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Miuccia Prada racconta una storia diversa questa volta. Sarà la vittoria di Trump – probabile – e la direzione politica verso la quale l’occidente sta andando ad averle fatto sentire la necessità di parlare di austerità, modestia, semplicità. Parole stesse della signora della moda.

Spoglia l’uomo – e la donna – di orpelli e superficialità. Il lusso viene abbandonato. Abiti in velluto e trench di lana strizzano l’occhio alle contestazioni degli Anni di piombo. L’arte è presente come stereotipo – indica Miuccia – paesaggi e fiori stampati su pull e maglie. “Tutto ciò che non avrebbe più senso essere dipinto”. Si riparte dall’attualità, non dall’arte. Quindi necessario sarà uscire dalla gold tower in cui – forse da sempre – riposa la Maison.

Montoni, lane, e quadretti impiegatizi intervengono in abiti semplici di uso comune. E ancora: spolverini di pelle e bomber in velluto. Blazer fittati a due bottoni con grandi tasche applicate a contrasto di richiamo anni 40′ – altro momento di crisi e austerità -. Gli accessori si limitano a portapani in pelle, ciondoli dorati con legno o pietra e pantofole fur. Cinture in visone dalla fibbia ampia strutturano gli abiti, con severità colorata.

I cromatismi sbiaditi – sono quelli tipicamente della Maison – ottanio, sabbia, arancio, mattone e grigi. Una nuova angolatura della bellezza – o come preferirebbe lei, bruttezza – del nuovo vocabolario radical chic. Che essendo tale non può far altro, in questi tempi, che rinunciare alla gioia espressiva e incupirsi in tenuta da rivoluzionario. Dei nuovi anni settanta, in fondo, la storia raccontata da Prada.