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By Lorenzo Sabatini
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Cresciuto nella fucina artistica di Silvia Venturini, AltaRoma, Luigi Borbone fonda la sua casa di moda nel 2008. Nell’atelier romano, come faceva la nonna anch’essa designer, tutti i capi sono realizzati interamente a mano. Il suo marchio, creato per la donna contemporanea, è caratterizzato da quell’assoluto rigore nell’esecuzione che solo un’esperienza multigenerazionale può garantire. Lo scorso luglio lo stilista ha partecipato all’evento organizzato dal campus Bio-Medico di Roma, una raccolta fondi per le pazienti oncologiche che nonostante le difficoltà non perdono la voglia di andare avanti. Nella bellissima cornice del Pio Sodalizio dei Piceni, Borbone ha fatto sfilare, davanti a una tavola apparecchiata nel salone affrescato, modelli ricchi di intarsi trasparenti, ricami e cristalli.

Cosa ti ha spinto verso l’haute couture?

La moda è continua ricerca attraverso la cultura contemporanea, non dimenticando di scoprire nuove fonti di ispirazione. Non bisogna avere paura, bisogna guardare sempre avanti, bisogna osare, osare ogni giorno, osare ogni momento della nostra esistenza, rappresentare qualcosa di unico e di irripetibile. Per questo l’haute couture, o come preferisco chiamarla io “alta sartoria”, mi ha catturato e per sempre rapito.

Puoi spiegare ai nostri lettori la differenza tra creare ready-to-wear e alta moda?

L’alta moda ti obbliga a pre-scrutare il tuo cliente: devi vestire la personalità di una donna esaltandola e non schiacciandola. Il ready-to-wear impone uno stile ed è il pubblico che ti sceglie per quello. Tutto questo al di là delle differenze logistiche legate al prezzo e al fatto che un abito di sartoria è costruito sul corpo e per il corpo.

 

Chi sono i couturier che ti hanno maggiormente ispirato?

Avendo vissuto la mia formazione sia negli anni ’80 e negli anni ’90 sono i grandi maestri italiani e francesi: Ferrè, Versace, Armani, Valentino, Lacroix, Gaultier, Mugler, Lagerfeld.

 

Una citazione per descrivere la donna Luigi Borbone.

Io mi lascio ispirare dalla donna contemporanea, che lavora e che ha cura e rispetto per se stessa. Una donna che si pone al pari dell’uomo e che ha le stesse emozioni e diritti di esprimerle. Una donna capace di osare.

Come si è sviluppata l’estetica del tuo marchio dalla prima collezione a oggi?

Il tempo mi sta aiutando a capire prima di tutto me stesso, a decantare quello che non appartiene alla mia natura e alla mia visione, e quindi a scartare, a togliermi di torno l’idea di fare quello che fanno gli altri. Quindi a prendermi i miei tempi senza l’ossessione di dover fare.

 

Quanto essere romano influenza la tua estetica?

Per me Roma è il contrasto di una città amata e odiata, allo stesso tempo. Di una città sognata, decantata, raccontata in moltissimi modi, ma che riesce sempre a celarsi e farsi scoprire poco a poco. Roma è sacro e profano. È l’antico delle Chiese e il nuovo dei quartieri in costruzione. È bellezza da far girare la testa e la perdizione che ti fa maledire il giorno in cui l’hai scelta come luogo in cui vivere. È tua, ma pure di tutti, anche di chi non l’ha mai visitata, ma sogna di venirci. È eternità e caducità. È la mia città, che ha perversamente influenzato la mia visione dell’estetica. E che lo farà per sempre.

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