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By Redazione
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Comoda, democratica, simbolo di libertà e baluardo di  emancipazione dalle scomode etichette. Non puoi dire sporty senza pensare a lei, Sua Maestà la tuta. Felpa con o senza cappuccio, pantaloni in acetato, jersey o accogliente ciniglia: la tracksuit fever ha invaso ormai ogni angolo del globo, ma ancor prima di raggiungere passerelle e negozi la tuta ha conquistato il mondo del cinema, innalzando il suo status con il passare degli anni grazie alla settima arte.

Provate ad accostare la parola “tuta” e “cinema”: se non vi viene subito in mente l’epopea cinematografica di Rocky allora probabilmente non avete mai visto Sylvester Stallone in cima alla scalinata del Philadelphia Museum of Art con la felpa grigia bagnata di sudore mentre esulta sulle note di Gonna Fly Now di Bill Conti. La stessa felpa si ripresenterà poi in versione hoodie durante i film successivi: con il cappuccio calato sugli occhi Balboa affronterà i duri allenamenti nelle celle frigorifere e quelli passati circondato dal terribile inverno russo in Rocky IV, legando indissolubilmente l’immagine del pugilato a questo iconico capo d’abbigliamento. Valori, quelli della boxe, portati avanti nel tempo anche da Everlast, che per l’uscita di “Rocky Balboa” (sesto film sul pugile di Philadelphia) lanciò una capsule collection di guantoni e abbigliamento tecnico dedicata all’immortale personaggio creato da John Avildsen.

Se Rocky è stato il film archetipo che ha contribuito ad accrescere l’interesse attorno a questo capo d’abbigliamento, Kill Bill lo ha definitivamente consacrato. Nella mini saga di Quentin Tarantino la tuta gialla a strisce nere indossata da Uma Thurman è protagonista quanto colei che la indossa: comoda al punto giusto per affettare i nemici a colpi di katana, sexy per esaltare le curve dell’attrice di Pulp Fiction e ovviamente fashion friendly, perchè sono tantissimi gli stilisti che hanno deciso di riproporla in passerella utilizzando volumi e tagli differenti. In una cinematografia piena zeppa di eroi maschili, la Sposa è un personaggio chiave per comprendere il cambiamento che interessò il mondo del cinema all’inizio del ventunesimo secolo.

Divertente e suggestivo: pochi film possono vantare personaggi così caratterizzati come I Tenenbaum, uno dei film più apprezzati di Wes Anderson. Oltre a un cast eccezionale (Gene Hackman, Bill Murray, Gwyneth Paltrow) la pellicola del 2002 diretta dal regista texano è famosa anche per la celebre tuta rossa Adidas indossata da Ben Stiller (che nel film è Chas, un uomo consumato dalla paranoia) e dai due figli, Ari e Uzi. Un racconto avvincente e malinconico, che valse al film anche una candidatura agli Oscar come Miglior sceneggiatura originale e fece vincere a Gene Hackman un Golden Globe.

Ultimo, ma non certo per importanza, è l’esempio che lega la felpa indossata da Luke Cage (supereroe Marvel sul quale Netflix ha investito fior fiori di milioni, producendo una serie tv di successo composta di due stagioni e uno spin-off) a una scelta “politica”. La prerogativa del supereroe di Harlem (che in questo differisce dal fumetto originale di Roy Thomas e Stan Lee) è quella di girare con un cappuccio tirato sopra la testa. Non una scelta di stile, ma un modo per lanciare un messaggio in ricordo di Trayvon Martin, un giovane afroamericano ucciso nel 2012 in Florida “reo” di indossare un cappuccio e per questo considerato come potenzialmente sospetto. “Gli eroi di oggi sono persone normali, indossano anche felpe con cappuccio e sono nati per difendere i più bisognosi” diceva Mike Colter, attore che presta il volto e i muscoli alla serie tv, durante un’intervista. Basta accendere la tv o comprare un biglietto del cinema per rendersene conto.

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