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By Pietro Rebosio
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Venezia. 74esimo Festival del Cinema. Donne, donnette, donnacce. Eleganti, volgari, affascinanti, noiose, colorate, ordinarie.  Insomma tutte. Poi ci sono le altre, l’altra questa volta: Julianne Moore. Presente per raccontare il ruolo da protagonista indiscussa, insieme a un altro piccolo nome del grande schermo, Matt Damon, di Suburbicon diretto da George Clooney. Una magica triade.  Magica come la sua immagine. La sua eleganza. Il suo sorriso. Per niente altezzosa, come le vere dive, quale è. Si crogiola e sorride fra i fans. Poco trucco, pochi accessori, molto contenuto.

Sceglie abiti di tendenza, divertenti, sensati, assolutamente appropriati. Affida le proposte da giorno e cocktail a Prada e Gucci e il mondo della sera all’alta moda di Valentino. Rimane in Italia quindi, la Moore.  Calibra perfettamente lunghezza e scelta cromatica, non essendo più fra le giovanissime presenti. Abito corto? Nero, quindi. Con dettagli preziosi, ricami o richiami. Al mondo degli animali, nel caso dell’abitino Prada, ricco di piume.

Sera. Red Carpet. Il momento del sogno, delle celebrità. E di tanti scivoloni di stile, che, chiaramente, non le appartengono. Nemmeno la sfiorano. Difficile, anche se non impossibile in taluni casi, sbagliare qualcosa con un abito Valentino Haute Couture by Piccioli. Difficile invece riuscire a identificare gli abiti più belli fra abiti bellissimi. Lei riesce. Abito perlaceo con, quasi invisibile, fascia nera sottoseno, caduta ampia con strascico, vestibilità abbondante, braccia scoperte. Abito impero, scollo a V. Trucco naturale incarnato, orecchini rotondi. Abbandona borse, borsette, diademi, anelloni e punti luce grossi come il quadrante di un orologio. Parla l’abito, vero, ma prima parla lei. Con un meraviglioso dolce sorriso e i primi orgogliosi segni del tempo. Ancora. Parterre delle grandi occasioni per il primo Franca Sozzani Award. Ovviamente è lei la vincitrice, del riconoscimento, chiaro, prima che dell’outfit.

Nuovamente Valentino Haute Couture, nuovamente un’immagine da sogno. Abito lungo, impero, con base di pizzo bianco sormontata da voile plisettato a collo alto fra la granata e il rosso di Persia. Non poteva mancare del vento, per spettinarle i capelli e dare vita all’abito. Scialle tenuto in mano, a mo’ di pochette. Che altro? Mancava solo Wagner a dirigerle l’entrata in scena. La donna che veste la settantaquattresima edizione del Festival.