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Tutti, almeno una volta nella vita, usano il termine architettura. Per architettura si intende “l’elaborazione artistica degli elementi strutturali, funzionali ed estetici di una costruzione” o, più semplicemente, la disciplina che ha lo scopo di organizzare lo spazio.
Spesso viene associata alle arti figurative quali pittura e scultura per la sua ricerca del bello, altre volte è accostata invece all’ingegneria nella sua mera accezione di costruzione di edifici volti ad accogliere.

Con la nascita delle Archistar e dell’architettura moderna però, la ricerca della bellezza e dell’equilibrio sono stati portati al limite con l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di edifici che appaiono sempre più instabili. Edifici in cui i contrasti strutturali, anziché controbilanciarsi, vengono ostentanti, quasi a sottolineare una decostruzione e una catastrofe imminente, ma sapientemente evitata dal genio dell’architetto.

In un’epoca di smottamenti, terremoti, crolli, sorgono strutture che volontariamente trasmettono un senso di precarietà, quasi a sovvertire il nostro bisogno di rimanere in piedi. Ma perché?
Con la nascita dell’architettura organica, quell’architettura che promuove l’armonia tra natura e uomo, si è cercato un nuovo equilibrio tra ambiente naturale e ambiente costruito.
Lo spazio che viene creato diviene un organismo libero da ogni classicismo e pronto ad affrontare qualsiasi tema e qualsiasi sfida. E allora oggi si lavora non solo sui pieni ma anche, e soprattutto, sui vuoti che diventano protagonisti insieme alle linee che vengono spezzate in favore di curve ed ellissi, di sbalzi di scala e di continue tensioni tra caos e ordine.

Con l’introduzione di Autocad poi, il disegno digitale ha preso il posto della matita e ha consentito la creazione di strutture che sembrano prossime al crollo, come se l’intento fosse quello di creare edifici fermati nel loro atto di trasformazione ma non ancora ultimati, come se cercare il bello non fosse più sufficiente, ma il modo unico per soddisfare le richieste deicommittenti sia diventato quello di destare in essi la meraviglia e lo stupore. Ma si tratta davvero di richieste o si tratta piuttosto di una volontà di camminare nei propri sogni?
Vi parlo, ad esempio della Casa Danzante progettata negli anni ’90 da Frank Gerhy e visibile a Praga, o del Messner Mountain Museum Corones progettato da quella che rimarrà tra le donne più importanti dell’architettura, Zaha Hadid. O ancora della Casa Brutale progettata da OPAOpen Platform for Architecture, che è ancora in fase di realizzazione, o della Krzywy Domek, la famosa casa ubriaca di Sopot in Polonia inaugurata nel 2004 per mano degli architetti Mrs. E Mr. Szotynski.

Tutti edifici che ci allontanano sempre più dal reale e ci avvicinano al sogno. Come se la complessità e l’instabilità della nostra vita quotidiana si materializzassero anche nell’architettura mostrando l’inquietudine del vivere in un limbo senza certezze future, come se la realtà non fosse più sufficiente, e anzi fosse diventata insufficiente.
E allora si vuole di più, si vuole proprio camminare nei sogni. Perché un bravo architetto non è colui che svolge il suo lavoro in maniera impeccabile ma è colui il quale riesce a dar luce a qualcosa che fino a quel momento non avevamo neanche lontanamente immaginato. Perché i sogni sono sempre sogni, finchè non arriva qualcuno che ha il coraggio di realizzarli.