InsideTheSystem #18 – Lost in Shanghai – Breaking down

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InsideTheSystem #18 – Lost in Shanghai – Breaking down

Questa è stata la settimana delle rotture.
Ho rotto la mia relazione con i noodles;
Ho (inter)rotto la mia relazione coi party;
Ho stracciato la mia (brevissima) relazione con le sigarette.
Ho deciso di farla finita con la pasta cinese quando una collega brasiliana, mi ha svelato che questi bastardi non erano stati semplicemente pre-cotti, ma si erano fatti PRE-FRIGGERE a mia insaputa!
Mi sono sentita tradita: perché nessuno me l’aveva detto prima? Prima di guadagnare due chili, intendo.

 


Ho deciso poi di prendermi una pausa di riflessione dalla nightlife, quando questa si è rivelata poco disponibile a conciliarsi con il mio lavoro.
Inizialmente non volevo accettarlo e preferivo fingere che andasse tutto bene… Non volevo rinunciare né all’una né all’altro, ma- dopo essermi addormentata due volte in sala trucco, ho dovuto scegliere ed il mio cuore ha optato per il mio primo grande amore. D’altronde non si può avere la botte piena e la modella ubriaca.

 


Per quanto riguarda le sigarette, si trattava di una relazione superficiale e di scarso interesse reciproco: è bastato che una modella di sedici anni dalla pelle candida e trasparente mi suggerisse con voce sottile e sincera: “Don’t smoke, save your beauty”. Il taglio è stato netto e non ha lasciato segni.
Più efficace di qualsiasi pubblicità progresso studiata dai media negli ultimi vent’anni.

 


Ma c’è stata un’altra rottura di cui non vi ho parlato…
Dopo cinque anni di modeling ho rotto il ghiaccio con la passerella.
Non fraintendetemi, ho sempre amato il catwalk e- mia madre ne è testimone- mi alleno a sfilare da quando ho cinque anni.
Non l’ho mai fatto VERAMENTE solo per il deficit numerico che affligge il mio assey e sicuramente non volevo finire alla sfilata di paese del negozio sotto casa.
Prima di venire a Shanghai non mi era, infatti, mai passato per la mente nemmeno di fare un casting come indossatrice.
Ma qui lavorando con agenzia non ho potuto evitare ed ho partecipato a 4 provini.
I primi tre senza troppo entusiasmo.
Durante il quarto qualcosa mi ha illuminato perché sta volta non ci avrebbero semplicemente messo in fila come soldatini in gonnella; tutte sarebbero salite e avrebbero mostrato la loro falcata.
“Okey”, mi sono detta “mi trovo immezzo a circa 150 ragazze che superano il metro e settantacinque, ma ora è arrivato il momento di dimostrare che non sono io “l’intruso” in questo gioco.”
“Tutte hanno i requisiti verticali, ma alcune toppano su quelli orizzontali e sicuramente almeno la metà di queste modelle sono new faces e pensano che il modeling all’estero sia una specie di campeggio estivo per belli”.
Una ventina di ragazze si sottopongono al giudizio e finalmente arriva il mio turno: respiro profondamente e salgo in passerella; primo stop e sguardo fiero dritto verso l’avversario- alias i clienti- non curante delle occhiate stranite delle giraffe sedute ai lati.
Uno, due, tre, quattro… Il runway mi viene completamente naturale, incrocio i piedi, la testa alta, i capelli ondeggiano sulle spalle, ultimo stop e tornò indietro.
E sono la prima scelta del cliente.

 


Ed ora, come nell’800 le suffragette lottarono per il diritto al voto, io nel 2013, rivendico il diritto al catwalk per le modelle petite.
Ed autocitandomi, faccio presente agli “addetti ai lavori” che “se è più grosso di solito non è un diamante, ma uno zircone”.