InsideTheSystem #12 – Lost in Shanghai

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InsideTheSystem #12 – Lost in Shanghai

#Settimana 1

“Qui a Shanghai, attraverserai tre fasi”, mi dice un modello italiano incontrato al mio secondo casting. “Durante il primo mese piangerai e vorrai tornare a casa, durante il secondo mese comincerai ad apprezzare questa città e il terzo mese piangerai di nuovo, perché vorrai rimanerci”.

Ora, sappiamo tutti che il tempo è denaro, così ho deciso di iniziare e terminare velocemente questo doloroso processo, comprimendolo in 72 ore.

Pianto isterico: fatto;

Pieno di positività ed ottimismo: fatto;

Piano per tornare qui il prima possibile; fatto.

Quando si affronta un viaggio, si impara sempre qualcosa ed io già in questi primi 7 giorni ho avuto modo di fare qualche piccola, grande scoperta:

  1. ho capito che il mio inglese, di cui facevo gran vanto, non è poi così buono e sarò costretta ad aggiornare il mio cv, facendo scomparire la parola “fluency“;
  2. ho dedotto che l’autore della massima “tutto il mondo è paese” non è mai stato a Shanghai;
  3. ho constatato che esplorare in pubblico i propri orifizi nasali con minuzia e dovizia è da considerarsi normale;
  4. ho compreso che due cinesi che parlano tra loro non sempre stanno litigando, anche se parrebbe;
  5. ho intuito che “lavorare come un cinese” è un modo di dire che si fonda su una verità assoluta ed inconfutabile.

Questa settimana, infatti, è volata via in un soffio, tra casting, servizi fotografici e show; mi sento di affermare che paradossalmente il volo è durato di più. D’altronde il tempo è solo uno stato mentale, si dice.

Mi trovate d’accordo sul tempo, si, ma non sulla colazione: la colazione è un diritto irrinunciabile e concreto, perché concrete e tangibili sono i cappuccini e le brioche.

Ma non qui, gente… Se venite qui, i dolcissimi croissant non saranno che un amaro ricordo.

Nel corso del mio primo giorno, durante la mia prima ricognizione sul posto, per racimolare quella che doveva essere la mia prima colazione del posto, ho scorrazzato in lungo e in largo e perlustrato tutte le stradine e le viuzze del quartiere, cercando di non perdermi, nonostante il senso dell’orientamento vacante e, quando sono arrivata a leggere su un menù l’agognata parola “cappuccino“, l’ho pronunciata con tutta l’enfasi che avevo in corpo, sbarrando gli occhi e sbattendo prepotentemente le ciglia, nel tentativo di esprimere la mia gratitudine al proprietario del chiosco.

Tre minuti dopo, ero seduta su una panchina, contemplando un enorme bicchiere di cartone, pieno di gelato al gusto di caffè.

Con la panna.