano. Oltre a essere uno dei volti di punta del TG1, la domenica sera conduce in prima serata su RaiTre Sono Innocente, trasmissione che ha portato alla luce una realtà molto dura, di cui si parla troppo poco: le persone accusate ingiustamente. È il terrore di ognuno di noi, svegliarsi una mattina ed essere arrestati da innocenti. Onore alla Rai che con questa trasmissione svolge il proprio compito di servizio pubblico nel migliore dei modi. Da Sono Innocente è nato anche un libro (edito da RaiEri) Innocenti, prima fatica letteraria di Matano.

Com’è nata quest’avventura?

Da un’idea di Daria Bignardi, allora Direttore di RaiTre. Consapevole che il tema trattato fosse particolarmente ostico voleva affidare la conduzione a un volto istituzionale, un giornalista del telegiornale. Quando mi ha chiamato mi sono domandato: “cosa c’entro io con gli innocenti?”. Fino a quel momento mi ero sempre occupato principalmente di politica. Mi sono affidato al mio istinto e ho accettato. Poi, mi sono appassionato e c’è stato uno sviluppo che credo nemmeno lei avrebbe mai immaginato.

Cosa l’ha spinta ad accettare?

Mi hanno colpito le storie, il dramma di queste persone. Ho capito la potenza del messaggio che avremmo potuto mandare con questa trasmissione, tanto che poi ho deciso di fare anche la seconda edizione.

 

Che storie sono quelle che raccontate?

Sono storie che possono capitare a ognuno di noi, e questo fa riflettere. Sono persone che conducono una vita normale fino a quando “qualcuno” non suona alla porta, e qui comincia un vero incubo.

 

Quale storia l’ha colpita di più?

Non ce n’è una in particolare, tutte le storie mi hanno colpito. Mi è rimasta impressa la forza dei familiari che fanno di tutto per salvare chi è in carcere in quel momento. La salvezza di queste persone sono coloro che le aspettano fuori dal carcere. Sono storie di solidarietà e d’amore.

 

Leggendo il libro Innocenti si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un romanzo. Perché questa scelta?

Ho deciso di scrivere un libro perché avevo altre cose da dire rispetto alle storie raccontate in televisione. La cosa più facile da fare sarebbe stata trascrivere quanto narrato in tv. Certo, le storie sono le stesse ma ho cercato di immedesimarmi in queste persone. Ho parlato a lungo con loro, approfondendo aspetti che per la velocità del linguaggio televisivo erano stati trascurati. Innocenti è composto da tanti piccoli “film”; è il racconto di una regione, di una città, di un momento storico preciso.

 

La giustizia riesce poi a restituire loro la dignità?

La giustizia di cui noi parliamo nasce ingiusta ma, alla fine, torna giusta. Nessuno potrà mai dare loro indietro il tempo passato in carcere, quel pezzo di vita sottratto. Quello che rimane dentro di loro è una traccia, un marchio indelebile. Attraverso il programma, e questo libro, vorrei dare loro un piccolo riscatto.

L’onta rimane anche dopo l’assoluzione?

Purtroppo sì; come ha detto Gaia Tortora (figlia di Enzo Tortora, ndr) in trasmissione è una ferita aperta che, anche a distanza di anni, rimane sempre. Le faccio un esempio: Stefano Messore, venne accusato di essere uno sciacallo durante il terremoto del centro Italia, invece in realtà si era recato a portare degli aiuti. Oltre ad avere raccontato la sua storia a Sono Innocente è stato ospite con me nel programma Storie Italiane condotto da Eleonora Daniele. Quando si entra a Saxa Rubra (studi di posa della Rai, ndr) con la macchina ci sono vari cancelli e ti puoi trovare con due cancelli chiusi, uno alle spalle e uno di fronte. Bene, lui mi ha raccontato che, trovandosi proprio in quella situazione, ha rischiato un attacco di panico. Basta un niente per rivivere quegli attimi di terrore, in cui i cancelli si chiudono e non si aprono più.

 

Crede che la televisione possa ancora fare un vero servizio pubblico, portando alla luce notizie che spesso non vengono trattate dai media, magari più interessati allo scandalo dell’accusa rispetto all’assoluzione?

Questo è proprio il compito del servizio pubblico ed è quello che noi cerchiamo di fare. È importante dare a queste persone la possibilità di raccontare la loro storia, il dramma che hanno vissuto e dar loro un riscatto sacrosanto. È giusto che tutti sappiano che loro sono innocenti.

 

Sono innocente è stata la sua prima esperienza da conduttore fuori dal telegiornale?
Avevo condotto degli speciali ma sempre sotto l’egida del telegiornale. Questa è la prima volta che esploro sentieri e registri narrativi diversi. Mi misuro con persone, drammi, rinascite. Un viaggio molto importante anche sul piano professionale oltreché umano.

 

Visto il successo professionale raggiunto, c’è qualcuno a cui vorrebbe dire grazie?

Il mio percorso professionale, fino a questo momento, è stato caratterizzato da tanto lavoro e fatica. La mia non è stata una carriera fulminante. Ho cominciato con la Scuola di Giornalismo, poi sono arrivati gli stage, i contratti a termine, ho lavorato in radio, ho condotto tutte le edizioni del telegiornale. Un percorso completo e necessario, che rivendico. Non ci si può improvvisare. Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno creduto in me. E Daria Bignardi per avermi regalato questa bellissima opportunità.

 

Quando ha deciso che avrebbe voluto fare il giornalista?

È una passione nata al liceo. Sono stato ispirato dal telegiornale – e in particolare dal TG1 – mi affascinava questo modo di raccontare i fatti in modo chiaro e autorevole. Guardavo con ammirazione Paolo Frajese, Angela Buttiglione, erano dei grandi narratori che raccontavano il Paese.

 

Quali caratteristiche deve avere un giornalista?

Deve avere voglia di raccontare la realtà con occhi curiosi. Deve farlo però con responsabilità, onestà, consapevolezza e umanità. Ci sono dei paletti che non si devono oltrepassare. Non si può scavare morbosamente negli umori più bassi del Paese e delle persone, aizzare chi non ha lavoro o è oppresso dalla crisi economica, indugiare sul dolore, sulle lacrime. Raccontare sì ma senza speculare.